Caccia, la Toscana non chiude: sì alla pre-apertura, ma vietata alle specie acquatiche e al merlo

In 22 anni dimezzati i cacciatori toscani: sono 75.000

[29 agosto 2017]

Alla fine la promessa del presidente della Regione Toscana Enrico Rossi si è rivelata meno dirompente di quel che all’inizio sembrava: «Non si può dichiarare lo stato di calamità per la siccità e poi non tener di conto anche delle sofferenze degli animali», ha detto oggi lo stesso Rossi annunciando che la montagna del possibile slittamento dell’apertura della stagione venatoria ha partorito il topolino del “tutto resta come prima”, salvo qualche aggiustamento. In una nota la regione conferma che « Nella pre-apertura della stagione venatoria che si svolgerà come da programma sabato 2 e domenica 3 settembre doppiette vietate dunque contro germani reali, alzavola e marzaiola, ovvero gli uccelli acquatici di cui normalmente è consentita la caccia, ed anche contro i merli. Inoltre non si sparerà fino alle sette di sera, ma solo fino alle 14».

Molto meno di quanto chiedevano ambientalisti e animalisti che avevano quasi convinto Rossi, ma la Giunta regionale  haa approvato  una serie di provvedimenti proposti dall’assessore all’agricoltura Marco Remaschi, tra i quli c’è anche «l’adozione definitiva del regolamento unico regionale che sostituirà i novantuno diversi testi (48 in vigore e 43 in via di approvazione) che esistevano fino appena ad un anno e mezzo fa, fino al 1 gennaio 2016, quando la caccia rientrava tra le competenze amministrate dalle province e poi invece tornata in toto in capo alla Regione. Presto sarà approvato anche un piano faunistico unico».

La giunta regionale toscana sottolinea che «La caccia al germano, all’alzavola e alla marzaiola – tutti uccelli acquatici – è stata sospesa a causa della siccità dell’estate. Era già successo nel 2003 e nel 2012, altri due anni particolarmente siccitosi (anzi, il 2003 forse fu anche peggio) e il provvedimento ha due ragioni: quella di aiutare la conservazione della specie a fronte dei pochi bacini e specchi di acqua allagati dove quest’anno gli animali saranno costretti a concentrarsi, ma anche una razionalizzazione dell’uso dell’acqua, visto che la caccia era consentita anche in invasi allagati artificialmente e quindi si sarebbe dovuta utilizzare in grandi quantità per riempirli.

Il 2 settembre si potrà sparare alla tortora africana e al colombaccio, ai quali la Regione ha aggiunto, come negli anni passati, cornacchie, gazze e ghiandaie, «ovvero quei corvidi dannosi per le covate, con popolazioni in eccesso e per cui, anche a caccia chiusa, spesso vengono organizzate battute ad hoc per contenerle lo sviluppo – spiega la Giunta – . Per motivi simili sarà consentita, in deroga, la caccia agli storni, che provocano danni alle coltivazioni di uva ed olivi. Domenica 3 si potrà sparare invece solo ai corvidi e agli storni, ovvero le specie “nocive”: caccia vietata in questo caso a tortora e colombacci».

C’è da giurarxci che la cosa non piacerà nemmeno un po’ né agli nti-caccia né gli ambientalisti, contrari a simili provvedimenti anche quando la Regione non era stata messa a dura prova da siccità e incendi.

Tutto come prima per la stagione venatoria vera e propria: «Inizierà come annunciato il 17 settembre e si concluderà il 31 gennaio: limitatamente ad alcune specie partirà ad ottobre o novembre oppure si concluderà anticipatamente, come è già accaduto negli anni passati».

La giunta regionale ha anche approvato una delibera per il prelievo selettivo del muflone nei comprensori della provincia di Livorno e Lucca.

Remaschi e Rossi hanno sottolineato che «La sospensione della caccia alle specie acquatiche e al merlo è stato l’esito di un confronto ragionato e attento».

Secondo Rossi, «Il provvedimento che abbiamo adottato è un compromesso rispetto a chi ci chiedeva di sospendere la stagione venatoria e chi invece era dell’avviso che non si dovesse prendere alcun provvedimento. Ci abbiamo ragionato e alla fine abbiamo preso questa decisione».

Remschi aggiunge:  «Si è trattato di un confronto approfondito, con il mondo agricolo e quello animalista. La politica deve decidere e tenere conto della situazioni oggettive. Lo abbiamo fatto. Qualcuno dirà che abbiamo scontentato tutti, ma mi sembra un ragionevole punto di mediazione». L’assessore ha sottolineato anche «il grande lavoro, non facile, che è stato necessario per arrivare ad un regolamento unico venatorio regionale, frutto anche in questo caso di un confronto attento con il mondo agricolo, venatorio e tutti quei soggetti sensibili al tema della caccia. Un lavoro di semplificazione importante».

ùIntanto i cacciatori toscani diminuiscono:  nel 2016 erano 78.000 e sono in calo da più di 20 anni e, dice la Regione, «vista l’età media elevata, vicina ai sessantasei anni, c’è da aspettarsi un’ulteriore drastica riduzione. Quest’anno dovrebbero aggirarsi attorno ai 75.000. La Toscana rimane comunque la regione in Italia con il più alto numero di cacciatori, prima (o forse al massimo seconda) anche come densità in rapporto alla popolazione. In questo caso se la gioca con l’Umbria».

Nel 1995, anche se già in calo, i cacciatori toscani erano quasi 150.000: in soli 22 anni si sono dimezzati.

La caccia non tira più sia per ragioni etiche, sociali che economiche: «Chi spara deve pagare una doppia tassa di concessione e poi un corrispettivo per gli ambiti di caccia a cui si iscrive, nella regione o fuori regione – spiega la Regione – La tassa regionale ammonta a 23 euro l’anno – è stata ridotta nel 2014 – mentre quella incamerata dallo Stato vale 173 euro. Per il primo Atc di residenza venatoria, l’ambito territoriale di caccia, si pagano in Toscana 100 euro e 50 per gli eventuali altri. In venticinquemila ne scelgono almeno due. Queste risorse servono a finanziare le attività di ripopolamento ma anche l’indennizzo dei danni provocati dalla fauna alla coltivazioni. Il 10 per cento, dall’anno scorso, è destinato al finanziamento della spesa per la polizia provinciale, che tra le sue competenze specifiche ha anche quella della tutela del territorio, la lotta ai crimini ambientali, al fenomeno del bracconaggio e allo sfruttamento degli animali».