Ai Caraibi per riparare le barriere coralline si spera in ricci e pesci pappagallo

[3 luglio 2014]

Delle originarie barriere coralline dei Caraibi non resta ormai che il 6% e la maggior parte potrebbe scomparire entro i prossimi 20 anni, soprattutto a causa della diminuzione di erbivori nella regione. E’ quanto emerge da “Status and Trends of Caribbean Coral Reefs: 1970-2012”, lo studio  più dettagliato e completo sul tema pubblicato finora frutto del  lavoro di tre anni svolto da  90 esperti.

Si tratta dell’rapporto pubblicato da  Global Coral Reef Monitoring Network (Gcrmn), International Union for Conservation of Nature (Iucn) ed United Nations Environment Programme (UnepP) che analizza  oltre 35.000 ricerche condotte in 90 località caraibiche dal 1970 , compresi gli studi di coralli, alghe, e ricci di mare e pesci.

L’Iucn in una nota sottolinea che «I  risultati dimostrano che dagli anni ’70  i coralli dei Caraibi sono diminuiti  di oltre il 50%», ma secondo gli autori dello studio, «Ricostituire le popolazioni di pesce pappagallo e migliorare altre strategie di gestione, come la protezione dalla svorpesca e dall’eccessivo inquinamento costiero, potrebbe aiutare i reefs  a recuperare ed a renderli più resilienti  ai futuri impatti del cambiamento climatico».

Carl Gustaf Lundin, direttore del Global Marine and Polar Programme dell’Iucn, spiega che  «La velocità con cui i coralli dei Caraibi sono in calo è davvero allarmante. Ma questo studio fornisce alcune notizie molto incoraggianti: il destino dei coralli caraibici non va oltre il nostro controllo e ci sono alcuni passi molto concreti che possiamo fare per aiutarli a recuperare».

Si è a lungo pensato che il cambiamento climatico sia il principale  colpevole del degrado dei coralli e rappresenta certo una seria minaccia, rendendo gli oceani più acidi e causando lo sbiancamento dei coralli,  ma il rapporto dimostra che il più grande elemento di degrado delle barriere coralline è la perdita di pesci pappagallo e di ricci di mare, i due  principali erbivori principali dell’area .  Le cause vanno cercate in una malattia non identificata che nel 193  ha provocato una mortalità di massa dei ricci di mare  e in quella che il rapporto definisce “ pesca estrema” che per tutto il XX secolo  ha portato le popolazioni di pesce pappagallo di alcune regioni dei Caraibi sull’orlo dell’estinzione . « La perdita di queste specie rompe il delicato equilibrio degli ecosistemi corallini – spiegano all’Iucn – e consente alle alghe, di cui si nutrono, di soffocare le barriere coralline». I ricercatori sottolineano che «Reefs protetti dalla  pesca eccessiva, così come da altre minacce quali l’inquinamento costiero eccessivo, il turismo e lo sviluppo costiero, sono più resilienti alle pressioni del  cambiamento climatico».

Secondo il principale autore del rapporto, Jeremy Jackson,  che è anche consulente dell’Iucn per le  barriere coralline, «Anche se potessimo in qualche modo fare in  modo che i cambiamenti climatici scomparissero domani, questi reefs continuerebbero nel loro declino. Dobbiamo affrontare subito il problema del pascolo nelle barriere coralline per tenere in piedi qualsiasi possibilità che sopravvivano ai futuri cambiamenti climatici».

I Caraibi ospitano il 9% delle barriere coralline del mondo, che sono tra gli ecosistemi con più biodiversità del pianeta. Le barriere coralline dei Caraibi, che si estendono nel mare di 38 Paesi, sono vitali per l’economia della regione. Producono più di 3 miliardi di dollari  all’anno grazie al  turismo e alla  pesca e oltre un centinaio di volte più in altri beni e servizi ecosistemici dai quali dipendono  più di 43 milioni di persone.

La cosa evidente è che le barriere coralline dove i pesci pappagallo non sono protetti hanno subito cali drammatici, comprese quelle della  Giamaica, l’intero Florida Reef Tract che si estende tra Miami a Key West, e le Isole Vergini Americane.

La studio  fa notare che alcune delle barriere coralline dei Caraibi più integre sono  proprio quelle che ospitano ancora   popolazioni vigorose di peci pappagalli al pascolo, come  il Flower Garden Banks National Marine Sanctuary,  nel Golfo del Messico, l’Exuma Cays Land and Sea Park nelle Bahamas, il Belize e Bonaire, che hanno vietato le pratiche di pesca che danneggiano i pesci pappagallo, come  la pesca subacquea e le nasse. Altri Paesi caraibici stanno seguendo il loro ‘esempio.

Ayana Johnson, della Blue Halo Initiative  del Waitt Institute, che sta collaborando con Barbuda per la redazione di un nuovo piano di gestione delle sue barriere coralline,  sottolinea che «Barbuda è in procinto di vietare tutte le catture di pesci pappagallo e  di ricci di mare e di inserire un terzo delle sue acque costiere come riserve marine.  Questo è il tipo di gestione aggressiva che deve essere replicato a livello regionale se vogliamo aumentare la resilienza delle barriere coralline dei Caraibi».

E’ d’accordo anche l’International Coral Reef Initiative  che esorta i governi ed i gruppi multilaterali dei Caraibi a: 1. Adottare strategie di salvaguardia e di gestione della pesca che portino al ripristino delle popolazioni di pesci pappagallo, ristabilendo l’equilibrio tra alche e coralli caratteristico delle barriere coralline in buona salute; 2. Massimizzare l’effetto di queste strategie di gestione fornendo le risorse necessarie all’attuazione di programmi di sensibilizzazione, di vigilanza e mettendo in atto ed esaminando mezzi di sussistenza alternativi per le persone colpite dalle restrizioni sulla cattura dei pesci pappagallo; 3. Prevedere l’iscrizione dei pesci pappagallo negli annessi del Protocollo Spaw (Annessi I o II), inoltre sollevare il problema degli erbivori corallini durante i forum regionali sulla; 4. Coinvolgere le comunità autoctone e locali e gli altri stakeholders a prendere coscienza dei benefici provenienti da queste strategie per gli ecosistemi corallini, la ricostruzione degli stock alieutici e per l’economia locale.