Il camoscio appenninico ha ripopolato le nostre montagne: +45% esemplari nell’ultimo anno

Se non ci fossero stati i Parchi dell’Appennino con tutta probabilità questa meravigliosa specie non sarebbe sopravvissuta

[28 luglio 2016]

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Il camoscio più bello del mondo, come viene unanimemente definito dagli zoologi il camoscio appenninico può essere considerato a pieno titolo un ambasciatore dei Parchi italiani. Si tratta di una sottospecie endemica per l’Italia – ovvero si trova esclusivamente nel nostro Appennino e in nessun altra parte del mondo -, e all’inizio del ‘900 sembrava condannato all’estinzione. Nell’area che poi sarebbe diventata il futuro Parco Nazionale d’Abruzzo sopravvivevano poco più di 30 esemplari di camoscio appenninico, un numero troppo esiguo per garantire la sopravvivenza della specie. Poi la svolta.

La popolazione di camoscio appenninico conta oggi oltre 2700 esemplari, con un incremento del 45% rispetto all’ultimo anno. Nel dettaglio, il Parco della Majella ha ormai abbondantemente superato il totale di 1100 individui (ad oggi vive qui la più grande popolazione di camosci appenninici al mondo); nel Parco dei Monti Sibillini si contano ad oggi circa un centinaio di animali totali; nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise gli ultimi dati disponibili dai censimenti (autunno 2015) indicano la presenza di 523 individui; la necolonia del Parco regionale Sirente Velino ha raggiunto un numero di 31 individui totali accertati; infine, è in salute anche la popolazione del Parco del Gran Sasso, parco coinvolto nel progetto soprattutto per il suo ruolo di donatore di camosci (come la Majella), che ha una popolazione che si attesta oltre i 1000 esemplari.

Numeri di un grande successo, che verranno festeggiati domani nel “camoscio day”, iniziativa di Legambiente che nasce a seguito del Life del Progetto Life Coornata: esattamente 25 anni fa – il 29 luglio 1991 – gli studiosi lanciarono l’obiettivo 2000-2000-2000. Ripopolare l’Appennino centrale con almeno duemila camosci, oltre i 2000 metri d’altitudine, l’habitat ideale di questa sottospecie, entro gli anni 2000. Un obiettivo molto ambizioso, ma pienamente raggiunto. La strategia di conservazione del camoscio nei parchi dell’Appennino centrale può anche essere considerata un caso esemplare di successo della ricerca made in Italy all’interno dei parchi, perché sono state sperimentate alcune  tecniche di cattura e rilascio, totalmente innovative e mai usate prima su questa specie: le box trap e le up-net. Si tratta di dispositivi per catture “collettive” degli esemplari, che hanno il vantaggio, rispetto alla teleanestesia di singoli individui, di  trasferire un certo numero di animali simultaneamente, una condizione assai favorevole per il trasferimento in nuove aree di animali che vivono in gruppo.

«Domani – aggiunge Antonio Nicoletti, responsabile parchi e aree protette di Legambiente – firmeremo la Carta di Farindola per la tutela del camoscio, per rinsaldare la collaborazione tra i Parchi e le Comunità locali che, grazie alla presenza delle aree faunistiche, hanno permesso il successo delle attività di conservazione del camoscio».

L’evidenza dei nostri giorni mostra come il caso del camoscio appenninico non solo rappresenti un successo internazionale per le politiche di conservazione di una specie a rischio, ma quanto la sua tutela sia legata strettamente a quella del territorio in cui vive e alle politiche di istituzione delle aree protette. Insomma, se non ci fossero stati i Parchi dell’Appennino con tutta probabilità il camoscio non sarebbe sopravvissuto.