La co-evoluzione di aborigeni e canguri dal tempo del sogno [FOTOGALLERY]

Come la caccia con il fuoco dei Martu favorisce la fauna selvatica

[5 agosto 2014]

Da almeno 2.000 anno, in Australia il popolo degli aborigeni Martu caccia canguri e appicca piccoli incendi per catturare sauri. Ora un team di ricercatori guidato dall’antropologoBrian Codding dell’università dello Utah ha scoperto che questo disturbo di origine antropica in realtà favorisce l’aumento delle popolazioni di canguri, dimostrando così che la co-evoluzione con gli uomini ha favorito i marsupiali e che gli aborigeni sono diventati “ambientalisti non intenzionali”.

Nello studio “Conservation or Co-evolution? Intermediate Levels of Aboriginal Burning and Hunting Have Positive Effects on Kangaroo Populations in Western Australia”, pubblicato oggi su Human Ecology, il team di ricerca delle università dello Utah e di Stanford spiega che «gli studi sulla conservazione nelle società di piccola consistenza di solito mostrano popolazioni indigene sia che gestiscono le risorse in modo sostenibile o che abbandonano la sostenibilità a lungo termine per guadagni a breve termine. Per spiegare questa variabilità, proponiamo un quadro alternativo derivato da una prospettiva co-evolutiva».

Secondo i ricercatori «negli ambienti con una lunga e costante storia di interazione, le specie  locali spesso sono ben adattate al disturbo antropico; ma dove vengono introdotte nuove interazioni, il disturbo umano può avere conseguenze negative sull’ambiente». Per verificare questa ipotesi co-evolutiva hanno esaminato l’effetto degli incendi appiccati dai Martu e della caccia sull’abbondanza di wallaroo di collina (Macropus robustus) ed hanno scoperto che «Le popolazioni di wallaroo di collina hanno un picco a livelli intermedi di disturbo antropico, dimostrando che negli ecosistemi caratterizzati da interazioni umane-ambientali a lungo termine, gli esseri umani possono agire come mediatori trofici,  con conseguente modelli coerenti con l’epifenomeno della conservazione. Inquadrare la questione all’interno di questa prospettiva co-evolutiva fornisce una spiegazione dei meccanismi di fondo che portano ai risultati ambientali delle pratiche di sussistenza».

Per condurre lo studio, il team di Codding ha seguito i Martu in 50 battute di caccia tra il 2007 e il 2010, stimando quanto tempo hanno passato a caccia in ciascuna delle 15 aree tradizionali di caccia vicino a Parnngurr. «Siamo andati a caccia con la gente e registrato la quantità di tempo speso a caccia di animali diversi (tra cui varani e canguri) e per la raccolta di frutti di bosco», dice Codding.

I ricercatori hanno anche monitorato per quanto tempo i cacciatori Martu stavano lontani dai loro campi e cosa portavano indietro dalla caccia. Hanno anche ispezionato due transetti da 0,6 miglia in ogni zona di caccia, contando la densità di escrementi di canguro nelle  macchie di vegetazione per ciascuna delle diverse fasi di crescita post-incendio e , dal novembre 1999 all’aprile 2010, hanno utilizzato immagini satellitari e misurazioni sul terreno per determinare le diverse fasi del post-incendio della vegetazione.

Codding dice il nuovo studio ha esaminato le popolazioni di canguro in tutte le cinque fasi post-incendio della vegetazione erbacea di spinifex descitte dai Martu: «La prima  è Nyurnma, o nuda terra; la seconda è Waru-Waru, o all’inizio ricrescita a partire da 6 mesi ad un anno post-incendio; la terza è Nyukura, la fase intermedia che inizia 1-5 anni dopo l’incendio e offre frutta come i pomodori del bush e l’uva passa di bush mangiati dai Martu e dai wallaroo di collina. I due stadi finali si verificano da 5 a 15 anni dopo l’incendio: Manguu, quando l’erba spinifex forma collinette e ristabilisce il dominio, e Kunarka, dominato da vecchie collinette d’erba spinifex che decadono  al centro».

Codding, spiega ancora: «Abbiamo scoperto una struttura che ci permette di prevedere quando le pratiche di sussistenza umane potrebbero essere dannose per l’ambiente e quando potrebbero essere di beneficio. Quando le pratiche di sussistenza hanno una lunga storia, sono più propense a sostenere la stabilità dell’ecosistema. Ma quando ci sono improvvisi cambiamenti nel modo in cui le persone vivono sul territorio, ci si aspetta che il risultato sia dannoso per l’ambiente. In alcune zone dell’Australia, dove gli aborigeni non stanno bruciando i cespugli, gli ecologisti stanno registrando un rapido declino nelle specie minacciate, il che potrebbe anche essere dovuto ad un aumento della predazione da parte di predatori invasivi».

Lo studio arriva alla conclusione che «per avere successo, i sistemi di gestione dovrebbero facilitare il “burning” tradizionale e i regimi di caccia nelle comunità remote ed integrare questa pratica ecologica tradizionale nei futuri protocolli di gestione».

Gli scienziati hanno infatti scoperto che i piccoli fuochi appiccati nell’erba dai Martu per stanare i varani  hanno creato un mosaico irregolare di cinque fasi di vegetazione, con diverse fasi post-incendio, aumentando le popolazioni di wallaroo di collinaperché gli animali possono nascondersi dai predatori nei cespugli più vecchi e trascorrere la maggior parte del loro tempo a mangiare germogli e frutti nelle macchie di vegetazione più giovane. Un censimento degli escrementi di questi canguri ha mostrato che le  maggiori popolazioni dei wallaroo erano distanze minori dagli insediamenti Martu, in aree dove ci sono livelli moderati sia di caccia al canguro che di caccia col fuoco alle lucertole. Codding aggiunge: «Quando la gente passa più tempo a caccia in una regione, la densità dei canguri aumenta momentaneamente ma solo fino ad una certa soglia, dopo di che le loro popolazioni declinano».

I Martu appiccano incendio sua aree di circa 4 ettari, una piccola frazione della dimensione degli incendi appiccati da un fulmine e secondo Codding la vegetazione irregolare creata dagli incendi intenzionali riduce così il rischio di grandi incendi devastanti. In uno studio precedente lo stesso team aveva dimostrato che

Uno studio precedente dagli stessi ricercatori hanno dimostrato Martu-impostati gli incendi, nonostante l’impatto negativo della caccia, aumentano la popolazione di Varanus gouldii e ci sono indicazioni che ne traggano vantaggio anche marsupiali come l’opossum tricosuro volpino  e il wallaby, una lepre rossiccia.

Il team di Codding ha condotto lo studio in un’area di 60 miglia per 35 nel Little Sandy Desert, nell’Australia Occidentale, dove il popolo Martu possiede ancora una vasta distesa di territorio. L’area di studio è stata soprattutto quella della comunità di Parnngurr, con una popolazione di circa 100 abitanti, ma che può salire fino a 500 durante in occasione di riti o eventi sportivi.

«Questo popolo ha vissuto in questa regione per più di 35.000 anni, ma non siamo sicuri come lungo questo periodo la gente abbia usato il fuoco per modificare il paesaggio – dice Codding – Prove recenti suggeriscono che gli incendi degli aborigeni si siano  verificati nel corso degli ultimi 2.000 – 4.000 anni».

Di solito sono le donne Martu ad appiccare il fuoco durante l’inverno all’erba spinifex, la vegetazione dominante, per  mettere allo scoperto le tane di varani “goanna” che quando tentano di fuggire vengono  uccisi e poi arrostiti per cibarsene. Forse la cosa farà storcere la bocca ad animalisti e vegani, ma Codding assicura che «sono un ottimo pasto, una fonte di cibo molto affidabile. E’ carne bianca tenera, ma non come il pollo».

Gli uomini Martu invece usano fuoristrada con 4 ruote motrici per perlustrare diverse aree di caccia e sparano ai grossi wallaroo di collina con fucili calibro 22  che vivono nei cespugli e nelle aree rocciose al limite delle macchie di eucalipti e nelle pianure sabbiose ed erbose punteggiate di acacie, dove pascolano. Questi canguri raramente si spostano a più di 3 miglia dal loro luogo di origine.

Il risultato è che i  wallaroo di collina  sono più numerosidove il disturbo umano è moderato, né più intenso, né minimo, in aree a 40 – 80 minuti di auto, ma non dove la caccia è più comune, nelle zone più vicine alle comunità aborigene, qui la densità di canguri è la stessa che nelle aree più lontane dalla comunità, dove c’è poca caccia e grandi incendi dei cespugli.

Lo studio non dice che la caccia ai canguri caccia aiuta gli animali, ma che qualsiasi danno provocato dalla caccia alle popolazioni di wallaroo è compensato da quello che ci guadagna il territorio con le piccole macchie di vegetazione post-incendio di età diverse. E’ solo che i Martu tendono a cacciare i canguri nelle stesse aree dove bruciano l’erba a cacciano i varani.

Codding spiega che «la co-evoluzione si realizza quando due o più specie interagiscono nel tempo tra loro, direttamente o indirettamente, in modi che alterano la vicenda evolutiva. Un meccanismo ecologico che spiega come i livelli moderati di abbruciamento dei Martu sostengano effettivamente le popolazioni di canguro. Conservazione significa pagare un costo per un beneficio a lungo termine che aiuta tutti, e la gestione sostenibile implica intenti e pianificazione. I Martu fanno semplicemente questo: cacciano e bruciano la boscaglia per procurarsi il cibo per sopravvivere. La “conservazione” dei canguri è un risultato evolutivo.

Sarebbe sbagliato pensare che Martu stiano intenzionalmente gestendo una risorsa. Come hanno detto i Martu, “Questo è qualcosa che fanno i ragazzi bianchi”. Ma sono ben consapevoli che i canguri e altri animali selvatici beneficiano dei  loro incendi. In realtà, loro vedono gli umani come parte di un ecosistema più grande che ha componenti spirituali: il luogo del sogno della creazione dove vagavano gli antenati. Il sogno è essenzialmente la legge tramandata dagli esseri ancestrali che prescrive come le persone si devono comportare, quali rituali sono da eseguire e come le cose sono venute ad essere. Con la caccia e l’appiccare gli incendi, i Martu stanno attuando la legge tramandata dagli antenati del tempo del sogno. Così, forse per loro non è sorprendente che abbia risultati positivi per l’ecosistema».