Base militare Usa minaccia l’ultimo paradiso dei dugonghi in Giappone: ambientalisti bloccati

Alla Rainbow Warrior di Greenpeace non è stato permesso di unirsi alle proteste

[6 novembre 2015]

Greenpeace Japan activist holds underwater banner over coral reef at Oura Bay reading: "Save the Dugong" (English) and  "Make Henoko and Oura Bay a Marine Protected Area" (Japanese)

Le autorità giapponesi hanno rifiutato alla nave di Greenpeace Rainbow Warrior il permesso di unirsi alle proteste contro la costruzione di due nuove piste d’atterraggio della base militare statunitense nella baia di Henoko/Oura, un paradiso di biodiversità che ospita l’ultima popolazione di dugonghi del Giappone. La Rainbow Warrior è arrivata a Okinawa su invito di politici e attivisti locali per sostenere le proteste dei cittadini contro l’allargamento della base militare. A seguito del rifiuto delle autorità giapponesi la nave di Greenpeace resta ormeggiata a Naha, capoluogo dell’Isola di Okinawa. A bordo ci sono attivisti di numerose nazionalità, compresi due italiani.

«Nel 2005 e nel 2007 le navi di Greenpeace hanno avuto il permesso di visitare la baia di Henoko/Oura, ma questa volta il governo centrale ha deciso di rallentare in modo deliberato le procedure per impedirci di unirci ai cittadini di Okinawa e testimoniare la loro lotta contro la distruzione della baia», ha dichiarato Mike Fincken, capitano della Rainbow Warrior.

Greenpeace ha recentemente presentato i risultati di ricerche effettuate nei fondali della baia, che dimostrano come a soli tre chilometri di distanza dalla base siano evidenti tracce di pascolo dei dugonghi. Al tempo stesso, attorno l’area di esclusione della base, sui fondali sono stati rinvenuti blocchi di cemento che hanno schiacciato i coralli.

Nella baia di Henoko/Oura vivono 5.600 specie marine, di cui 262 sono in pericolo. Oltre ai dugonghi, tra le specie a rischio ci sono tre specie di tartarughe marine, varie specie di pesci pagliaccio e la più grande prateria di fanerogame marine dell’isola di Okinawa. Queste piante, simili alla posidonia del Mediterraneo, sono l’alimento del dugongo e non a caso in Giappone sono chiamate “jangusa”, che vuol dire appunto “erba dei dugonghi”.

«Ovviamente, le praterie nei dintorni della base statunitense sono un habitat critico per gli ultimi dugonghi. Tutto l’ecosistema della baia rischia di collassare a meno che il governo non fermi subito la costruzione delle piste per creare piuttosto una Riserva Marina per proteggere i tesori naturali di Okinawa», commenta Kazue Komatsubara, campaigner Oceani di Greenpeace Giappone.

Le proteste a Okinawa contro la base statunitense durano da 19 anni. Quasi l’80 per cento della popolazione si oppone all’allargamento della base e il governatore di Okinawa (eletto con un programma di netta opposizione al progetto) ha tentato di bloccarlo con un apposito decreto. Tuttavia, lo scorso 27 ottobre il governo ha dichiarato nulla l’opposizione del governatore di Okinawa. Questa è stata la scintilla di proteste ancora in corso: centinaia di locali, tra cui molti anziani, hanno deciso di porsi tra le ruspe e il mare che vogliono difendere.

Greenpeace ha avviato le procedure per la visita della baia lo scorso 28 ottobre ma ora le autorità hanno rifiutato il permesso. Greenpeace intende appellarsi contro questa decisione e attende risposta alla richiesta di poter fare rotta su Nago, un’altra località dell’Isola di Okinawa.

di Greenpeace

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