Ambito territoriale di caccia (Atc), il re è nudo: la condanna della Corte dei conti

«È stato a malapena spostato il pesante coperchio del vaso di pandora della gestione faunistico-venatoria in Italia»

[15 gennaio 2016]

atc caccia

«Il Collegio ritiene che il Comitato di Gestione del più volte menzionato A.T.C. di Terni abbia natura pubblica ed i relativi componenti soggiacciano alla giurisdizione risarcitoria di questa Corte»: così stabilisce la propria giurisdizione la Corte dei Conti – Sez. Umbria (sent. n. 133 del 18 dicembre 2015).

L’azione per danno erariale ha appuntato la propria attenzione (e di poi la propria condanna) avverso spese non conformi, rimborsi, consulenze esterne, stabilizzazioni di personale dipendente. Sullo sfondo la violazione delle regole del Testo unico sul pubblico impiego (d.lgs. 165/2001) e delle ordinarie norme di contabilità pubblica. Sotto la lente d’ingrandimento anche spese per beni non formalmente presi in carico dall’ATC (“pulitore Vaporella”, “quadro per ufficio”, “climatizzatore De Longhi”, ecc.) e anomale spese di rappresentanza (“pizza, spumante, bicchieri, panettone, pandoro, prosecco, profumi vari”, ecc.).

Si legge in sentenza: «il Collegio ritiene che integri gli estremi di una condotta gravemente colposa quella di chi […] disponga spese per le quali non è percepibile la pertinenza con i fini dell’ente che ne ha sostenuto i costi e, addirittura, confonda le regalie ed i rinfreschi al personale dell’ente stesso con le “spese di rappresentanza”, mostrando grave imperizia nella gestione delle risorse pubbliche ed una altrettanto grave negligenza nell’assumere appropriate informazioni al riguardo».

Altra importante voce di danno risiede nella trasformazione del rapporto di lavoro (da tempo determinato a tempo indeterminato) per ben cinque unità di personale, posto che in base a disposizioni di statuto del medesimo ATC e in forza di specifico regolamento della Regione Umbria il fabbisogno di personale dell’Ambito poteva essere assolto unicamente mediante il ricorso ai dipendenti degli enti locali (comando) ed al volontariato.

La scure della prescrizione ed altre formali vicende processuali hanno limitato la condanna: la Procura erariale aveva individuato un danno pari ad oltre un milione di euro, per sottrazione, sperpero e/o sviamento di fondi pubblici.

Nel totale della somma, anche € 296.683,57 per compensi erogati “a tre consulenti esterni” dal 2007 al 2012. I fatti sono eloquenti. C’è poco da aggiungere: è stato a malapena spostato il pesante coperchio del vaso di pandora della gestione faunistico-venatoria in Italia.

Forse è il caso di iniziare ad aprire cassetti, visionare conti, sindacare assunzioni senza concorso, rimborsi, spese per consulenze e gli immancabili inutili e costosi lanci di selvaggina. Forse è il caso di verificare – non casualmente od a campione – come sono gestiti gli ATC (ed i comprensori alpini) e ricostruirli stabilendo norme chiare, precise e severe sul loro funzionamento, evitando che si configurino come circoli privati delle associazioni venatorie.

Non è un episodio di malaffare, di italico malcostume, quello scandagliato dalla procura erariale di Perugia. Forse lo sarà per i rimborsi gonfiati o prive di “pezze d’appoggio”, od anche per le pizze ed il prosecco, ma non lo è per le consulenze esterne, per le stabilizzazioni e per le spese scorrette nella loro formalità. In questi casi c’è l’ignorante e pessima gestione dei fondi pubblici, nella completa non conoscenza delle regole da seguire.

Gli ATC ed i CA non hanno una precisa struttura di legge (salvo dettagli eventualmente descritti da singoli legislatori regionali). Nemmeno, fino all’evoluzione giurisprudenziale più recente, era ben chiara (ai non esperti) la loro natura di enti pubblici (forse periferici dell’amministrazione provinciale). Giammai, dunque, si potrebbe pretendere che un “nominato” dalle associazioni venatorie, attento a restituire favori e a dispensare selvaggina da lancio sul territorio (con particolare attenzione ai propri tesserati), possa porsi il problema di rispettare il codice degli appalti pubblici, il testo unico del pubblico impiego, od anche inventariare i beni mobili che vengono acquistati in contanti e senza regolamento di cassa. Né tale consapevolezza può essere richiesta ai dipendenti con mansioni di segreteria (riassumibili prevalentemente nel consegnare tesserini venatori e permessi giornalieri di caccia) od al biologo amico risarcito con lauti compensi consulenziali.

Dunque la l.157/1992 va riscritta anche per evitare questo. Frattanto, nei lunghi ed incerti tempi dell’assise parlamentare, posto che le somme in ballo sono davvero importanti, onde evitare il reiterarsi di sottrazioni, sviamenti e sperperi, occorre urgentemente adottare un provvedimento straordinario che azzeri tutti i comitati di gestione e che ne disponga una attenta gestione commissariale.