Riceviamo e pubblichiamo

Caccia in Toscana, Lipu: «Centinaia di rapaci abbattuti illegalmente»

[23 ottobre 2013]

C’erano una volta i capisaldi della riforma della normativa venatoria nazionale del 1992, subito recepita in toscana con la Legge Regionale 3/94: a caccia solo tre giorni alla settimana, solo nel proprio territorio di residenza o in un “ambito territoriale” definito, limiti di carniere, specie particolarmente protette, pene severe  e controlli rigidi.

Capisaldi di logica, volti a garantire una pressione venatoria sostenibile e un legame stretto tra il cacciatore e il territorio dove esercita il suo passatempo preferito.

Tutto questo, un po’ per volta, negli anni, in Toscana è stato smantellato. Adesso i cacciatori possono di fatto cacciare in qualsiasi territorio vogliano, per cinque giorni alla settimana  con l’obbligo, sì,  di “annotare” i capi abbattuti (per verificare che non vengano superati i limiti di carniere),  ma solo “a fine giornata”, vale a dire “mai”. Perché basta che il cacciatore ogni tanto riponga nell’auto le prede e il “conteggio” riparte da zero. Insomma, una caccia senza regole e una pressione venatoria insostenibile proprio nel delicatissimo periodo della migrazione.

Riguardo, poi, l’applicazione delle sanzioni, si è raggiunta la barzelletta. E’ più facile “pagare” per essersi scordati di annotare la giornata di caccia che per aver abbattuto una dozzina di rapaci in una mattinata! I processi si insabbiano e le pene decadono. Ci guadagnano un po’ gli avvocati. Ma la licenza di caccia non si tocca, e men che meno il porto d’armi.

Per capire gli effetti della svendita elettorale della normativa venatoria basta farsi un giro in campagna la mattina, preferibilmente con un giubbotto ad alta visibilità ed un berretto per proteggersi dalla pioggia di pallini (di piombo, che inquinano, ma non si deve sapere). Oppure  informarsi presso un qualsiasi Centro di Recupero Fauna Selvatica.

Ad esempio al Centro Recupero Uccelli Marini e Acquatici della LIPU di Livorno in sei giorni, dall’11 al 16 di ottobre (tra i quali due di “silenzio venatorio”) sono arrivati 5 rapaci: tre sparvieri, un gheppio e un lodolaio. Da mezza Toscana. Tutti con ferite da arma da fuoco e pallini piantati dappertutto, che hanno troncato ossa e reciso tendini spezzando la loro migrazione. Praticamente due rapaci ogni giorno di attività venatoria. E sono specie “particolarmente protette” il cui abbattimento è un reato penale.

E non contando gli uccelli con ferite sospette ma non sicuramente attribuibili a spari (perché magari il pallino è fuoriuscito).

Chi spara ai rapaci non è un “vero cacciatore”, dicono, ma allora è molto bravo nei travestimenti.  Fatto sta che appena inizia la caccia alla “migratoria” i rapaci feriti a fucilate arrivano a decine. E sono solo una minima parte di quelli abbattuti, perché non tutti sopravvivono e solo una piccola percentuale viene ritrovata e soccorsa. Facendo un rapido calcolo, ipotizzando (con ottimismo) che quelli ricoverati siano il 5% di quelli abbattuti, stiamo parlando di 40 rapaci il giorno, più di ottocento nel solo mese di ottobre e solo nel “bacino di utenza” del Centro Recupero di Livorno.

Numeri da paese incivile, non certo da Regione che continua a delirare di “raggiungimento dell’equilibrio” tra le esigenze della caccia (che è un divertimento di pochi) e dell’equilibrio naturale (che è un diritto di tutti). Per non parlare dei diritti di chi ha la disgraziata idea di farsi due passi in campagna: da quello a godersi la passeggiata a quello di tornare a sano e salvo.

di Cecilia Giorgetti, delegata sezione LIPU di Livorno