Il cambiamento climatico “rimpicciolisce” i camosci delle Alpi

[27 ottobre 2014]

Un team di ricercatori, composto da  Marco Apollonio e Roberta Chirichella del Dipartimento scienze della natura e del territorio dell’università di Sassari, e che comprendeva anche Tom Mason, Stephen Willis e Philip Stephens, della School of biological and biomedical sciences della Durham University, ha pubblicato su Frontier in Zoology lo studio “Environmental change and long-term body mass declines in an alpine mammal” che rivela un inaspettato aspetto del cambiamento climatico sui grandi mammiferi che vivono nelle nostre Alpi.

Il team italo-britannico ricorda che «Negli ultimi decenni i cambiamenti climatici e ambientali hanno portato diffusi cambiamenti nelle dimensioni corporee, in particolare a declini, in tutta una serie di gruppi tassonomici. I cali delle dimensioni potrebbero avere un impatto sostanziale sul funzionamento degli ecosistemi. Fino ad oggi, la maggior parte degli studi suggeriscono che i trend temporali delle dimensioni sono il risultato indiretto delle modifiche della disponibilità e della qualità delle risorse prodotte dai cambiamenti climatici, che danneggiano la capacità degli individui di acquisire risorse e di crescere».

I ricercatori hanno studiato gli effetti a lungo termine dei cali della massa corporea nei giovani di camoscio alpino (Rupicapra rupicapra ) in tre popolazioni confinanti delle Alpi italiane ed hanno trovato «una forte evidenza che l’aumento della densità di popolazione e il riscaldamento le temperature durante la primavera e l’estate sono legati ai cali della massa». Non hanno invece trovato nessuna evidenza che i tempi o la produttività delle risorse siano state modificate durante questo periodo».

La conclusione è che «E’ improbabile che il cambiamento ambientale abbia  portato indirettamente alla modifica delle dimensioni corporee attraverso gli effetti sulla produttività delle risorse o la fenologia». Invece i ricercatori ipotizzano che «Il cambiamento ambientale abbia limitato la capacità degli individui di acquisire risorse. Questo potrebbe essere dovuto ad un aumento dell’intensità della concorrenza ed alla diminuzione del tempo dedicato alla ricerca, a causa delle alte temperature». I risultati del team italo-britannico aggiungono peso ad un crescente corpo di evidenze sulla riduzione delle dimensioni corporee a lungo termine e fanno comprendere bene i potenziali drivers di questi trends. Inoltre lo studio evidenzia le potenzialità di gestione della fauna selvatica alpina, ad esempio rimpinguando le scorte di cibo, per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici sulla massa corporea.

I giovani dei camosci alpini sono notevolmente più piccoli, circa il 25% in meno, di quanto erano i loro coetanei abbattuti 30 anni fa, mentre nello stesso periodo le temperature nelle Alpi sono salite in media di 3 – 4 gradi centigradi,  e la cosa ha sorpreso non poco i ricercatori che pensano che si tratti di una conseguenza delle temperature elevate nelle Alpi durante la stagione di crescita delle piante.

Ma la cosa non è così semplice ed “automatica”, infatti nello studio si legge: «Invece, i nostri risultati forniscono il supporto al nostro secondo driver  putativo: che il cambiamento climatico potrebbe interessare direttamente il comportamento o la fisiologia dei camosci, limitando la loro capacità di acquisire le risorse».   I ricercatori fanno notare che negli ungulati «I cambiamenti comportamentali, come ad esempio il dedicare meno tempo per il foraggiamento, svolgono un ruolo importante nella termoregolazione. Questo significa che, per evitare di diventare troppo caldi, i camosci non si foraggiano abbastanza con il cibo durante le parti più calde della giornata, e non si foraggiano di più in in generale, quando la temperatura rimane alta per tutta la giornata».  Quindi, se camosci mangiano di meno durante le stagioni di crescita dei  vegetali più calde, non sono in grado  di raggiungere la stessa massa corporea dei camosci che vivevano durante stagioni di crescita più fredde.

Per lo studio, «Le temperature giornaliere superiori durante la primavera e l’estate possono aver portato i giovani  camosci a trascorrere più tempo a riposo e meno tempo per il foraggiamento rispetto al passato, riducendo la loro capacità di immagazzinare riserve di energia e di investire nella crescita». National Geographic, che dedica un articolo allo studio italo-britannico, fa notare che «Il calo di dimensioni del camoscio potrebbe avere un ulteriore risvolto negativo: se è vero infatti che la taglia più piccola potrebbe consentire loro una maggior resistenza alle temperature elevate, allo stesso tempo li esporrebbe maggiormente ai rigori dell’inverno. I due effetti potrebbero bilanciarsi solo anche se gli inverni sulle Alpi saranno più caldi, come le estati».

Non è la prima volta che gli scienziati scoprono effetti dei cambiamenti climatici sulle dimensioni corporee degli animali: Negli ultimi 50 anni 6 specie di salamandre che vivono nei monti Appalachi si sono “accorciate” e quelle che vivono nelle aree più a sud sono più corte e piccole deli esemplari più settentrionali. Con lo scioglimento dei ghiacci marini è diminuita la disponibilità di cibo per gli orsi polari ed anche per loro è stato notato un calo delle dimensioni corporee.

Willis ha detto a National Geographic: «Non sappiamo ancora quali effetti possa avere il cambiamento climatico sulla popolazione di questi animali, ma è possibile che possa compromettere la sopravvivenza dei camosci. Va detto però che la loro popolazione negli ultimi decenni è aumentata». Inoltre, secondo il ricercatore della Durham University, «Lo studio condotto sui camosci potrebbe avere delle implicazioni anche sulle specie domestiche. Se il cambiamento climatico produce gli stessi effetti sul bestiame, questo avrà delle ripercussioni sulla produttività agricola dei prossimi decenni. Ovvero, animali che mangiano meno equivalgono a meno carne sul mercato».

Ma Willis ammette che  gli scienziati «Non ne sanno abbastanza su come il clima estremo potrebbe influenzare la popolazione di questa specie, ma  in futuro un riscaldamento continuato potrebbe essere un problema per la sopravvivenza dell’animale».