Cambiamento climatico, dalla Guyana effetto domino sui Caraibi?

Il nuovo presidente Granger impegnato contro il global warming, ma apre all’industria mineraria

[16 giugno 2015]

David Granger

La Guyana è l’unico Paese della Comunidad del Caribe (Caricom) a non aver problemi di sicurezza alimentare, però è minacciata da una elevata e rapida variabilità climatica che potrebbe creare problemi anche ai Paesi vicini che dipendono dalla produzione agricola di questa nazione sudamericana che, dalla sua indipendenza, è stata quasi sempre governata dalla sinistra.
L’agricoltura rappresenta il 32% del Pil della Guyana e il 33% delle esportazioni e da lavoro r ad un terzo della popolazione economicamente attiva. I principali prodotti di esportazione sono lo zucchero (137 milioni di dollari all’anno), il riso (55 milioni di dollari), i prodotti forestali (70 milioni), i derivati della pesca (65 milioni) ed altri prodotti agricoli ed animali da allevamento (7,5 milioni).
David Granger, il nuovo presidente socialista della Guyana, eletto l’11 maggio dalla coalizione di centro-sinistra A Partnership for National Unity (Apnu) che ha battuto il People’s Progressive Party (PPP), la sinistra radicale al potere che però è arrivata in testa alle elezioni legislative, è cosciente dell’importanza dell’agricoltura per la Guyana e che il cambiamento climatico potrebbe mettere a rischio la sicurezza alimentare del suo paese.
In una intervista all’Ips, Granger ha sottolineato che «Sulla costa, bassa e piatta, il clima è un po’ differente da quello dell’interno e dalla zone montane, dove piove molto, in parte della foresta amazzonica e ancora di più al sud, vicino al Brasile c’è un terreno totalmente differente, un paesaggio di savana. La savana ha una lunga stagione umida , che è ora, e una lunga stagione secca. Sulla costa abbiamo un’ampia stagione secca e un’ampia stagione umida e poi una corta stagione secca ed una corta stagione umida. Così, quando parliamo di cambiamento climatico, parliamo di fenomeni geografici molto complessi».
La Guyana e il confinante Suriname sono gli unici Paesi continentali del Caricom e il 90% della popolazione della Guyana vive in una stretta fascia costiera che è tra uno e mezzo metro sul livello del mare. La fascia costiera è difesa da dighe che risalgono alla colonizzazione olandese – che continuò in Suriname, mentre la Guyana diventò colonia britannica – però le forti tempeste degli ultimi anni hanno superato le difese costiere causando inondazioni sempre più frequenti.
Dalle elezioni di maggio è uscito uno stallo: il PPP ha preso 32 seggi, l’Apnu 26 e Alliance for Change 7, ma qualunque sia il governo della Guyana dovrà trovare 6 milioni di dollari all’anno per manutenere il sistema di drenaggio e irrigazione e 100 milioni di dollari per adattare le infrastrutture costiere agli effetti del cambiamento climatico.
Granger ha detto: «Dobbiamo avere una politica e progettare un percorso che proteggano i nostri cittadini e tutto ciò che si riferisce alla gestione delle zone costiere. Dobbiamo costruire difese e fare impianti di depurazione, perché altrimenti la gente finirà sott’acqua. Il Paese 10 anni fa ha subito inondazioni terribili. Per le inondazioni abbiamo perso milioni di dollari. Dobbiamo fare quel che abbiamo fatto con le dighe, però dobbiamo anche implementare i piani per evitare il taglio eccessivo e, per questo, riforestare per recuperare le aree devastate».
La Guyana è ancora uno dei paradisi naturali del mondo: è coperta per l’80% da foreste che si estendono su una superficie grande come l’Inghilterra. Se le intenzioni del nuovo residente sembrano quelle di continuare la politica ambientale dei precedenti governi di sinistra, il pericolo viene dalle enormi risorse minerarie della savana della Guyana: oro, diamanti, bauxite… risorse fondamentali per l’economia nazionale ma che attraggono le multinazionali ed orde di minatori abusivi brasiliani (e non solo) che devastano ambienti naturali unici-
Il governo precedente aveva fatto un accordo con la Norvegia che si è impegnata a dare alla Guyana fino a 250 milioni di dollari nel 2015, se evita la deforestazione e rispetta alcuni obiettivi. I finanziamenti derivanti da questo accordo sono arrivati a 190 milioni di dollari. Si tratta di uno dei più grossi contributi al mondo all’interno del programma Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation (REDD+) dell’Onu. Quella tra Norvegia e Guyana è una partnership iniziata nel 2009 e i contributi del Paese scandinavo servono a portare avanti un’ambiziosa azione climatica che si basa sia su un basso tasso di deforestazione che su iniziative per promuovere uno sviluppo sostenibile attraverso la Low Carbon Development strategy della Guyana.
Granger evidenzia che «La grande spesa verrebbe se dovessimo passare dalla costa all’interno, che è più alto». Ma il nuovo presidente sembra intenzionato a cambiare la politica ambientalista dei governo del People’s Progressive Party e ad aprire alle entrate milionarie dell’industria estrattiva: «Come parte della nostra politica già annunciata, le entrate che provengono dall’industria estrattiva, oro, legname, diamanti e bauxite, verranno utilizzate per qual che chiamiamo Sovereign wealth fund, perché i nostri figli non debbano subire la devastazione della povertà. E’ qualcosa che dovremo includere nel nostro bilancio. Dobbiamo cominciare a mettere da parte il denaro per prepararci a qualsiasi catastrofe. Non possiamo dipendere per sempre dalle donazioni». Insomma, ancora una volta un politico della Guyana prende esempio dalla Norvegia, questa volta per istituire un fondo sovrano simile a quello che investe i guadagni dell’industria petrolifera e gasiera del Paese nord-europeo.
Ma Jamilla Sealy, presidente regionale del Caribbean Youth Environment Network Ceyen)ed amministratrice del progetto World Wide Views on Climate and Energy, mette in guardia su un cambio di politiche ambientali e climatiche in Guyana: «Il cambiamento climatico in Guyana potrebbe danneggiare i Paesi vicini come Barbados. Per esempio, se in Guyana ci sono grandi inondazioni e la maggioranza dei suoi fiumi straripa, il contenuto può arrivare alle nostre coste attraverso le correnti oceaniche. Questo può causare la mortalità di pesci e stress per le barriere coralline di Barbados. Inoltre, il cambiamento climatico incide nella propagazione di malattie trasmesse da vettori, come la chinkungunya, e può portare alla recrudescenza della febbre gialla e della malaria. In termini di sicurezza alimentare, si importiamo la maggioranza dei nostri alimenti da un Paese e questi diminuiscono, ne saremo gravemente colpiti. Per esempio, se un grande uragano decima un Paese, come ha fatto Ivan a Granada nel 2004, può distruggere la sua economia. I piccoli Stati insulari in via di sviluppo, come quelli dei Caraibi, saranno i primi a soffrire l’impatto del cambiamento climatico. Essendo piccoli, abbiamo poco territorio, acqua e cibo. Dobbiamo importare petrolio. Se succede qualcosa ad un Paese che ha petrolio e cibo, noi restiamo senza nulla e siamo in una situazione vulnerabile».