Clima e biodiversità, brutte notizie: 2 gradi in più hanno decimato gli insetti di Puerto Rico

Il riscaldamento globale sta destrutturando la rete alimentare della foresta pluviale

[19 ottobre 2018]

A partire dalla metà degli anni ’70, nelle foreste tropicali nord-orientali di Puerto Rico sono salite di 2 gradi Celsius e contemporaneamente la biomassa degli artropodi – invertebrati come insetti, millepiedi e isopodi – è diminuita di ben 60 volte, A rivelare questo disastro, che conferma  quanto scritto nel recente Rapporto speciale dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) sulle gravi minacce per la biodiversità derivanti da un innalzamento di 2° C della temperatura globale, è lo studio “Climate Driven Declines in Arthropod Abundance Restructure a Rainforest Food Web” pubblicato su  Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da Bradford Lister, del Department of Biological Sciences della Rensselaer Polytechnic University, e Andres Garcia, dell’Estación de Biología Chamela, Instituto de Biología dell’Universidad Nacional Autónoma de México.

L’area dove il team statunitense-messicano ha effettuato la ricerca, la foresta pluviale di Luquillo, come alcune altre aree tropicali, ha già raggiunto o superato un aumento delle temperature di 2° C, e lo studio rivela che le conseguenze sono state catastrofiche. Lister, conferma: «I nostri risultati suggeriscono che gli effetti del riscaldamento climatico  nelle foreste tropicali potrebbero essere addirittura maggiori del previsto, Le popolazioni di insetti nella foresta di Luquillo  stanno collassando e, una volta iniziato, gli animali che mangiano gli insetti non hanno più avuto cibo insufficiente, il che si è tradotto n una diminuzione della loro riproduzione e sopravvivenza e nella conseguente diminuzione della loro abbondanza».

Lo studio si basa sui dati raccolti tra il 1976 e il 2013 da Lister e Garcia e dai ricercatori del programma Luquillo Long Term Ecological Research in tre habitat di media altezza nella foresta pluviale protetta di Luquillo. Gli scienziati confermano  che «Durante questo periodo, le temperature massime medie sono aumentate di 2,0 gradi Celsius».

Le trappole utilizzate per campionare gli artropodi sul terreno e nella volta della foresta indicano un collasso degli artropodi con tassi di cattura che  tra il 1976 e il 2013 sino calati fino a 60 volte. Anche la biomassa di artropodi raccolti con le reti a livello del suolo è diminuita di 8 volte dal 1976 al 2013. Man mano che gli artropodi diminuivano, si verificavano diminuzioni simultanee nelle specie di lucertole, rane e uccelli insettivori di Luquillo.

Gli autori hanno anche confrontato le stime di abbondanza di artropodi che erano state eseguite negli anni ’80 nella Reserva de las Biosfera ChamelaCuixmala, una foresta secca del Messico occidentale, con le stime del  2014 ed è venuto fuori che in quel periodo la temperatura media è aumentata di 2,4° C e la biomassa è diminuita di 8 volte.

Alla Rensselaer Polytechnic University spiegano che «Gli animali a sangue freddo che vivono in climi tropicali sono particolarmente vulnerabili al riscaldamento climatico perché sono adattati a temperature annuali relativamente stabili». Dopo le analisi dei dati, che comprendevano  nuove tecniche per valutare la causalità, gli autori dello studio hanno concluso che «Il riscaldamento climatico è il principale fattore di riduzione delle abbondanze di artropodi nella foresta di Luquillo. Queste riduzioni hanno provocato una grave cascata trofica dal basso verso l’alto e il conseguente collasso della rete alimentare forestale. Dato che le foreste tropicali ospitano due terzi delle specie della Terra, questi risultati hanno profonde implicazioni per la futura stabilità e per la biodiversità degli ecosistemi delle foreste pluviali, nonché per gli sforzi di conservazione volti a mitigare gli effetti del forcing climatico».

E questo è un problema potenzialmente catastrofico, visto che il mondo è sulla strada per superare abbondantemente i 2° C già raggiunti nelle foreste pluviali di Puerto Rico e del Messico e che queste nuove scoperte fanno seguito a diversi studi che,  negli ultimi anni, hanno riscontrato il collasso delle popolazioni di insetti in tutto il mondo.

Lo studio “Defaunation in the Anthropocene” pubblicato nel 2014 su Science da un team di ricercatori statunitensi, brasiliani, messicani e britannici guidato dalla Stanford University metteva in guardia sul fatto che dal 1980 «il numero di insetti  come coleotteri e farfalle e di ragni e vermi è diminuito del 45%» e che la ragione era da ricercare nella «perdita di habitat e nella disgregazione climatica globale».

Lo studio “More than 75 percent decline over 27 years in total flying insect biomass in protected areas”, pubblicato nel 2017 su  Plos One da un team di ricercatori olandesi, tedeschi e britannici denunciava che negli ultimi  30 anni in 63 areee protette  tedesche è scomparso il 75% degli insetti, con un calo ancora maggiore a metà estate. I ricercatori europei ipotizzano che in questo caso i killer siano soprattutto i pesticidi, ma Lister e Garcia nel loro nuovo studio sostengono che gli scienziati  guidati da Caspar Hallmann dell’università olandese di Radboud «non hanno analizzato a fondo una serie di variabili sul cambiamento climatico». A dimostrarlo sarebbe proprio la situazione di Puerto Rico dove  «A causa della continua riduzione dell’agricoltura e dei terreni agricoli associati, tra il 1969 e il 2012 i pesticidi utilizzati a Puerto Rico sono calati fino all’80%» e quindi  «Il riscaldamento del clima è la forza trainante del collasso della rete alimentare della foresta». Va però detto che le foreste pluviali di Puerto Rico sono molto diverse da quelle temperate tedesche e che gli insetti dell’Europa centro-settentrionale sono molto più adattati di quelli tropicali a sbalzi di temperature anche molto elevati.

Comunque, quello che è particolarmente preoccupante è il fortissimo calo degli insetti in così tanti ambienti diversi, anche perché gli insetti svolgono un ruolo essenziale nella catena alimentare e forniscono servizi dessenziali per l’economia, come l’mpollinazione delle specie agricole.

David Wagner, un famoso entomologo statunitense che attualmente lavora all’università della California – Berkley e autore di Caterpillars of Eastern North America  ha detto al  Washington Post che i risultati dello studio di Lister e Garcia sono «Un vero campanello d’allarme – una chiamata a raccolta – sul fatto che il fenomeno potrebbe essere molto, molto più grande ed essere esteso a molti altri ecosistemi. Questo è uno degli articoli più inquietanti che abbia mai letto».