La ricerca pubblicata in prossimità del World Parks Congress 2014 dell’Iucn

Buone notizie: le aree protette funzionano davvero, conservano la biodiversità

Gli studi fino a oggi non erano stati in grado di fornire una risposta generale alla loro efficacia

[17 settembre 2014]

Le aree protette terrestri (PA) sono essenziali per la salvaguardia della biodiversità globale, ma recenti studi ne avevano messo in dubbio l’efficacia, invece la ricerca  “Local Scale Comparisons of Biodiversity as a Test for Global Protected Area Ecological Performance: A Meta-Analysis”, pubblicata su  PLosOne da un team di scienziati sudafricano, australiano e britannico afferma che «gli studi fino a oggi non erano stati in grado di fornire una risposta generale all’efficacia della conservazione nelle aree protette a causa del loro focus geografico e/o tassonomico generalmente ristretto, o perché gli  approcci qualitativi si sono concentrati  su collegati alla biodiversità, come la deforestazione».

Il problema e che scarseggiano i dati storici sulle aree protette, per  fare confronti sulla biodiversità prima e dopo l’istituzione delle aree protette, «negli ultimi 30 anni  molti  studi di dimensioni ridotte hanno confrontato direttamente la biodiversità all’interno delle aree protette con quella delle zone circostanti – scrivono i ricercatori – il che fornisce una misura delle prestazioni ecologiche delle aree protette », per questo il team inernazionale ha fatto una meta-analisi di 86 studi per verificare se le aree protette contengono valori di biodiversità più elevati rispetto alle zone circostanti, e quindi valutare il loro contributo alla determinazione dell’efficacia della aree protette.

Hanno così scoperto che «In generale, le aree protette hanno abbondanze elevate di singole specie, abbondanze superiori di insiemi e valori più elevati di  ricchezza di specie rispetto ad utilizzi del territorio alterativi».  Quindi mettendo insieme gli studi locali  emerge che «le aree protette mantengono di più la biodiversità delle aree con utilizzo dei suoli alternativi. Ma lo studio avverte che «Tuttavia, c sono presenti molte variabili nelle dimensioni dell’effetto, il che sottolinea il contesto-specificità dell’efficacia della aree protette».

Uno degli autori, Kevin J. Gaston, dell’Environment and Sustainability Institute dell’università Britannica di Exeter, sottolinea che «proteggere  un’area dallo sfruttamento umano è un fatto di buon senso, però, fino ad ora c’erano poche prove per determinare se queste aree di conservazione della biodiversità fissero effettivamente protette. Il nostro lavoro ha ormai dimostrato che le aree protette hanno notevoli benefici per la biodiversità. In generale, le popolazioni vegetali e animali sono più grandi ed al loro interno si trovano  più specie che fuori delle aree protette. In altre parole, le aree protette stanno facendo il loro lavoro».

Secondo il leader del team di ricerca, il sudafricano Bernard W. T. Coetzee, del Centre for Invasion Biology della  Stellenbosch University,  «Il conflitto sul livello di evidenza era preoccupante, dato che le decisioni politiche per proteggere le nuove aree vengono spesso prese con un costo significativo, problematico. Ora, questa ricerca dimostra che proteggere le aree funziona per la conservazione della biodiversità e dovrebbe rimanere una strategia chiave per portare avanti la conservazione».

Secondo i ricercatori lo studio darà una grossa mano per giustificare l’attenzione internazionale sulle aree protette, ed è una buona notizia per lo IUCN World Parks Congress 2014  che si terrà a Sydney. Coetzee evidenzia che «questa ricerca indica che la protezione delle aree e le spese di bilancio fortemente contestate per la loro manutenzione sono utili per tutti i governi. Dimostra anche che il raggiungimento degli 11 Aichi Target per il 2020 sulla biodiversità, per aumentare la copertura delle aree protette fino al 17% per cento delle aree terrestri e delle acque interne, potrà davvero aiutare a proteggere la biodiversità. Ora sappiamo che funziona, ma abbiamo bisogno di maggiore azione al per  garantire una maggiore copertura e migliori garanzie per il loro mantenimento a lungo termine».

A livello regionale, Coetzee e il suo team hanno anche scoperto che le aree protette sono in gran parte efficaci, con un’unica eccezione: il Sud America, dove il team ha trovato una differenza «non significativa» aree protette e territori non protetti. «Questo modello non è semplice da interpretare – spiega ancora  Coetzee – Una spiegazione può essere la pressione della caccia. Alcuni studi inclusi nella nostra analisi hanno trovato alti tassi di bracconaggio all’interno di aree protette, il che diminuisce le grandi popolazioni di mammiferi all’interno di riserve. Mentre la foresta primaria è insostituibile per la conservazione, altri studi, soprattutto quelli fatti in Sud America, hanno dimostrato che le aree con utilizzo del suolo a basso tasso di estrazione, o di rigenerazione forestale, possono contribuire in qualche misura alla conservazione, il che significa che in generale l’effetto dell’istituzione delle aree protette non sarà statisticamente marcato in Sud America, come in altre regioni. Tuttavia, i risultati in Sud America possono anche essere dovuti ad un campione più basso in quel continente».

Altri studi con campioni di dimensioni superiori, riguardanti la foresta primaria e non solo le aree protette, danno dati molto più positivi per la biodiversità del Sud America e  Coetzee  dice che incrociandoli con la loro ricerca «i risultati suggeriscono che non trasformare un habitat primario è la migliore strategia per conservare la biodiversità, e gran parte di questo si ottiene istituendo aree protette».

È interessante notare che, anche questa volta in contraddizione con recenti ricerche,  lo studio ha inoltre rilevato che la posizione e la dimensione dell’area protetta sembrano avere poco a che fare con la sua capacità di salvaguardare la biodiversità. Inoltre, anche le condizioni socio-economiche dei diversi Paesi sembrano avere uno scarso impatto. «Non c’è dubbio che, in generale, aree protette più grandi  diano più benefici per la biodiversità di quelli piccole  e anche che, in ultima analisi, i fattori socio-economici e politici contribuiscono a plasmare il destino della biodiversità – dice Coetzee – Ma i nostri risultati dimostrano che i benefici della biodiversità, derivanti dalla  stessa creazione di un’area protetta stessa, compensano le spese per le aree protette, riducendo almeno alcune delle pressioni sulla  biodiversità».