Il Brasile nel 2018: elezioni, Lula, Temer, l’estrema destra l’Amazzonia e gli indios guardiani

Aumenta la resistenza dei popoli indigeni, attaccati da bancada ruralista, boscaioli e minatori abusivi

[15 febbraio 2018]

Quest’anno si vota anche in Brasile e in pochi pensano che il presidente Michel Temer, molto impopolare, malato  e accusato di essere corrotto riuscirà a sopravvivere politicamente. Ma Temer ha già dimostrato di avere mille vite e nel 2016 è diventato presidente spodestando con un golpe di palazzo Dilma Rousseff, del Partido dos Trabalhadores (PT) grazie ad accuse molto meno gravi di quelle che vengono imputate allo stesso Temer. Intanto il suo Partido do movimento democrático brasileiro (Pmdb) è passato dall’alleanza con il PT a quella con l’estrema destra (un ritorno di fiamma) e in particolare con la bancada ruralista, la potentissima lobby dei latifondisti brasiliani, molti dei quali parlamentari e accusati di essere sia corrotti che corruttori

E’ probabile che Temer cce la faccia a concludere il mandato a ottobre, quando ci saranno le elezioni, intanto il Pmdb si vanta di aver riportato la crescita economica:  +1,1 % nel 2017 e forse 3% nel 2018, il 77enne Temer, malfermo di salute, spera di passare la nottata sapendo che la gente e la giustizia si interesseranno sempre di meno a lui, presi come saranno da una tornata elettorale che vedrà l’elezione del nuovo presidente, di tutti  i deputati e di un terzo dei senatori e dei governatori di tutti gli Stati brasiliani. Elezioni il cui risultato non è mai stato così incerto e con una classe politica azzoppata dallo scandalo di  Lava Jato e con 237 su 594 parlamentari (il 40%) indagati per corruzione.

Sotto inchiesta e condannato a 9 anni e mezzo per Lava Jato c’è anche l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) che è in testa a tutti i sondaggi e amato dalle classi popolari e dai più poveri che durante i suoi due mandati (2003-2011) hanno visto migliorare le loro condizioni di vita e i diritti. Il PT dice che  contro di lui le prove sono debolissime, ma la condanna è stata confermata in appello il 24 gennaio, quindi Lula, se non presenterà ricorso, potrebbe non potersi presentare alle elezioni.

Gli ambientalisti dicono che Lula, Rousseff e Temer hanno tutti sacrificato la difesa dell’ambiente sull’altare dello sviluppo economico. Dopo le sentenze il gradimento per Lula, che prima di Natale era ben sopra il 50%, è sceso al 45% ed è ormai incalzato con il 42% da   deputato di estrema destra Jair Bolsonaro, un ex capitano dell’esercito che si ispira apertamente alla dittatura fascista e al colonnello Carlos Brilhante Ustra, il capo dei torturatori dei prigionieri politici. Bolsonaro è un misogino che odia i gay e le minoranze etniche e incita alla violenza contro di loro, inoltre ha promesso che se diventerà presidente la farà finita con la demarcazione delle terre indigene e con i finanziamenti alle ONG, favorendo l’invasione dell’Amazzonia e vanificando gli impegni presi dal Brasile con l’Accordo di Parigi. In un altro momento uno così non avrebbe avuto nessuna chance, ma  un sondaggio della Fondazione Getúlio Vagas dell’agosto 2017 ha rivelato che l’83% dei brasiliani disapprovano il governo e il 78% i politici e i Partiti, mentre il 55% dice che non voterà la stessa persona delle ultime elezioni. Quindi, quasi la metà dei brasiliani è pronta a gettarsi tra le braccia di un fascista che rappresenta proprio tutto il sistema del quale hanno ribrezzo, ma che lo maschera bene sotto un populismo becero e lantipolitica dell’estrema destra. Vi ricorda qualcosa?

In questo pantano sguazza a suo agio la bancada ruralista che ha salvato dall’impeachment  Temer in cambio della rottamazione delle leggi ambientali e dei diritti dei lavoratori e che rappresenta la vera base politica di Bolsonaro e dei suoi camerati.

Fiona Watson, di Survival International ha detto a Mongabay che  «E’ probabile che il 2018 sia un anno triste per i popoli indigeni dell’Amazzonia , visto che il governo il blocco ruralista nel Congresso intensificheranno senza dubbio i loro sforzi per soffocare i diritti costituzionali degli indigeni. Le imprese agroindustriali hanno messo gli occhi sui territori indigeni ricchi di risorse dell’Amazzonia e le compagnie minerarie straniere stanno circondando la zona, il che rappresenta un barile di polvere volatile e pericoloso, soprattutto in un anno elettorale. Un anno elettorale è quando, lasciata da parte ogni considerazione, gli accaparratori di terre, i taglialegna e i minatori sanno che possono invadere i territori indigeni con la maggiore impunità di quella abituale, visto che ci sono meno probabilità che le autorità agiscano mentre cercano voti [e donazioni per la campagna elettorale] di questa gente. E, per mano dell’invasione, arriva la violenza. Il Brasile ha uno dei maggiori indici del mondo di persone indigene e di difensori dell’ambiente assassinati».

Anche Philip Fearnside, un ricercatore dell’Instituto nacional de pesquisas da Amazônia (Inpa) è pessimista e fa notare a Maurício Torres e  Sue Branford, che hanno fatto un indagine in Brasile per Mongbay, che «Mentre il mondo avanza, affrontando gli obiettivi di riduzione del carbonio dell’Accordo di Parigi, abbracciando le energie rinnovabili e la protezione delle foreste, il governo Temer non sta rispettando gli impegni presi con l’Accordo e sta aprendo il Paese all’inferno petrolifero, dando alle compagnie un insieme di incentivi fiscali che potrebbero arrivare a 300 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni, per sviluppare l’esplorazione petrolifera e gasiera offshore. La deforestazione amazzonica, la principale fonte di emissioni di carbonio del Brasile, potrebbe proseguire una tendenza al rialzo perché le forze che stanno dietro il disboscamento – più strade, ferrovie e vie industriali, più miniere, più insediamenti nell’interno e più investimenti nello sviluppo – stanno crescendo. Un altro evento chiave previsto nel 2018 è l’apertura graduale della rodovia BR-319 che collega Manaus nell’Amazônia Central con Rondônia, nell’infame “arco de desmatamento”. Tutto questo indica maggiori emissioni. E le cifre sarebbero ancora più alte se venissero incluse le emissioni che vengono omesse nei dati ufficiali, come il degrado forestale a causa degli incendi, dei tagli e della siccità».

Ma la  crisi economica e l’austerity imposta dal governo hanno portato anche qualcosa di positivo: c’è poco denaro pubblico per finanziare i grandi progetti energetici e infrastrutturali che hanno sempre avuto gravi conseguenze ambientali e sociali de anche fonti governative dicono che le fusioni per costituire mega-imprese per sfruttare l’Amazzonia non vedranno la luce, a meno che non arrivino grandi investitori stranieri, come per esempio la Cina che nel 2017 ha offerto al Brasile una linea di credito di 20 miliardi di dollari per costrire infrastrutture. Ma gli scienziati avvertono che molte dighe  medie e piccole stanno andando avanti  e che potranno comunque provocare grossi danni.

Ma l’opposizione alle politiche antiambientaliste del governo di destra sta crescendo e la Watson ha evidenziato su Mongbay che «La parte positiva è che le organizzazioni indigene, a livello di base e regionale, sono attive e si pronunciano in difesa della loro casa in Amazzonia e, in ogni caso, nel 2018 si faranno sentire ancora di più. Nella quasi assenza dello Stato, tribù come i Guajajara e i Ka’apor hanno formato loro gruppi di “guardiões”per difendere i loro boschi e la gente vulnerabile in isolamento che vive lì. Quest’anno possiamo aspettarci altre azioni da parte loro».

E il 2028 potrebbe anche essere l’anno in cui gettare le basi perché ci sia un maggior livello di resistenza nel 2019, quando il nuovo giverno assumerà il potere. Márcio Santilli, dell’Instituto Socioambiental (ha detto a Mongabay: «Ci attendiamo decisioni importanti del Supremo Tribunal Federal che dovrebbero porre un limite agli ostacoli introdotti dal governo e dal congresso». Santilli ha citato in particolare una decisione che il Supremo Tribunal Federal  dovrebbe prendere nelle prossime settimane sulla legittimità del cosiddetto “marco temporal”:  la data arbitraria del 5 ottobre del 1988 fissata dal governo Temer nella quale i popoli indigeni dovevano aver occupato i loro territori ancestrali per poterli rivendicare legalmente. Un trucco ispirato da fazendeiros, minatori e taglialegna abusivi, visto che durante la dittatura militare fascista (1964-1985) molte tribù indigene erano state scacciate con la forza dalle loro terre e che quindi la legge è con tutta probabilità una violazione della Costituzione democratica del Brasile del 1988.

Il Supremo Tribunal Federal nei prossimi mesi dovrebbe pronunciarsi anche sulla legittimazione dell’invasione e del furto delle terre indigene da parte dell’agroindustria, Santilli dice che anche questo viola la Costituzione e che i tribunali dovrebbero bocciare la legge. Inoltre ci si attende anche una sentenza sui diritti alla terra dei quilombos, le comunità che discendono dagli schiavi neri fuggiti, che potrebbero essere limitati fortemente da un’iniziativa avanzata dalla destra in Parlamento e con azioni legali.

Ma la sentenza più importante sarà sicuramente quella sul contestato Código Florestal che il Supremo Tribunal Federal  dovrebbe emettere entro questo mese e che, secondo ambientalisti e popoli indigeni provocherebbe una devastazione ambientale e violerebbe la Costituzione. Per molti questa sarà la decisione più importante nella storia delle leggi ambientali del Brasile.

Maurício Torres e  Sue Branford concludono la loro inchiesta con una nota di ottimismo della volontà: «E’ possibile che il 2018 sia un anno di attesa, un anno in cui gli ambientalisti e i movimenti indigeni resisteranno con coraggio agli ulteriori attacchi del governo Temer, del Congresso e dei ruralistas, mentre cercheranno di rimediare alle precedenti complicazioni. Secondo quale sarà il risultato delle elezioni di ottobre, i movimenti popolari e le ONG potrebbero riorganizzarsi e andare avanti con la protezione dell’Amazzonia nel 2019. Tuttavia, con un alto livello di incertezza e instabilità e candidati che vanno da Jair Bolsonaro nell’estrema destra a Lula  e al Partido dos Trabalhadores e passando per Marina Silva, ex ministra dell’ambiente e candidata con poche possibilità dal centro-sinistra, tutto è possibile».