La Bassa, il fracking e qualche chiarimento

[16 settembre 2013]

La Bassa, il fracking e qualche chiarimento. Malgrado sia domenica,  mi son fatto del male e ho letto l’ennesimo articolo allarmistico sul Piano Melzo (il piano di prospezioni per la ricerca di gas in un’area fra Treviglio, Melzo e Pessano) e più in generale sullo stoccaggio di gas e sulle trivellazioni previste in pianura Padana (va infatti ricordato che ci sono varie concessioni che interessano l’intera pianura, dalla Lomellina a Mantova). Raramente fra contrari a priori e favorevoli, altrettanto a priori, si riescono a sentire  tante “sparate” come su questo argomento. Premetto che non sono un geologo, sono un chimico e mi occupo d’ambiente, quindi ho cercato di capire quali fossero gli argomenti in gioco. Per semplificare divido gli argomenti in tre capitoli:

A) Impianto di stoccaggio e cattura della CO2, da fare nella Bassa Bergamasca, forse nell’ex area metanifera dismessa della Malossa, Comune di Casirate d’Adda. Ho cercato di verificare, ma l’impressione è che sia una vera bufala. L’unico accenno in un documento (di oltre un anno fa al Comune di Casirate) e in un articolo di Repubblica che parlando della miniera di carbone del Sulcis e della collegata ipotesi di stoccaggio/cattura di CO2 nella stessa miniera (siamo anche qui alla cronaca di oltre un anno fa), citava varie aree dismesse atte a ipotesi simili, fra cui appunto la Malossa. Che dire: in ogni caso la tecnologia è di per sé costosa, difficilmente applicabile, poco testata e poco sviluppata e con vantaggi non chiari a fronte dei risultati ottenuti ove applicata (in Norvegia, ad esempio). È ancora soggetta a vari studi e in fase di sperimentazione. Se comunque qualcuno avesse documentazione rispetto a questo progetto della Malossa, lo mandi.

B) Impianti di stoccaggio del metano nei siti metaniferi dismessi, in buona parte fra il Cremasco e Montichiari. Molta demagogia, tanto allarmismo e termini non corretti, che finiscono per dare meno peso ai problemi e ai pericoli che invece ci sono. Per capirci qualcosa, occorre partire da due termini da ben definire scientificamente.

– Subsidenza: è un lento e progressivo abbassamento verticale del piano campagna dovuto alla compattazione dei materiali. Può essere di due tipi: naturale, i sedimenti sono molto porosi e tendono a comprimersi, riducendosi di volume e quindi abbassarsi se hanno sopra un carico; indotta, l’uomo estrae acqua, petrolio o gas dal terreno diminuendo la pressione dei fluidi interstiziali residui, si ha quindi un assestamento del terreno.

– Sismicità indotta: da fonte INGV (Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia), l’esplorazione del sottosuolo finalizzata alla produzione di energia tramite lo sfruttamento del calore interno della terra (l’energia geotermica), ha comportato in alcuni casi un aumento del rischio sismico. Infatti, nel corso di operazioni relative al pompaggio o all’estrazione di fluidi geotermali sotterranei, si sono verificati terremoti medio-piccoli. Anche in questo caso, prendiamo il dato oggettivo:  comunque sempre terremoti sono e sono da evitare. Su questo però si è costruita una teoria allarmistica per cui si è arrivati a definire che lo stoccaggio del gas naturale in questi siti avrebbe comportato terremoti tipo Mirandola e inquinamento della falda. Occorre chiarire il tutto, a mio avviso, rimarcando che una potenziale sismicità indotta esiste, ma che le tecniche di reiniezione di gas previste non possono avere impatti rilevanti come quelli sostenuti. I dati: il National Research Council (ente governativo USA)  ha pubblicato uno studio sulla sismicità indotta da pratiche standard ed alternative nel campo energetico (dal fracking alla geotermia, dalle estrazioni convenzionali al sequestro della CO2). La conclusione dello studio americano è: non esiste per ora  nessun insieme di “migliori pratiche” industriali per ridurre al minimo il rischio di terremoti (di media o piccola entità e localizzati), il che a sua volta rende più difficile per i legislatore stabilire regole certe. La commissione raccomanda quindi vivamente che le aziende del settore lavorino con il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti per stabilire tali pratiche. Anche in Italia è stato proposto uno studio nell’ambito dei programmi di ricerca 2012-2013 finanziati dall’INGV per iniziare a proporre norme che regolamentino la valutazione della pericolosità sismica da sismicità indotta con particolare riferimento allo stoccaggio gas.

È bene ricordare che in paesi come l’Olanda, sui siti dei gestori si trova esplicita menzione del rischio potenziale, con una valutazione indipendente della magnitudo massima inducibile e la piena accettazione della responsabilità legale e materiale per qualsiasi danno dovesse verificarsi. In pratica il problema esiste ed è già abbastanza di per sé per essere affrontato, senza che lo si spinga approssimativamente nella scala catastrofista. Occorrono pratiche industriali, controlli ed atti legislativi che mettano in sicurezza  l’attività di stoccaggio (del fracking parliamo dopo). Le pratiche industriali indicate per i nostri siti di stoccaggio non devono essere a rischio. Inoltre abbiamo ad oggi una necessità di stoccaggi di riserva di gas naturale, da cui dipendiamo per riscaldamento ecc. Ragionevolmente occorre avere garanzie ma evitare allarmismi.

C) L’argomento più spinoso e quello di cui sono disponibili meno dati, su cui da sempre sono state sparate e dette più sciocchezze, in particolare da parte dei favorevoli a priori (ma non solo): la prospezione di ricerca per gas naturale denominata Piano Melzo, che toccherà 180 km 2 di territorio fra Melzo, Pessano e Treviglio, interessando in zona Casirate, Misano, Arzago, nella Bassa Bergamasca. Anche in questo caso occorre valutare bene la documentazione disponibile. Evitare quindi di esser pignoli su ogni virgola, cercando motivi per una contrarietà a priori. Evitare di prender per buono un documento, evitando di approfondirlo con adeguata razionalità critica, come fanno i favorevoli a priori. In pratica la parola chiave che può metter sulla traccia di quanto potrebbe avvenire è il tipo di gas che sarà ricercato: il gas biogenico. Il gas biogenico potremmo dire che è gas naturale metano che  deriva da attività batterica avvenuta in sedimenti poco profondi, anche palustri, in epoca geologica. Dove si trova: principalmente imprigionato in rocce, scisti, argille, strati comunque ad elevata porosità. Il dato è congruo con quanto avvenuto con lo sfruttamento dei campi metaniferi nella zona ora indicata dal Piano Melzo. L’attività ha dato rese meno proficue quantitativamente del previsto, perché le sacche di gas  (quindi non il gas imprigionato in strati porosi) erano poche e ad alta profondità. Si tenga conto che il pozzo della Malossa è a oltre 5000 mt. Cosa vengono allora a cercare i signori di Mac Oil (la società che opererà), visto che AGIP che gestiva l’area ha dichiarato il giacimento esaurito? Difficile che vadano ancora più in profondità, plausibile che cerchino di sfruttare – peraltro lo dichiarano, seppur fra le righe – il gas imprigionato. Profondità stimabile dai 1000 mt ai 2500 mt. Che tecnica si usa: il fracking. Il fracking o fratturazione idraulica è lo sfruttamento della pressione di un fluido, in genere acqua, per creare e poi propagare una frattura in uno strato roccioso. Vengono indotte in profondità in ben precisi strati di roccia all’interno dei giacimenti di petrolio e gas, estese pompando fluido sotto pressione e poi mantenute aperte introducendo sabbia, ghiaia, granuli di ceramica o altre sostanze sintetiche come riempitivo permeabile; in questo modo le rocce non possono richiudersi quando la pressione dell’acqua viene meno. La fratturazione idraulica è sotto monitoraggio a livello internazionale a causa di preoccupazioni per i rischi di contaminazione chimica delle acque sotterranee e dell’aria. In alcuni Paesi l’uso di questa tecnica è stata sospesa o addirittura vietata (Gran Bretagna, Francia, Olanda, alcuni stati USA ad esempio).  L’impiego di sostanze chimiche e sintetiche costituisce il principale problema. Qualche esperto, sfiorando il ridicolo, avrebbe anche asserito (ma non ho trovato fonti precise) che l’impiego di sostanze chimiche pericolose è stato sostituito da sostanze chimiche usate nel farmaceutico o in cosmetica. Non è così. La scelta delle sostanze chimiche e sintetiche dipende dalle condizioni idro-geologiche che si andranno a verificare con le prospezioni. Diverse quindi da caso a caso. Così come da caso a caso varieranno le condizioni operative. Sul rischio sismico vale quanto sopra. Non è un dato iper-allarmistico ma tenendo conto che a differenza dello stoccaggio, qui si usa una notevole forza idraulica, quindi si tratta di una forza invasiva,  la problematicità risulta essere notevolmente maggiore.

Ultimo dato (o indizio): la Mac Oil ha cause in Canada e USA per l’attività di fracking legate a danni ambientali. Conclusione, su questo aspetto, che mi pare quello più critico: in assenza di una descrizione precisa a livello documentale delle pratiche industriali che verranno usate, dello scopo dettagliato della prospezione, delle tutele che saranno messe in atto, in pratica di uno scope of job e di un piano ingegneristico, che io almeno non ho trovato, in forma dettagliata, nella documentazione del Ministero (lo si trova invece per i siti di stoccaggio), per me ma credo che valga anche per l’approccio di Legambiente, vale quanto segue: in assenza di tali dati certi di sicurezza, vale per noi, non politici di professione, il principio (scientifico ma anche legiferato a livello UE) di massima precauzione. Comportamento decisionale (negativo) basato sull’avversione al rischio in virtù dei pericoli ignoti potenzialmente nascosti. Spero di esser stato chiaro ed esauriente.

di Patrizio Dolcini, del Direttivo regionale di Legambiente Lombardia