Cinghiali e istrici, come la caccia altera il comportamento degli animali

Gli effetti delle braccate con molti cani e perché non si devono fare nelle aree protette

[8 maggio 2017]

«La caccia al cinghiale con molti cani può alterare il comportamento degli animali?». Se lo è chiesto  Emiliano Mori, dell’università degli studi di Siena, nello studio “Porcupines in the landscape of fear: effect of hunting with dogs on the behavior of non-target species” che ha pubblicato su Mammal Research,  e risponde: «Sembrerebbe proprio di sì, e non solo delle specie target della caccia, ma anche delle specie protette che vivono nel medesimo territorio».

Lo studio riguarda una specie protetta, l’istrice (Hystrix cristata) che Mori studia fa anni e un’area che conosce molto bene: quella della valle dei Poggi di Prata, nell’altro corso del fiume Merse, nel comune di Montieri (Provincia di Grosseto).

Mori ricorda che «La presenza umana (ad esempio, la caccia, l’ecoturismo e la fotografia naturalistica) influenza il comportamento degli animali. La pressione venatoria aumenta la percezione del rischio di predazione negli ungulati e nelle lepri e può costringerli a creare gruppi aggregati all’interno di aree protette».  Se alcune specie vengono disturbate ci possono essere forti conseguenze, come  lo spostamento del loro home range, l’ alterazione delle loro attività abituali e  l’aumento delle secrezioni ormonali. Mori ricorda che finora non era stato effettuato nessuno studio sulle alterazioni comportamentali indotte da caccia sulle specie non-target  protette dalla legge, eppure questi studi sarebbero necessari per progettare piani di gestione e salvaguardia.

I ricercatore senese sottolinea che l’istrice Hystrix cristata  rappresenta una specie modello adatta per studiare gli effetti della caccia sulle specie protette», perché i suoi movimenti e ritmi di attività sono fortemente stagionali  e ripetitivi». Mori scrive su Mammal Research:  «I miei risultati sulle istrici marcate individualmente hanno dimostrato che, quando si verifica la caccia con i cani, si ha un dislocamento dell’home range verso le aree che forniscono risorse alimentari facilmente accessibili le (ad esempio frutta, che non richiede di essere scavata). Questo comportamento potrebbe impedire alle istrici di trascorrere una elevata quantità di tempo a scavare bulbi e tuberi e, pertanto, può comportare una riduzione della loro  di attività. Lo spostamento home range di spostamento è stato osservato anche solo quando sul terreno  sono presenti > 10 cm di neve».

Lo studio evidenzia che «La presenza di cani da caccia aumenta la percezione del rischio di predazione da parte delle specie potenziali prede, che a loro volta rispondono alterando il loro comportamento spazio-temporale.  Nei  piani di gestione e di conservazione, i gestori della fauna selvatica devono pertanto valutare l’uso di un piccolo numero di cani specializzati per la caccia, in particolare nelle zone caratterizzate dalla presenza di specie minacciate e protette».

Insomma, di fronte alla caccia, in particolare la braccata con cani ai cinghiali (Sus scrofa), le specie protette possono ampliare il loro territorio, diventare più vigili e rispondere più rapidamente alla presenza dell’uomo rispetto a quelle che vivono nelle aree protette. Adattamenti comportamentali che vengono sviluppati per ridurre gli incontri con le attività antropiche o per sfuggirne rapidamente.

Modifiche comportamentali durante la stagione di caccia, come cambiamenti  temporanei negli spostamenti, sono stati registrati nei cervi, nei cinghiali e negli uccelli oggetto di caccia, anche se «La percezione del rischio può differire tra le specie, come pure tra individui della stessa specie». Come si è visto, lo studio d Mori si rivolge ai taxa non target  e conferma che, quando vengono cacciati cinghiali, lepri (Lepus europaeus) e caprioli (Capreolus capreolus) c’è un effetto anche sulla fauna protetta, mentre non sembra accada la stessa cosa, almeno per quanto riguarda le lepri, per le battute di caccia alla volpe con i cani.

Ma nessuno si era finora occupato di cosa succede a specie legalmente protette come l’istrice, un grosso roditore monogamico, divoratore di bulbi e radici, che trascorre gran parte delle ore diurne sotto terra,  introdotto nel VI secolo dal Nord Africa in Italia, dove le istrici possono essere predate raramente da lupi, gatti selvatici e volpi. Lo studio di Mori mirava a verificare se l’attività/presenza umana nei dintorni di una tana di istrici avesse un effetto acuto sul loro comportamento spazio-temporale.

In tutto sono stati catturate  9 istrici: 2 adulti sono stati equipaggiati con un trasmettitore radio, le altre 7 istrici subadulte sono state contrassegnate con del nastro adesivo colorato su 40 aculei. La presenza umana nell’area di della valle dei Poggi di Prata è stata registrata con trappole fotografiche e video e con interviste ai cacciatori locali, per 51 giorni nel primo anno e 43 nel secondo. Nella zona ci sono state 34 battute di caccia (11 volte il primo anno e 23 volte il secondo), ognuna delle quali è durata in media da 1 a 3 ore con 20 – 40 cani. Singoli cacciatori – senza cani o con 1 – 2 cani – sono stati osservati 11 volte nel primo anno e 14 nel secondo e sono rimasti nell’area delle tane delle istrici da pochi minuti a circa 2 ore. Nel sito erano presenti raramente raccoglitori di funghi o castagne (3 volte nel primo anno, 6 nel secondo), per un massimo di 1 ora a  volta. Il taglio di legname con  la motosega è stato discontinuo ma frequente (44 giorni nel primo anno, 39 nel secondo), mentre veicoli a motore sono stati registrati solo 2 volte nel primo anno e 4 volte nel secondo.

Durante il periodo di studio,  Mori, seguendo le  due istrici con trasmettitore radio,  ha identificato  tre percorsi poco sovrapposti (itinerario A 72,5% degli spostamenti,  B 19,8%,  C 7,7%,) e ha constatato che li seguivano anche le atre 7 istrici subadulte contrassegnate, per utilizzare habitat diversi fra loro.

Anche se in Italia le istrici in inverno sono attive solo di notte, mentre la caccia si svolge durante il giorno, quando le istrici sono nelle loro tane, questo non vuol dire che la caccia non abbia nessuna influenza diretta sul comportamento delle istrici. «Al contrario – scrive Mori –  i cani da caccia possono talvolta attaccare le istrici, rappresentando così un rischio reale che potrebbe essere percepito dalle istrici anche quando si trovano nella tana».

Nel percorso A, il più trafficato, le istrici utilizzano tutti i tipi di habitat  che forniscono ai roditori risorse alimentari, come castagne, ghiande e bulbi di  Cyclamen hederifolium, Rumex crispus, Romulea bulbocodium,  Crocus etruscus e C. vernus).  Lungo tutto il percorso sono stati osservati scavi di istrici, suggerendo che bulbi e radici sotterranei costituiscono una parte importante della loro dieta nell’area di studio. Il percorso B è stato utilizzato dalle istrici  per un tempo significativamente minore ed evitando gli habitat aperti, tanto che per raggiungere un bosco di castagni passavano attraverso una fitta fascia di ginepro che circondava l’area boscosa. Le castagne non richiedono tempo ed energia, visto che per mangiarle non occorre scavare, quindi le istrici possono mangiarle senza diminuire il loro livello di vigilanza. Ma per raggiungere questa zona le istrici devono guadare un piccolo fiume e restano all’aperto in una zona  quasi piatta e senza cavità naturali, costringendoli così a percorrere una lunga distanza per ottenere rapidamente cibo disponibile, perché, diversamente dai cinghiali, le istrici non possono spostare completamente il loro areale locale  dato che sono legate alle loro tane sotterranee.

Le istrici non possono nemmeno ampliare il loro areale alle montagne,  primo perché non vanno in letargo, secondo perché dipendono dalle risorse alimentari sotterranee per  tutto l’anno.  Le istrici che vivono a quote più alte e in aree coperte di neve in alcuni periodi dell’anno, fino a 1900 m. in Italia e fino a 2550 m. in Marocco, in inverno riducono drasticamente i ritmi di attività, rimanendo inattive fino a 4 giorni quando sul terreno ci sono più  di 10 cm di neve.

Mori dice che «I miei risultati hanno dimostrato che, dopo pochi giorni di inattività, le istrici possono uscire  dalla tana per foraggiarsi, utilizzando percorsi scavati nella neve dai cinghiali. Il cinghiale può rovesciare ampie porzioni di terreno per nutrirsi degli organi stoccati sotto terra e per creare i loro luoghi di riposo. Questo comportamento di rooting fornisce alle istrici aree non coperte dalla neve, che potrebbero essere utilizzate per soddisfare le loro esigenze alimentari.

Le istrici partoriscono e allevano i cuccioli all’interno delle tane, costringendo questi grossi roditori a cercare zone all’interno  di vegetazione spinosa. Al contrario della caccia agli altri animali, il bracconaggio delle istrici non può influenzare il loro comportamento spazio-temporale, in quanto vengono uccise direttamente nelle tane e solo raramente fuggono di fronte a un  bracconiere.

«Per concludere, – scrive mori – questo lavoro ha dimostrato che la caccia con 20-40 cani può influenzare anche il comportamento spazio-temporale di specie non bersaglio, aumentando la loro percezione del rischio di predazione. Pertanto, i gestori della fauna selvatica dovrebbero considerare l’effetto dell’utilizzo di un piccolo numero (<10) di cani da caccia specializzati per i cinghiali nei piani di gestione e di conservazione, specialmente quando si è in presenza di specie minacciate e protette».

Insomma, la braccata si conferma come molto dannosa, mentre la “girata” con  pochi cani – che le squadre di cinghialai osteggiano – è una caccia al cinghiale più sostenibile ed efficace e che crea meno disturbo alle altre specie.