Cinghiali all’Elba: il rappresentante di Coldiretti si dimette dall’ATC

Legambiente: il re è nudo. Ora class action contro chi ha creato questo disastro

[6 settembre 2018]

 

Vittorio Rigoli, un imprenditore agricolo elbano che rappresentava Coldiretti nel Comitato di Gestione dell’Ambito Territoriale di Caccia n. 10 “Arcipelago Toscano” ha rassegnato le sue dimissioni  con una lettera che parte da un’amara constatazione: «L’ATC è una farsa, ma non più di quanto si sia confermata essere le politica della Regione Toscana in campo faunistico e venatorio. Non ha davvero più alcun senso – per ciò che mi riguarda – partecipare a tale pantomima, se non quello di rappresentare un alibi all’immobilismo quando non alle scelte scellerate, sistematicamente eterodirette dal campo di forze venatorio in virtù di poco comprensibili accordi politici».
Nella sua lettera di dimissioni Rigoli spiega quale è la goccia che ha fatto traboccare il vaso della sopportazione: «La decisione della Regione Toscana, fortemente sostenuta dall’assessore Marco Remaschi, di dichiarare l’Elba area vocata per il (falso) cinghiale contrasta con la scienza, la ragionevolezza, la pianificazione di tutela del territorio e della biodiversità e con le residue possibilità di praticare agricoltura di pregio al di fuori di piccole aree “bunker” recintate e quasi “militarizzate”. Si è sancita così la definitiva rinuncia a esercitare una qualsivoglia volontà politica nella direzione della necessaria eradicazione degli ungulati alloctoni e degli ingenti costi del loro velleitario contenimento. Costi che si vogliono continuare a scaricare sugli agricoltori, vagheggiando di fantomatiche filiere della carne selvatica, la cui organizzazione richiederebbe una presenza massiccia di ungulati sul territorio. La desertificazione agricola e dei sistemi ecologici val dunque bene una manciata di voti della lobby venatoria. Non chiedeteci oltre connivenza in cambio di vuote parole di impegno, cui mai sono seguiti fatti concreti. Mai. Ora, con quest’ultima assurda decisione pro ungulati e pro interessi venatori, il re è ormai definitivamente nudo».

E la pensa così anche Legambiente Arcipelago Toscano, che da anni chiede l’eradicazione del cinghiale dall’Elba e la fine di una gestione venatoria trasformatasi in un disastro. Infatti, in una nota gli ambientalisti isolani scrivono: «Le dimissioni dal Comitato di Gestione dell’Ambito Territoriale di Caccia  n. 10 “Arcipelago Toscano” (ATC 10) di Vittorio Rigoli, un noto e stimato  imprenditore agricolo elbano,  mettono in evidenza quella che lo stesso rappresentante di Coldiretti definisce una farsa che ha trovato la complice condiscendenza della   Regione Toscana e in particolare del suo assessore all’agricoltura e alla caccia, ma sarebbe meglio dire ai cacciatori, Marco Remaschi».

Legambiente Arcipelago Toscano ricorda di aver «abbandonato ormai da molti anni il Comitato di gestione dell’ATC 10 in seguito alla mancata presentazione dei bilanci, ma tutto era continuato come prima e peggio di prima. E’ bene che anche Coldiretti, che ha inopinatamente appoggiato la scellerata legge sugli ungulati della Regione (considerata addirittura poco filo-venatoria da una parte del centro-destra), si sia resa conto che consegnare la soluzione del problema a chi l’ha creato – i cacciatori – sia un colossale errore. Ed è bene che da Coldiretti e dal mondo agricolo elbano si levi una forte protesta contro l’incredibile decisione della giunta regionale e del PD di dichiarare l’Isola d’Elba “area vocata” per il cinghiale, sancendo la disastrosa gestione venatoria che ha portato questo animale introdotto a fini di caccia a diventare lo sterminatore  della fauna e della flora elbane che lo Stato e la Regione Toscana e l’’Unione europea si sono impegnati a difendere con l’istituzione del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e di Zone di conservazione speciale e Zone di protezione speciale».

Il Cigno Verde dell’Arcipelago Toscano conclude: «Le dimissioni di  Rigoli ci dicono che il Re è nudo e che forse anche all’Elba è venuto il momento per avviare un a class action – o iniziative simili – come si sta facendo in altre regioni, per chiedere che i danni provocati dai cinghiali e dai mufloni all’agricoltura, all’ambiente e alla biodiversità vengano pagati da chi li ha introdotti per divertirsi a sparargli e da chi, oggi come ieri, lo ha permesso per un pugno di voti».