Nel mirino leopardi delle nevi, saighe, cavalli e asini selvatici

Boom del cashmere globalizzato: quando la moda fa male agli animali

Troppe capre allevate per la lana che piace tanto agli occidentali tolgono risorse ai grandi mammiferi

[24 luglio 2013]

Lo studio Globalization of the Cashmere Market and the Decline of Large Mammals in Central Asia, pubblicato su Conservation Biology, rivela aspetti inaspettati della moda dei capi di vestiario in cachemire.

Joel Berger, dell’università del Montana e della Wildlife conservation society  (Wcs), Bayarbaaatar  Buuveibaaatar del Mongolian Program della Wcs, e Charudutt Mishra dello Snow Leopard Trust e di Nature conservation foundation India, sottolineano che «Come drivers degli ecosistemi terrestri, gli esseri umani hanno sostituito i grandi carnivori nella maggior parte delle regioni, e non solo l’influenza umana ha esercitato forti pressioni ambientali sulla biodiversità a livello locale, ma ha anche effetti indiretti in angoli lontani del mondo».

Secondo i tre ricercatori, «L’industria multi-miliardaria del  cashmere crea preferenze e motivazioni economiche che collegano la  moda occidentale del cashmere all’’utilizzo del territorio nell’ Asia centrale. Questo gusto per i vestiti alla moda, a sua volta, incoraggia i pastori ad aumentare la produzione di bestiame, il che colpisce la sopravvivenza di più di 6 specie di grandi mammiferi in via di estinzione in questi ecosistemi aridi e remoti». Il team, di ricerca è convinto che «Il commercio globale di cashmere ha forti effetti negativi sui grandi mammiferi autoctoni dei deserti e praterie dove vengono allevate le capre produttrici di cashmere».

Per avvalorare questa ipotesi lo studio ha utilizzato Usiamo una serie di dati temporali, istantanee ecologiche delle biomasse e degli ungulati autoctoni e domestici, lavoro ecologico sul campo e test comportamentali  ed è arrivato alla conclusione che «In Mongolia, gli aumenti nella produzione di capre domestiche sono associati ad un aumento triplo dei guadagni per i pastori locali triple che coesistono con la saiga (Saiga tatarica) in pericolo. Sulla base di una differenza di circa 4 volte nel reclutamento giovanile di Bharal (Pseudois nayaur)  nell’Himalaya indiano, si è dedotto che l’aumento della pressione del pascolo domestico ha implicazioni per l’adattamento».

Nelle 7 aree di studio in Mongolia, India e in  Tibet in Cina, «La biomassa attuale degli ungulati è <5% delle specie domestiche. Queste tendenze suggeriscono degrado degli ecosistemi e la diminuita capacità di persistenza delle specie autoctone, di cui almeno 8 specie endemiche in Asia: saiga, chiru (Pantholops hodgsoni), Cammello di Bactriana (Camelus bactrianus), slreopardo delle nevi (Panthera uncia), khulan (Equus hemionus), kiang (E. kiang), takhi (E. przewalski) e yak selvatico (Bos mutus).  I nostri risultati suggeriscono azioni rilevanti, gli effetti, anche se indiretti e non intenzionali, si riferiscono al livello trofico e sono indotti dai mercati per il commercio di cashmere».

Insomma, il consumo di capi di lusso   incoraggiato i pastori asiatici ad aumentare drasticamente i loro capi di bestiame, che divorano una quota crescente di erba che veniva mangiata da antilopi, asini, cavalli e selvatici che a loro volta sostenevano i grandi predatori.  Ora il 95% del foraggio viene consumato dagli animali domestici, lasciando solo il 5% alle specie selvatiche.

Inoltre, i ricercatori hanno notato un aumento delle uccisioni dei rari leopardi e di lupi da parte dei pastori  in seguito agli attacchi dei predatori al bestiame domestico, così come la trasmissione delle malattie dei capi domestici agli animali selvatici.  Nella sola Mongolia il numero di capre domestiche è salito dai 5 milioni del 1990 a quasi 14 milioni nel 2010. Il 90% del cashmere viene dalla Cina e dalla Mongolia.