Aree protette, non sempre più grande è meglio. Troppi Parchi di carta

Istituire parchi e riserve nei posti giusti, proteggendo il maggior numero possibile di specie, habitat e funzioni ecologiche

[22 marzo 2018]

Mentre in tutto il mondo stanno aumentando le iniziative per espandere la superficie totale delle Aree protette, il nuovo studio “Prevent perverse outcomes from global protected area policy” appena pubblicato su Nature Ecology & Evolution avverte che avvertito che una corsa frenetica a raggiungere gli obiettivi  fissati dalla Convention on biological biversity (CBD) – il 17% delle terre emerse e il 10% delle aree costiere e marine entro il 2020 (Aichi Biodiversity Target 11). – potrebbe  rischiare di modificare gli obiettivi alla base della conservazione della natura.

Secondo i ricercatori australiani, svizzeri e statunitensi che hanno partecipato allo studio, «E’ fondamentale bilanciare gli approcci basati sulle dimensioni con un focus sull’impatto della conservazione per garantire i massimi vantaggi per la natura ei miliardi che dipendono da essa. Se resteranno invariate, le attuali priorità per gli obiettivi delle aree protette potrebbero portare a conseguenze dannose per la conservazione». secondo una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Nature Ecology & Evolution.

Lo studio, riconosce che «L’istituzione di nuove aree protette rimane una componente vitale degli sforzi globali per la conservazione della natura e della biodiversità», ma gli autori dello studio, a cominciare da Carina Wyborn del Luc Hoffmann Institute, avvertono «L’utilizzo della dimensione come unica o addirittura primaria misura di successo rischia di utilizzare un capitale politico limitato per proteggere aree che non massimizzano i benefici di conservazione, portando a una rete globale di aree protette meno impattante di quanto potrebbe essere».

La principale autrice dello studio Megan Barnes dell’ARC Centre of excellence for conservation Decisions cdell’università del Queensland e  del College of tropical resources and agricolture dell’università delle Hawaii –  Manoa, spiega che «Il rischio non è solo dovuto al fatto che proteggiamo molta terra o di mare che non massimizzano i benefit per la natura: è che così inavvertitamente renderemmo più difficile proteggere altre aree potenzialmente più preziose».

Anche se la Cbd con gli obiettivi di Aichi pone particolare enfasi sulle aree a elevata importanza ecologica, i ricercatori avvertono che la corsa a centrare gli obiettivi rischia di ignorare l’impatto e di cambiare rapidamente l’obiettivo di conservazione che è alla base».

Mentre l’impatto sulle specie e sugli habitat è ampiamente riconosciuto da scienziati e ambientalisti come misura essenziale per le aree protette, le attuali discussioni politiche sugli obiettivi globali dell’area protetta si concentrano molto sull’estensione del territorio da proteggere, piuttosto che sui risultati per la salvaguardia delle specie.

Un’altra autrice dello studio, Louise Glew, global lead scientist del Wwf, avverte che «Usare la sola dimensione per misurare il successo della conservazione è come contare i letti di un ospedale e ignorare se i pazienti stiano migliorando o no. Non abbiamo solo bisogno di più aree protette, dobbiamo massimizzare il ritorno dei nostri investimenti nelle aree protette. Questo significa parchi e riserve istituiti nei posti giusti, proteggendo il maggior numero possibile di specie, habitat e funzioni ecologiche».

E’ il rischio dei cosiddetti “parchi di carta”: aree protette che sono poco più di un segno sulle mappe ma non servono molto a conservare specie ed habitat, Un rischio che secondo gli autori dello studio «Va oltre le semplici inefficienze locali», mentre «La loro istituzione spesso porta ad una percezione esagerata del successo da parte dell’opinione pubblica, favorendo l’autocompiacimento e scusando l’inazione altrove. In alternativa, la mancanza di un impatto dimostrabile della conservazione di queste aree può rafforzare le argomentazioni contro la protezione di altre aree, spesso di importanza ecologica critica».

Secondo la Barnes, «Con il modo in cui vengono attualmente designati gli obiettivi di politica internazionale, rischiamo di “bloccare” un’area protetta globale designata per massimizzare l’area, non l’impatto, in particolare nei Paesi in cui la voglia pubblica o politica di espandere i parchi e le riserve è limitata. Creando parchi con un impatto limitato, riduciamo anche i benefici che vedono le persone e con ciò perdiamo il consenso sociale per la conservazione».

I ricercatori sostengono che i politici, i governi e le ONG dovrebbero smetterla di isurare il successo delle aree protette solo basandosi selle loro dimensioni e iniziare a parlare di quanti pesci rimarranno in mare per crescere e riprodursi, o quanti pangolini potrebbero essere salvati dal commercio di animali selvatici.

«E’ importante sottolineare – dicono al Luc Hoffmann Institute  – che l’imminente rinegoziazione degli Obiettivi della Cbd nel 2020 a Pechino offre una essenziale finestra di opportunità per garantire che la futura istituzione di un’area protetta sia mirato a raggiungere in modo intelligente gli obiettivi di conservazione globale».

La Glew conclude: «Se vogliamo che i futuri obiettivi della conservazione si concentrino su risultati misurabili oltre l’area, dobbiamo agire ora. Sappiamo che non possiamo proteggere tutto, quindi assicuriamoci che ciò che proteggiamo ci consenta di ottenere il massimo ritorno possibile».