Il gruppo più in pericolo per la caccia sono i primati

Ci stiamo mangiando i mammiferi: cacciati fino all’estinzione

371 specie a rischio estinzione vendute come selvaggina nei mercati di tutto il mondo

[19 ottobre 2016]

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Lo studio “Bushmeat hunting and extinction risk to the world’s mammals”, pubblicato su  Royal Society Open Science da un team internazionale di scienziati guidato da William Ripple, del Global trophic cascades program, Department of forest ecosystems and society dell’Oregon State University, mette in guardia sul fatto che potremmo mangiarci i mammiferi fino ad estingueli. Si tratta della prima valutazione globale sulle 301 specie più colpite dalla caccia umana per rifornire i mercati di selvaggina.  In realtà le specie terrestri analizzate sono state 1.169 e lo studio si basa sui dati raccolti dall’ International union for the conservation of nature (Iucn). Le 301 specie più a rischio rappresentano il 7% di tutti i mammiferi terrestri valutati dall’Iucn e circa un quarto di tutti i mammiferi in via di estinzione. Altri mammiferi sono minacciate dalla perdita di habitat o la caccia per altri motivi, come l’avorio per  gli elefanti

I ricercatori dicono che «La caccia ai mammiferi sta minacciando le popolazioni animali e rappresenta na grave minaccia per la sicurezza alimentare», infatti il continuo declino delle 301 specie di mammiferi più colpite dalla caccia – legale e illegale –  «interesserà milioni di persone in Asia, Africa e Sud America che si affidano a piatti base di carne selvatica come parte della loro dieta».

Gli animali a rischio sono grandi mammiferi come il kouprey (Bos sauveli), i cammelli selvatici, i maiali barbuti (Sus barbatus) e il cinghiale dalle verruche delle Visayas (Sus cebifrons)  ma anche animali più piccoli animali come la olpe volante dal capo dorato (Acerodon jubatus) e la volpe volante dalla barba nera (Pteropus melanopogon).

Rinoceronti neri di Java e neri, tapiri, cervi, canguri, armadilli, pangolini, roditori e grandi carnivori vengono tutti cacciati o  presi in trappola per macellarli , farne medicine tradizionali, trofei o animali da compagnia.

Lo studio evidenzia che nelle foreste, praterie e deserti di molti Paesi in via di sviluppo sono scomparse molte specie di animali selvatici e sono diventati territori vuoti. Uno  degli autori dello studio, David Macdonald, dell’università di Oxford, ha detto a The Guardian: «Ci sono molte brutte cose che interessano la fauna selvatica in tutto il mondo, la perdita di habitat e il degrado sono chiaramente in prima linea, ma tra le altre cose c’è l’impatto apparentemente colossale della caccia agli animali selvatici. Potremmo gioire per il fatto di avere qualche habitat rimanente, una cosiddetta foresta incontaminata, ma ci viene cacciato  per farla  diventare un dispensa vuota, è una vittoria di Pirro».

La biologa Katharine Abernethy, leader del leader dell’African forest ecology group dell’università di Stirling, sottolinea che «C’è ancora molto da fare per affrontare efficacemente la minaccia della caccia eccessiva, soprattutto nei tropici. Milioni di animali selvatici vengono catturati ogni anno e questo è fortemente insostenibile, mettendo a rischio sia le specie di fauna selvatica che e mezzi di sussistenza tradizionali».

Caccia eccessiva ai mammiferi si concentra nei Paesi con popolazioni più povere, dove ogni anno centinaia di specie di fauna selvatica vengono vendute nei mercati di selvaggina e come prelibatezze nei ristoranti urbani.

La Abernethy è convinta che bisogna agire immediatamente ed audacemente con iniziative «come l’aumento sanzioni bracconaggio, promuovere alternative alimentari sostenibili, in particolare nelle aree urbane, ed educare i consumatori più ricchi al fatto che non hanno bisogno della carne per la sicurezza alimentare e sulla minaccia per i mammiferi che vengono cacciati».

Macdonald  avverte:  «Bisogna distinguere tra quelle persone che non hanno altra scelta che quella di mangiare carne di animali selvatici, e ciò che deve essere fatto per loro, e le persone che ora vivono nelle città che hanno un ricordo nostalgico di quando vivevano con la carne di animali selvatici, ma non è più necessaria, quindi è un lusso.  Il numero di cacciatori coinvolti è salito e la penetrazione delle reti stradali nei luoghi più remoti è tale che non resta alcun rifugio. Così diventa possibile commerciare e far diventare un mestiere qualcosa che un tempo era solo un coniglio nel piatto. In luoghi come il Camerun, dove ho lavorato, la mattina presto si vedono flottiglie di taxi che vanno in zone molto remote per essere caricati con la carne degli animali selvatici, abbattuti e che la riportano in città».

Nel 2011 il Center for international forestry research stimava che il commercio globale di selvaggina raggiungesse i 6 milioni di tonnellate all’anno, un’altra stima indicava in 89.000 tonnellate all’anno la carne selvatica venduta ogni anno in Basile, per un valore di 200 milioni di dollari. La selvaggina viene anche contrabbandata all’estero,  solo all’aeroporto Charles de Gaulle  di Parigi arrivano 260 tonnellate di carne selvatica all’anno nascoste nei bagagli dei passeggeri.

Il gruppo di specie più a rischio per la caccia legale e il bracconaggio è proprio quello dei nostri parenti: i primati.  Sono interessate dalla caccia per la selvaggina ben 126 specie, tra cui il gorilla di pianura, lo scimpanzé, il bonobo e molte specie di lemuri e scimmie.

Anche se rappresentano una piccola percentuale dei mammiferi elencati, tra i bersagli di cacciatori e bracconieri non mancano nemmeno i grandi carnivori e erbivori, il problema è che queste specie tendono a risentire maggiormente della caccia eccessiva e che la scomparsa di questi grandi mammiferi potrebbe provocare a lungo termine cambiamenti ecologici, compresa l’esplosione numerica delle loro prede, rischi di malattie più elevati e la perdita di benefici ecosistemici per gli esseri umani. Inoltre i predatori come i leoni spesso muoiono o vengono feriti in trappole tese per catturare altri animali.

Per arginare la crisi della caccia eccessiva, i ricercatori chiedono una maggiore  tutela legale per la specie cacciate,  la possibilità per le comunità locali di beneficiare della conservazione della fauna selvatica, cibi alternativi e una migliore educazione e pianificazione familiare per frenare la crescita della popolazione. Ma soprattutto è necessario  maggiore sostegno logistico e il finanziario da parte dei Paesi sviluppati e più ricchi e  concludono che «Solo dei grandi cambiamenti e la volontà politica sono in grado di diminuire la possibilità che gli  esseri umani consumino molti dei mammiferi selvatici di tutto il mondo fino al punto di provocarne l’estinzione».