È una scelta difficile, che merita di essere presa in seria considerazione

Biotecnologie: ovvero estinguersi o non estinguersi per preservare la biodiversità?

[1 ottobre 2013]

Usare le biotecnologie per salvare le specie in via di estinzione. È la proposta che Michael A. Thomas e un gruppo di suoi colleghi biologi ed ecologi di varie università americane hanno affidato a un articolo pubblicato, nei giorni scorsi, dalla rivista inglese Nature. È una proposta articolata e niente affatto trionfalista. Che prende in esame diverse tecniche e di ciascuna non nasconde i limiti e anche i rischi. E, tuttavia, per molte specie in via di estinzione sembra essere l’unica possibilità per non compiere l’ultimo passo e sparire dalla faccia del pianeta. È una proposta che ci chiede di scegliere, mettendo sul piatto della bilancia i pro (cercare di preservare la biodiversità) e i contro (il rischio ecologico e/o sanitario). Ma vediamola in dettaglio. È opinione ormai consolidata tra gli esperti, sostengono gli autori dell’articolo, che entro il 2050, quindi nei prossimi tre o quattro decenni, si estinguerà tra il 15 e il 40% delle specie viventi. Il che, aggiungiamo noi, ci porterebbe in brevissimo tempo al limite di una “grande estinzione di massa”, la sesta mai sperimentata dalla biosfera sul pianeta Terra da 600 milioni di anni, cioè da quando esiste la vita animale.

Le cause di questa estinzione, che è già in atto, sono abbastanza note e sono tutte di origine antropica: cambiamenti climatici, deforestazione e più in generale perdita degli habitat, inquinamento, altre attività umane.

Il problema che si pongono molti conservazionisti è come tentare di salvare le specie in via di estinzione. Una delle strategie possibili è renderle più adatte a sopravvivere nell’ambiente che cambia. Usando tutte le biotecnologie disponibili. Il che significa, a grana grossa, consegnare alle specie sotto minaccia i geni necessari a resistere.

Nell’ambito di questa strategia fondata sul trasferimento di geni le possibilità, sostengono Thomas e colleghi, sono tre. Ciascuna offre vantaggi. Ciascuna propone rischi.

La prima è vecchia come l’allevamento: l’ibridazione, per aumentare la variabilità genetica e aumentare la probabilità che un gruppo più adatto sopravviva alla nuova pressione della selezione naturale. In pratica si tratta di trasferire organismi con “i geni resistenti” tra le popolazioni della medesima specie che sono a rischio. Un po’ come è successo in Florida, dove un felino locale, il Puma concolor coryi, correva il rischio di estinguersi a causa delle mutate condizioni ambientali. È bastato trasferire dal Texas otto esemplari di una razza, la Puma concolor stanleyana, con “i geni giusti” per far sì che la variabilità genetica della specie della Florida aumentasse in dodici anni quasi del 50% e che il numero di individui raddoppiasse.

L’ibridazione per trasferimento di popolazioni sembrerebbe essere una buona soluzione. Ma tra svantaggi, a parte lo spostamento fisico: la possibilità che con gli individui si trasferiscano malattie; la possibilità che l’arrivo di “nuovi geni” (ma sarebbe più corretto dire di nuovi alleli) diluisca i geni adattativi locali e addirittura distrugga i complessi genici adattativi locali, con il che l’ibridazione si risolverebbe  in un boomerang.

Le seconda strategia biotecnologica è quella di utilizzare le tecniche del Dna ricombinante in maniera “intraspecifica”. In pratica si tratterebbe di trasferire non gli individui ma i geni (gli alleli) giusti. Per esempio, alcuni acquacoltori hanno scoperto che la Oncorhynchus mykiss, la trota arcobaleno, nei loro allevamenti presenta un allele che la rende capace di resistere al calore. Il trasferimento di questi alleli nelle uova di popolazioni di trote in un ambiente minacciato dall’aumento della temperatura consentirebbe di aumentare la loro capacità di adattamento. Questo eviterebbe il rischio del trasloco di malattie.

Questa tecnica intraspecifica di trasferimento di geni sarebbe la meno rischiosa in assoluta. Anche se non eliminerebbe i rischi associati diluizione dei geni adattativi locali e alla distruzione dei complessi genici adattativi locali.

C’è infine una terza possibilità, in cui il trasferimento di “geni giusti” sarebbe interspecifica: da una specie all’altra. Le opportunità sono le medesime, mentre i rischi di riarrangiamento genetico per la specie ospite sarebbero ancora più imprevedibili.

Contrastare l’erosione della biodiversità mettendo in campo le biotecnologie richiede ulteriori studi. Che possono e devono essere realizzati. Le occasioni non mancano. Alcune sono già operative, come il Global Genome Biodiversity Network, il progetto internazionale che mette insieme banche dati genetiche di tutto il mondo per preservare e rendere “open access” le informazioni genetiche e gli stessi campioni di Dna del maggior numero possibile di organismi viventi.

Contrastare l’erosione della biodiversità mettendo in campo le biotecnologie non è esente da rischi. Ma potrebbe essere l’ultima spiaggia, sostengono Thomas e i suoi colleghi.

È una scelta difficile, che merita di essere presa in seria considerazione. Facendo attenzione, però, a che la scelta dell’adattamento non offuschi la via maestra per contrastare l’erosione della biodiversità: la prevenzione. Dei cambiamenti climatici, dell’erosione degli habitat, dell’inquinamento e di tutte la altre cause che originano dalle attività dell’uomo.