Chi è il padrone della biodiversità marina? Quasi la metà dei brevetti sui geni appartiene alla Basf

Le multinazionali si accaparrano i brevetti delle risorse genetiche marine

[14 giugno 2018]

Secondo lo studio “Corporate control and global governance of marine genetic resources”, una sola multinazionale ha registrato quasi la metà di tutti i brevetti esistenti sui geni provenienti da organismi marini. Nello studio pubblicato su Science Adveances un team di ricercatori dello Stockholm resilience center dell’università della British Columbia e hanno esaminato i brevetti riguardanti le specie marine e hanno scoperto che la Baden Aniline and Soda Factory, che non è altro che la Basf, la più grande multinazionale chimica del mondo, ha registrato il 47% delle 12.998 sequenze genetiche di 862 specie marine.

I ricercatori hanno creato un database di 38 milioni di sequenze di materiale genetico associato ai brevetti accedendo ai dati disponibili pubblicamente della PAT division di GenBank del National center for biotechnology information. Dal database sono state estratte le registrazioni delle sequenze di brevetti provenienti da 862 specie marine e sono state analizzate per capire chi ha richiesto il brevetto. «In totale, sono state registrate 12.998 sequenze pertinenti da un totale di 559 entità», si legge nello studio, e «Le informazioni raccolte sui richiedenti hanno portato alla loro successiva classificazione in tre ampie categorie: aziende, università e centri di commercializzazione, e altri (istituto nazionale o ente governativo, individui, ospedali, istituti di ricerca senza scopo di lucro).

Come spiegano i ricercatori, «Il titolare di un brevetto genetico decide come il gene può essere utilizzato in contesti commerciali e non commerciali, compresa la ricerca. Gli adattamenti genetici unici degli organismi marini, che si sono evoluti per prosperare in diversi ambienti oceanici, li rendono particolarmente attraenti per le imprese commerciali. Dei 30 maggiori proprietari di brevetti, che rappresentano l’84% dei brevetti, tutti tranne cinque sono entità aziendali. Le università pubbliche e private rappresentano il 12%, mentre le agenzie governative, le persone, gli ospedali e gli istituti di ricerca senza scopo di lucro ne hanno registrato il 4%. Nel complesso, entità situate in soli 10 Paesi rappresentano il 98% dei brevetti».

Sono state brevettate le sequenze genetiche di una vasta gamma di specie che vanno dal gigantesco capodoglio (Physeter macrocephalus) alla manta (Manta birostris), fino ai microscopici archaea e al plamcton. E sembra che la Basf stia usando questi brevetti marini per aprire strade di ricerca, potenzialmente redditizie. Ad esempio, Il principale autore dello studio, Robert Blasiak, dello Stockholm Resilience Center Blasiak, fa notare che Basf ha già sfruttato i geni di alcune minuscole forme di vita acquatiche per cercare di produrre “cibi salutisti”: «Hanno inserito i geni di diversi microrganismi nei semi di uva e di colza, quindi prendono i semi e vedono se possono produrre oli che contengono acidi grassi omega-3».

Una delle autrici dello studio, Colette Wabnitz dell’Institute for the oceans and fisheries dell’università della British Columbia, ha evidenziato che «Entro il 2025, il mercato globale delle biotecnologie marine dovrebbe raggiungere i 6,4 miliardi di dollari e coprire una vasta gamma di scopi commerciali per le industrie farmaceutica, dei biocarburanti e chimica».

Blasiak e Weibnitz sono turbati dalla iniqua distribuzione dei benefici dei bravetti delle specie marine: «Se c’è solo un piccolo numero di Paesi che ne beneficiano, non è ottimale. “Questa è una cosa di cui tutti possiamo beneficiare. Sicuramente solleva questioni di equità».

Mentre i Paesi sono protetti dalla della bioprospezione per lo sfruttamento, cioè la ricerca di composti di valore commerciale dal Nagoya Protocol on access to genetic resources and the fair and equitable sharing of benefits arising from their utilization della Convention on biological diversity (Cbd), due terzi della superficie terrestre, quella oceanica,  è al di fuori delle giurisdizioni nazionali. Una parte considerevole di tutte le sequenze genetiche  brevettate (11%) derivano da specie associate agli ecosistemi delle profondità marine e dei camini idrotermali oceanici, molte delle quali si trovano nelle aree non regolamentate.

Blasiak sottolinea che «Circa la metà della superficie terrestre è rimasta senza regole sull’accesso o sull’uso delle risorse genetiche. Stabilire un quadro giuridico per le risorse genetiche marine sarà una questione centrale quando, nel settembre 2018,  inizieranno sul serio i negoziati internazionali su un nuovo trattato Onu  sulla conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità nelle aree al di fuori della giurisdizione nazionale (Beyond national jurisdiction – Bbnj)».

I Paesi firmatari dell’ United Nations convention on the law of the sea (Unclos) si sono impegnati a promuovere lo sviluppo e il trasferimento della tecnologia marina, un impegno che potrebbe avere ricadute nei prossimi negoziati. Dei 30 Paesi coinvolti nella brevettazione delle risorse viventi marine, 27 fanno parte dell’Unclos.

Secondo la Wabnitz , «L’equità è profondamente radicata nell’Unclos e nella linguaggio degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Garantire che il processo vada avanti in maniera inclusiva significa che gli Stati dovrebbero aumentare il loro impegno a divulgare l’origine geografica delle risorse genetiche marine e promuovere una maggiore partecipazione internazionale alla scoperta e all’utilizzo dei benefici della biodiversità marina».

Anche al centro del Protocollo di Nagoya c’è il concetto che per utilizzare le risorse genetiche ci s devono essere accordi tra i Paesi, ma con chi negoziano le multinazionali se le risorse sono prelevate in alto mare? I ricercatori sono convinti che un modo per affrontare questo problema sarebbe quello di  invocare il concetto di “patrimonio comune dell’umanità”, uno status legale che comporta diritti di proprietà certo per tutti i Paesi del mondo, non solo per quelli in grado di estrarre le risorse in questione.

Gli autori dello studio sottolineano che «L’esistenza di una manciata di corporations con un’influenza sproporzionata suggerisce anche un’apertura per un coinvolgimento più diretto con loro». E la Wabnitz. conclude: «E’ chiaro che questi leader industriali devono essere coinvolti nelle prossime trattative sul trattato Bbnj, se non altro in virtù della loro proprietà di una quota così ampia dei brevetti della sequenza genetica marina. Tale impegno potrebbe aiutare le companies a distinguersi attraverso il loro comportamento proattivo e contribuire a fornire nuove norme e standard legati alla trasparenza, al capacity building e alla condivisione dei benefici».