Ciao gru! L’amaro bilancio sul capitale naturale del pianeta e dell’Italia

[21 maggio 2014]

Secondo la Lista rossa dei vertebrati italiani, curata dall’International Union for Conservation of Nature (Iucn), la gru cenerina in Italia non c’è più, estinta in tempi recenti come altre 5 specie: la quaglia tridattila, il gobbo rugginoso, il rinolofo di Blasius, lo storione e lo storione ladano.

Il dossier “Biodiversità a rischio 2014” di Legambiente si chiede: «Che importanza può mai avere?» e risponde: «Parecchia. Perché la perdita di diversità è la minaccia ambientale più grave a livello mondiale. E’ causa dell’insicurezza alimentare ed energetica, dell’aumento della vulnerabilità ai disastri naturali come inondazioni o tempeste tropicali, della diminuzione del livello della salute all’interno della società, della riduzione della disponibilità e della qualità delle risorse idriche e dell’impoverimento delle tradizioni culturali. Ognuna delle 1.900.000 specie viventi catalogate dagli scienziati svolge un ruolo specifico nell’ecosistema in cui vive e la scompar­sa anche di una sola specie può portare ad alterazioni irreversibili».

Il rapporto del Cigno Verde esce alla vigilia della Giornata mondiale della biodiversità e fa il punto sullo stato di salute delle specie viventi, sui fattori di perdita di biodiversità e sui percorsi di tutela avviati e da mettere in atto per contrastare il declino accelerato di creature ed ecosistemi.

«La biodiversità è il “capitale naturale” del pianeta –sottolineano gli ambientalisti – ci offre beni e servizi di vitale importanza come il cibo, la stoccag­gio della Co2, la regolazione delle acque, la fornitura di materie prime. E’ una componente fondamentale del nostro sviluppo sostenibile, e distruggendola si altera la capacità degli ecosistemi sani di fornire i loro beni e servizi. Con un risvolto non indifferente anche sotto il profilo economico».

Secondo l’Ocse, entro il 2050  i danni per la perdita della biodiversità  saranno tra i  2 e i 5 trilioni di dollari all’anno, molto di più della ricchezza prodotta dalla stragrande maggioranza della nazioni della terra. L’Unione europea prevede per il  periodo 2000-2050  una perdita annuale di servizi ecosistemici di circa 50 miliardi di euro soltanto negli ecosistemi terrestri.

Se si sfoglia la Lista Rossa Iucn, si scopre che sulle 63.000 specie valutate, 19.817 sono considerate minacciate. Tra queste, il 41% degli anfibi, il 33% delle barriere coralline, il 25% dei mammiferi, il 13% degli uccelli e il 30% di conifere. Secondo la Red List Europea pubblicata nel 2013, la quota più elevata di specie minacciate si trova nell’area del Mediterraneo: è rischio il 21% delle 2.032 specie valutate in Spagna, il 15% delle 1.215 specie che si trovano in Portogallo e il 14% delle1.684 specie presenti in Grecia.

Legambiente ricorda che l’Italia ha il primato della biodiversità europea, «Con oltre 67.000 specie di piante e animali (circa il 43% di quelle presenti in Europa), ma anche da noi le popolazioni di vertebrati sono in declino (soprattutto in ambiente marino). Delle 672 specie di vertebrati valutate (576 terrestri e 96 mari­ne) nella Lista rossa dei vertebrati italiani, pubblicata nel 2013 dal Comitato Italia­no dell’Iucn su iniziativa del ministero dell’Ambiente e Federparchi, oltre alle 6 che risultano estinte ultimamente, tra cui la Gru cenerina che in Italia non nidifica più, 161 sono gravemente minacciate di estinzione (28%). Tra queste, lo squalo volpe, l’anguilla, la trota mediterranea, il grifone, l’aquila di Bonelli e l’orso bruno. Le specie in pericolo sono in totale 49 tra cui il delfino comune, il capodoglio, la tartaruga Caretta caretta e la gallina prataiola».

Le principali minacce per la bioiversità italiana vengono dalla perdita degli habitat (che ri­guarda circa il 20% delle specie) e dall’inqui­namento (15% circa). Per le specie marine, invece, il pericolo più grande sono le reti utilizzate per pescare altre specie di interesse commerciale. Anche la biodiversità vegetale è fortemente minacciata a causa di un’urbanizzazione selvag­gia e spesso abusiva, dello sviluppo di infrastrutture, dell’allevamento intensivo e delle attività antropiche.

Legambiente dice che è particolarmente lo stato dei mari: «Soffocati dalla crescente pressione dei trasporti, della pesca, dell’inquinamento, dei cambiamenti climatici e dalla pressione antropica». In un rapporto pubblicato a febbraio, l’European Environment Agency lanciava un chiaro messaggio: «Il modo attuale in cui usiamo il mare rischia di degradare irreversibilmente molti di questi ecosistemi», compresa la comparsa di zone morte prive di ossigeno nel Baltico e nel Mar Nero causate dalla progressiva eutrofizzazione o la distruzione dei fondali nel Mare del Nord legata alla pesca a strascico.

Rossella Muroni, direttrice generale di Legambiente, ricorda che «La ricchezza del nostro patrimonio ambientale va considerata come una risorsa per proporre modelli di sviluppo nel segno della green economy. La biodiversità può e deve essere una leva su cui puntare per rilanciare l’economia del Paese».

Antonio Nicoletti, responsabile Aree protette e biodiversità di Legambiente, aggiunge e comclude: «Se è vero che, in questo senso, i Parchi sono stati una sfida positiva e vincente ultimamente hanno perso la loro spinta propulsiva. Occorre rivitalizzare il loro ruolo, tra conservazione e servizi ecosistemici. Anche per dimostrare come le aree protette siano, non solo un tassello fondamentale per raggiungere obiettivi di sviluppo economico, ma anche per ottenere il benessere psico-fisico delle persone, combattere i cambiamenti climatici, salvaguardare la cultura e le tradizioni locali e raggiungere gli obiettivi di conservazione previsti dal Piano strategico per la biodiversità sottoscritto nel 2010 ad Aichi durante la decima conferenza delle parti dell’Onu».