Coldiretti: «679 ettari in meno in un anno»

I cinghiali si mangiano le vigne della Toscana

Rischi anche per la stabilità idrogeologica e le varietà agricole autoctone

[9 ottobre 2013]

Secondo Coldiretti Toscana, «Cinghiali, caprioli, daini e storni si “mangiano” il vigneto toscano. Spariti, in un anno, 679 ettari di superfici vitate: ora ci restano poco meno di 60mila ettari».

E’ una specie di bollettino di guerra l’analisi dei dati del Corriere Vinicolo fatti da Coldiretti Toscana  sull’erosione del vigneto italiano nel 2012. La principale associazione degli agricoltori dice che «Il numero ormai fuori controllo della fauna selvatica avrebbe un peso specifico molto elevato nell’abbandono e nella progressiva erosione dei vigneti in tutta la regione in particolare nelle aree montane, marginali e svantaggiate dove la presenza dell’agricoltura e dell’impresa agricole gioca un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’assetto e della stabilità idrogeologica dei terreni. Ad essere minacciate, oltre alle viti che rappresentano un parte importantissima dell’economica agricola regionale, ci sono anche tutte una serie di piccole e particolari varietà autoctone locali “recuperate” e valorizzate con fatica dagli agricoltori che ora rischiano di “sparire” come la mela rotella di Paghezzana, particolare frutto lunigianese, o varietà di viti come il “pollera” o il “marinello”».

Gli ultimi dati della Regione Toscana parlano di una situazione ormai fuori controllo e frutto di immissioni venatorie scriteriate e di una gestione faunistica pubblica che definire priva di programmazione è un eufemismo: 350mila gli ungulati presenti nella nostra regione tra cinghiali, caprioli e mufloni e Coldiretti evidenzia che «Il 70% dei danni a coltura e produzioni agricole sono imputabili alle scorribande dei cinghiali che da soli rappresentano la metà della popolazione totale di ungulati. Nelle ultime settimane le segnalazioni di danni a colture ed aziende si sono drammaticamente moltiplicate un po’ in tutta la regione con picchi drammatici nella Valdichiana, in particolare Monte San Savino, Montagnano, Castiglion Fiorentino, Lucignano, Cortona, e la Val di Chio, nel Casentino e nel basso Valdarno, nel senese, in numerosi comuni della Provincia di Massa Carrara (Comano, Aulla, Podenzana, Pontremoli, Mulazzo, Fivizzano, Fosdinovo e Massa), nella Val diCecina e nel volterrano e nella Valdinievole con casi a Pieve e Marliana. Ma il problema è diffuso e grave in tutto il territorio regionale. Significativi i danni alle viti che rappresentano in queste settimane il più ghiotto dei pasti trovandosi nel bel mezzo della vendemmia, alberi da frutto e seminativi».

Per Tulio Marcelli, presidente di Coldiretti Toscana, «I piani di prelevamento vanno rivisti così come è necessario attivare, la dove la presenza è reiterata, abbattimenti straordinari in difesa delle produzioni;. La resistenza e sopravvivenza dell’agricoltura in particolari aree della nostra regione è messa a repentaglio con frequenza quotidiana ormai dalla presenza degli ungulati che distruggono in poche ore mesi di fatica ed investimenti. In questa fase l’azione dei cacciatori è fondamentale per riportare in equilibrio la presenza della fauna».

Ma è evidente che è anche necessario rivedere le politiche venatorie e le modalità di caccia e di “mantenimento” (vedi pasturazioni) che hanno portato all’esplosione dei cinghiali in Toscana, una regione ad altissima densità venatoria, è evidente che la caccia da sola non può risolvere il problema perché è parte del problema.

Coldiretti guarda il problema da un punto di vista economico che però ha immediate ricadute ambientali e sociali, visto che la presenza degli ungulati sta contribuendo ad allontanare molti agricoltori e tantissimi hobbisti dalle nostre montagne: «La presenza dell’agricoltura, professionale ma anche e spesso part-time in territori montani dove la cultura dell’orto domestico è molto radicata, è di estrema importanza. Gli ungulati stanno mettendo a rischio tutte quelle varietà legate al territorio che rappresentano – conclude Marcelli – la nostra storia, le nostre radici, la nostra cultura agricola a scapito di varietà internazionali che omologano i prodotti e ci rendono esattamente uguali a tutti gli altri. Non si tratta di un danno solo economico ma culturale ed agricolo incalcolabile».