Sette specie in calo, aumentano solo i lupi grigi

Col crollo dell’Unione Sovietica in declino anche la grande fauna selvatica

Ma dal 2000 c’è una ripresa di orsi, caprioli e cinghiali

[23 gennaio 2015]

Un team di ricercatori russi, statunitensi e tedeschi ha pubblicato su Conservation Biology lo studio “Rapid declines of large mammal populations after the collapse of the Soviet Union” che mette un nuovo tassello nel puzzle delle conseguenze del crollo dell’Unione Sovietica, i cui contraccolpi dopo qualche lustro si fanno sentire anche in queste ore in Ucraina e ai nuovi confini tra Nato e Russia.

Il Team di 10 scienziati guidati da Eugenia Bragina, che lavora sia per l’università del Wisconsin-Madison che per quella Lomonosov di Mosca,  sottolinea che «L’evidenza aneddotica suggerisce che gli shock socioeconomici influenzano pesantemente le popolazioni di fauna selvatica, ma le prove quantitative sono scarse. Il crollo del socialismo in Russia nel 1991, ha causato uno shock socio-economico, compreso un forte aumento della povertà».

I ricercatori hanno analizzato i trend della popolazione di 8 grandi mammiferi in Russia tra il 1981 ed il 2010, cioè prima e dopo il crollo del regime comunista e spiegano «Avevamo ipotizzato che il crollo fosse la prima causa di una diminuzione della popolazione, soprattutto a causa del sovra.sfruttamento e, quindi, che la popolazione fosse aumenta grazie all’adattamento della fauna selvatica a nuovi ambienti a seguito del crollo. Il database a lungo termine della Russian Federal Agency of Game Mammal Monitoring, consistente di oltre 50.000 transetti che vengono monitorati ogni anno, ha fornito un eccezionale set di dati per studiare queste tendenze demografiche».

Il risultato è che, nei 10 anni dopo il crollo dell’Urss,  tre specie hanno mostrato forti cali nei livelli di crescita della popolazione, mentre il lupo grigio (Canis lupus) è aumentato di oltre il 150%.  Però dopo il 2000 alcune di queste tendenze si sono invertite invertite. «Ad esempio, l’abbondanza del capriolo (Capreolus spp.) nel 2010 era la più alta di qualsiasi periodo nel nostro studio – scrivono i ricercatori – Le probabili ragioni della diminuzione della popolazione negli anni ’90 includono il bracconaggio e l’erosione dell’applicazione della  protezione della fauna selvatica»

Invece il rapido aumento delle popolazioni di lupo grigio in Russia «E’ probabilmente dovuto alla cessazione del controllo governativo della popolazione».

Lo studio sottolinea che «In generale, i cali diffusi nelle popolazioni della fauna selvatica dopo il crollo dell’Unione Sovietica evidenziano l’entità degli effetti che gli shock socioeconomici possono avere sulle popolazioni della fauna selvatica e l’eventuale necessità di sforzi di conservazione speciali durante questi periodi».

La Bragina ha detto in un’intervista a BBC News che «Quello che abbiamo fatto è stato di dimostrare c’è stato un calo simultaneo per il cinghiale, l’orso bruno e le alci nella maggior parte delle regioni della Russia all’inizio degli anni ’90 e che è avvenuto  subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Le tre specie sono molto diverse ed hanno diverse esigenze di habitat, il che iindica che il loro declino non era il risultato di un disturbo ad un particolare habitat. Per esempio, le alci preferiscono le foreste successionali dove ci sono alberi giovani sui quali possono cibarsi. Al cinghiale piacciono molto le colture agricole, che in Unione sovietica la gente usava piantare per questa specie».

La biologa russa evidenzia che «Nonostante le loro storie ecologiche molto diverse, tutte e tre le specie hanno registrato un declino e questi cali sono coincisi con il crollo dell’Unione Sovietica. A seguito dello shock socio-economico che si è avvertito in tutta la regione, ciascuna specie lo ha avvertito probabilmente in modi diversi. Per il cinghiale, è stato probabilmente la perdita dei raccolti da foraggio, perché i gestori della caccia non piantavano più quelle colture».

Delle 8 specie di grandi mammiferi prese in esame dallo studio la  Bragina ha detto: «La cosa interessante è che solo una specie ha registrato un incremento: il lupo grigio. In Unione Sovietica tenevano sotto controllo  la popolazione del lupo grigio c’erano incentivi per cacciare i lupi, come le licenze di caccia gratuite per le specie di ungulati, ma, ovviamente, durante i disordini del collasso, la gente aveva altre cose di cui preoccuparsi». Il team della Bragina sospetta che l’aumento del 150% della popolazione di lupi nel decennio successivo alla disintegrazione dell’Urss abbia probabilmente contribuito al declino delle popolazioni di alci.

Ma la seconda parte della storia, iniziata negli anni 2.000 non è del tutto negativa. La Bragina evidenzia che «Stiamo vedendo che la popolazione di cinghiale in Russia è ora più grande di quanto non fosse nel 1991. Negli anni ’90, era crollata ed avevamo perso circa la metà della popolazione. Tuttavia, si tratta di una specie molto adattabile. Così, dopo un paio di anni, ha trovato nuove fonti di cibo, in qualche modo è riuscita a sopravvivere ed ora sta bene. Altre specie, come i caprioli e l’orso bruno stanno mostrando segnali positivi di ripresa. Ma ci sono altre specie sono ancora in declino, come la lince eurasiatica».

Il team ha però notato che si  tratta di una tendenza a lungo termine e potrebbe non essere legata alle conseguenze sociali ed economiche degli eventi in Russia all’inizio degli anni ‘90. La Bragina conclude: «Certo, quando la povertà aumenta rapidamente come ha fatto in Russia negli anni ‘90, non ci sono le risorse perché le persone possano prestare attenzione alla gestione della fauna selvatica. Credo che quello  sia il momento in cui i gruppi ambientalisti internazionali di conservazione dovrebbero prestare attenzione e prendere in considerazione i modi per preservare la fauna selvatica. In caso contrario, potremmo scoprire che specie importanti o iconiche vengono messe in pericolo».