Biodiversità e clima: alieni o pionieri? Le specie cercano rifugio a nord

Il Northern Biodiversity Paradox: il cambiamento climatico mescolerà le carte della natura e le aree protette saranno essenziali

[29 giugno 2018]

Durante l’ultima era glaciale, le specie adattate ai climi più caldi sopravvissero solo in alcuni rifugi: luoghi che, grazie a qualche particolarità topografica e geografica, restarono temperati in un mondo glaciale. Lo studio  “Northern protected areas will become important refuges for biodiversity tracking suitable climates” pubblicato su Scientific Reports da un team di ricercatori dell’université du Québec à Rimouski, del ministero delle foreste, della fauna e dei parchi del Canada e della McGill University si occupa del Northern Biodiversity Paradox secondo il quale «Nonostante i loro effetti globalmente negativi sulla biodiversità, i cambiamenti climatici aumenteranno la biodiversità nelle regioni settentrionali, dove molte specie sono limitate dalle basse temperature».  Insomma, entro la fine di questo secolo, emergeranno nuovi refugia proprio nel nord del pianeta, luoghi nei quali piante e animali si ripareranno dall’aumento delle temperature, protetti fino al momento in cui potranno nuovamente proliferare. Proprio come fecero durante le glaciazioni.

Ma i ricercatori avvertono che,. perché questo sia possibile, chi ama la natura deve essere più aperto nel capire i rapidi cambiamenti in corso, a capire che il cambiamento climatico di origine antropica sta mischiando e ridistribuendo le carte della biodiversità molto più rapidamente di quanto ha fatto in passato la natura e che i luoghi che conosciamo diventeranno molto diversi da quel che sono ora.

Il principale autore dello studio, Dominique Berteaux, che preside la ricerca canadese per la Northern Biodiversity, del Centre for Northern Studies, del Quebec centre for biodiversity Science e dell’université du Québec à Rimouski, «sottolinea che «L’importante turnover delle specie atteso nelle aree protette settentrionali evidenzia la disperata ricerca di conservare un’istantanea della biodiversità odierna. Questo sfida il tradizionale paradigma di conservare l’integrità ecologica dei parchi nazionali».

Nello studio il team di Berteaux modella la probabile idoneità climatica nel prossimo futuro di una rete di aree protette che si estendono su 230.000 miglia quadrate in Quebec  per 529 specie di uccelli, anfibi, piante e alberi. E si tratta solo una parte della biodiversità che potrebbe essere interessata, «ma è sufficiente per indicare tendenze più ampie – dicono gli scienziati canadesi – ed  entro il 2100, la natura del Quebec potrebbe essere un miscuglio di specie esistenti e appena arrivate».

Dallo studio emerge infatti che il numero totale di specie che vivono nella regione aumenterà di circa il 92%, mentre il 24% delle specie attualmente presenti si estinguerà localmente. Il turnover delle specie – un dato  utilizzato dagli ecologi per rappresentare guadagni e perdite di specie – arriverà in media al 55%, in alcuni luoghi i cambiamenti saranno minori ma in altri potrebbero essercene molti di più.

Naturalmente questi modelli non possono essere esatti, la realtà è più complicata e mutevole e in gran parte – come hanno dimostrato gli ultimi decenni – ignota agli esseri umani nei suoi complessi e intrecciati rapporti, ma, come si legge nello studio «Forniscono la migliore indicazione disponibile della forte pressione che i cambiamenti climatici imporranno alla biodiversità». E le conseguenze saranno diverse: prima di tutto «Le aree protette settentrionali dovrebbero diventare in definitiva importanti rifugi per monitorare lo spostamento verso nord delle specie a causa del clima». Il problema è se riusciranno ad arrivarci. Come evidenzia  Brandon Keim su Anthropocene, «L’urbanizzazione e la frammentazione degli habitat potrebbero bloccarle, stringendo le specie tra il clima inospitale verso sud e i paesaggi impraticabili a nord. La protezione dei corridoi migratori è vitale».

Ma quando arrivano nuove specie è inevitabile anche la distruzione ecologica: i nuovi arrivati ​​– anche se non sono specie aliene invasive introdotte dall’uomo ma colonizzatori spinti dai mutamenti climatici – possono sia degradare le funzioni ecosistemiche che essere necessari per preservarle. Come fa notare il team canadese di Berteaux le due cose non si escludono reciprocamente: « In questo contesto, decidere quale nuova specie dovrebbe essere controllata e quale dovrebbe essere tollerata o favorita rappresenterà una sfida immensa».

In definitiva, potrebbe essere più sensato adottare un approccio di ampio respiro, proteggendo la diversità degli habitat piuttosto che preoccuparsi di particolari specie. «Potrebbe anche essere sensato – dice Berteaux – essere più accoglienti con i  nuovi arrivati ​​di quanto tendano ad essere gli ambientalisti. Le persone tendono a vedere tutte le cose cattive che potrebbero portare. Ci imentichiamo che la natura è sempre transitoria».

Berteaux fa l’esempio dell’allarme per l’espansione dell’areale dei castori verso nord nell’Artico – tema non affrontato dallo studio – e conclude: «Il cambiamento deve essere accettato e la conservazione deve essere pensata in questo contesto di cambiamento permanente».