Artico, le trivellazioni per petrolio e gas coprono il 60% dell’habitat dei cetacei

[11 novembre 2013]

Mentre le trivellazioni di petrolio e gas si fanno largo nell’Artico che si sta sciogliendo, si teme sempre di più l’impatto di queste attività sui cetacei e sulle popolazioni inuit e degli altri popoli autoctoni che vivono nella regione e che a questi animali danno la caccia.

Un nuovo rapporto del Wwf  pubblicato su  Marine Policy dimostra fino a che punto lo sviluppo dell’industria degli idrocarburi dell’Artico si sta sovrapponendo agli habitat dei cetacei  e chiede una migliore protezione di queste zone dalle esplorazioni e dalle trivellazioni di gas e petrolio.

Nell’Artico vivono 17 diverse specie di cetacei, compresi delfini e focene, alcune lo frequentano tutto l’anno, come i narvali e i  beluga, alte, come le megattere e le balene grigie, migrano nelle più fredde acque artiche per partorire durante l’estate nordica.

Il Wwf, avvalendosi di esperti di cetacei artici, ha messo insieme i dati su dove vivono e passano il loro tempo balene, beluga e narvali, in particolare durante i mesi estivi. Peter Ewins, il principale autore del documento e noto specialista di balene del Wwf, spiega che «Il 60% degli attuali habitat di questi cetacei si sovrappone ad aree con interessi e trasporti petroliferi e gasieri. Questo documento sta veramente cercando di aumentare la consapevolezza di ciò che sta per succedere. Il petrolio ed il gas sono rischiosi, sono un bene per l’economia, ma sono un male per i cetacei. Dobbiamo pianificare con saggezza».

I cetacei che durante la loro evoluzione si sono adattati ai mari ghiacciati sono già stressati dai cambiamenti climatici nell’Artico. Ewins sottolinea che il global warming, sciogliendo i ghiacci marini, «Sta permettendo alle orche di entrare  nel loro territorio, dove predano i cetacei e le fonti alimentari di questi  animali. Inoltre ora hanno l’industria sulla soglia di casa. A causa della minaccia di fuoriuscite di petrolio, è abbastanza chiaro che ci sono maggiori rischi associati al petrolio ed al gas in queste aree. Non siamo contrari allo sviluppo economico, ma bisogna pianificarlo completamente, in modo da non fare l’attività sbagliata al momento e nel luogo sbagliati».

Il rapporto del Wwf presenta il caso della provincia canadese del Nanavut, e in particolare del bacino di Baffin, considerato un importante deposito di idrocarburi, una zona nella quale l’attività industriale può sovrapporsi per più del 60% agli habitat dei cetacei locali. Il documento non solo individua e le mappe delle aree di potenziale conflitto, ma suggerisce anche come questi  conflitti possano essere ridotti in un futuro nel quale nell’Artico ci saranno crescenti aree di mare libere dai ghiacci.

Ewins spiega che «Non si tratta solo di fare alcune zone off-limits. In alcuni casi, rallentare le navi quando entrano in zone altamente sensibili potrebbe contribuire a ridurre gli impatti. Nelle zone che i cetacei utilizzano solo in un determinato periodo dell’anno, lo sfruttamento potrebbe essere rallentato durante tali periodi».

Fatte queste aperture, il Wwf chiede però anche una rigorosa regolamentazione dei rilievi sismici e di altre fonti di forte rumore subacqueo. Eppure proteggere l’habitat dei mammiferi marini artici non dovrebbe essere una novità: si era già impegnati a farlo nel 2009 l’Arctic Council dopo il suo Arctic Marine Shipping Assessment., ma come dimostra la vicenda dei militanti di Greenpeace imprigionati in Russia, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… e gli idrocarburi.

Ewins è comunque fiducioso per gli impegni presi dall’Arctic Council: «Penso che le nostre conclusioni siano molto in sintonia. Ci aspettiamo che i governi facciano effettivamente quello che si sono impegnati a fare. Le raccomandazioni previste nel presente documento sono rivolte al governo federale canadese, la definirei “la ricerca costruttiva al momento giusto”».

Il documento chiede anche di migliorare il controllo delle risposte al disturbo da parte dei cetacei, per  determinare con maggiore precisione la sensibilità di questi animali alle attività antropiche.

Le comunità inuit dovrebbero svolgere un ruolo importante in questo monitoraggio, ma i modelli di migrazione dei cetacei li portano lontano dalle coste per lunghi periodi dell’anno, il che rende difficile tenere traccia dei loro spostamenti.