I bracconieri del mare a pesca di oloturie: il Salento come l’Indonesia (VIDEO)

Salviamo le Oloturie scrive al ministro Galletti per salvare i “cetrioli di mare” pugliesi

[26 aprile 2016]

Oloturia

Sono scene che uno si aspetta di vedere in Indonesia o nelle Filippine, dove la lotta contro i pescatori abusivi di oloturie cinesi mobilita le forze dell’ordine e le associazioni di pescatori e ambientaliste, ma invece sta succedendo nel mare di Manduria, nel Salento, dove, secondo  il comitato locale Salviamo le Oloturie «predatori e contrabbandieri stanno causando la scomparsa delle oloturie, anche dette “cetrioli di mare”, specie fondamentale per il riciclo dei nutrienti e per la pulizia dei fondali marini».

I bracconieri si sono dedicati a questa pesca inusuale nei mari italiani, dove tuttalpiù le oloturie venivano utilizzate come esche, perché «L’oloturia viene pagata molto nell’industria alimentare e cosmetica, soprattutto sui mercati orientali. La pesca di frodo minaccia la sopravvivenza della specie, il delicato equilibrio dell’ecosistema marino e la salute dei consumatori, perché non c’è alcun rispetto degli standard igienico-sanitari».

Con una petizione, Salviamo le Oloturie chiede al ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare Gian Luca Galletti, al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e al sindaco di Manduria Roberto Massafra di «vietare la pesca di oloturie su tutta la costa, di sanzionare il traffico illegale del cetriolo di mare e di realizzare un allevamento per consentire la pesca controllata».

Il comitato locale, costituitosi per contrastare il crescente giro d’affari legato al commercio di questa specie che rischia di causarne l’estinzione è sostenuto da Elvira Tarsitano, docente di biologia animale all’Università di Bari, che spiega: «Questo trend di prelievo indiscriminato in rapida crescita anche nei nostri mari rappresenta un rischio per la sopravvivenza degli stock naturali presenti nel Mediterraneo. Questa fortissima domanda, che pone problemi legati ad un sovrasfruttamento della risorsa con gravi implicazioni sia tipo ambientale che igienico-sanitario, richiede l’adozione di misure adatte a contrastare questo fenomeno e va tenuta in debita considerazione».

L’allarme era già stato lanciato a gennaio dal circolo Legambiente di Manduria che, con una lettera indirizzata al ministero dell’ambiente, all’assessore regionale all’Ambiente della Puglia e alla Procura della Repubblica di Taranto, aveva denunciato «il fenomeno di pesca deregolamentata della specie marina Oloturia (Holothuroidea), fenomeno che sta avendo una forte espansione negli anni recenti, specie per le richieste da parte di mercati extraeuropei, tale da poter recare un serio nocumento all’ecosistema del Mar Mediterraneo. L’oloturia, o comunemente nota come cetriolo di mare, svolge infatti una importante funzione nell’ecosistema del Mare Mediterraneo. Essa è, infatti, classificata tra i detritivori microfagi, e i detritivori, in generale, sono organismi che si nutrono di materiale organico morto e scartato; rivestono dunque la funzione di “spazzini del mare”, e non appaiono chiare, se non in senso negativo, le conseguenze di questa crescente “razzia” di un elemento necessario dall’ecosistema di origine atteso che si tratta di una specie marina fondamentale nel riciclo delle scorie dei fondali utili alla sopravvivenza dei coralli e alla pulizia delle praterie di Poseidonia Oceanica presenti nei nostri mari. Quindi le oloturie, nutrendosi della materia organica morta che è mescolata alla sabbia, non solo aiutano a mantenere pulite le praterie di alghe e le lagune, ma le sostanze nutritive che espellono possono rientrare nella rete biologica delle alghe e dei coralli. Senza i cetrioli di mare, non potrebbe esserci buona parte del riciclo dei nutrienti».

Già all’inizio dell’anno gli ambientalisti si facevano interpreti  del crescente allarme sia dalle Forze dell’Ordine che dalle varie Capitanerie di Porto interessate, come quella di Taranto che avevano già effettuato sequestri a pescatori illegali e delle richieste di interventi immediati e urgenti che chiedono di preservare le oloturie da uno scellerato commercio e chiedevano di far rispettare   «il divieto di pesca e commercializzazione e quanto altro necessario, delle Oloturie, con l’auspicio di includerle nell’elenchi delle specie protetta, regolamentati da trattati di natura europea. Attualmente lo strumento giuridico offerto dal Legislatore, a tutela di questa specie, è un composto affastellato di norme presenti in Decreti Ministeriali, Leggi statali con norme di mero rinvio a Convenzioni Internazionali, di difficile lettura da parte degli addetti ai lavori, le quali, inoltre, prevedono sanzioni amministrative molto blande rispetto agli ingenti margini di profitto derivanti dal commercio nei mercati orientali (basti pensare che le sanzioni applicabili sono di norma comprese tra i 1000 € ed i 3000 €, mentre il valore delle oloturie nei mercati orientali oscilla dai 200 € ai 600 € per le specie più pregiate)».

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