Come l’acidificazione degli oceani rende più audaci (e vulnerabili) i pesci

[15 aprile 2014]

Lo studio “Behavioural impairment in reef fishes caused by ocean acidification at CO2 seeps”, pubblicato su Nature Climate Change, rivela gli strani comportamenti che l’acidificazione degli oceani sta inducendo nei pesci.

Il capo del team australiano statunitense che ha realizzato la ricerca, Philip Munday dell’ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies (Coral CoE) della James Cook University, sottolinea che «i pesci che vivono in natura dove filtra biossido di carbonio hanno comportamenti anomali simili a quello che abbiamo osservato in precedenti esperimenti di laboratorio. I livelli di biossido di carbonio che filtrano sono simili a quelli che sono previsti per gli oceani nella seconda metà di questo secolo. Vediamo che i piccoli pesci sono attratti, invece di evitarlo, dall’odore dei loro potenziali predatori. E i pesci ignorano anche l’odore dei loro habitat preferiti. Sono più attivi e mostrano comportamenti più audaci, si avventurano  lontano dai loro rifugi, il  che li rende ancora più vulnerabili ai predatori».

Lo studio, al quale partecipano anche l’Australian Institute of Marine Science, il Georgia Institute of Technology e National Geographic Society è il primo a studiare gli effetti dell’acidificazione degli oceani sui pesci in un  ambiente naturale e per farlo è stato scelto un “laboratorio naturale” isolato, poco  al largo della costa di  Papua Nuova Guinea, dove le acque della barriera corallina sono rese acide da infiltrazioni di naturali di anidride carbonica chiamate “seep”.

Uno delle autrici, Jodie Rummer, anche lei di Coral CdE, aggiunge che «mentre i livelli di anidride carbonica più alti influenzano il comportamento dei pesci, non sembra influenzare le loro prestazioni atletiche. I tassi metabolici dei pesci nella zona delle infiltrazioni erano le stesse dei pesci dei vicini reef “sani”. Così, sembra che la futura acidificazione degli oceani può influenzare il comportamento dei pesci della barriera più di altri aspetti delle loro performance».

Fino ad ora, gli studi sugli effetti dell’acidificazione degli oceani sul pesce erano in gran parte stati fatti in laboratorio, con tempi, spazi e specie limitati. Quindi si sa molto poco sugli effetti dell’acidificazione degli oceani sui processi ecologici nelle comunità naturali delle barriere coralline. Il laboratorio naturale del mare di Papua Nuova Guinea è formato da bolle di CO2 che fuoriescono dal fondale, alimentare dall’attività vulcanica sottomarina. Vicino al seep non cresce corallo, ma poco lontano c’è una barriera corallina unica, con livelli di CO2 simili a quelli previsti negli oceani entro la fine del secolo. Questo rende quel tratto di mare il luogo ideale per studiare come i pesci e le altre specie delle barriere coralline possono alla crescente acidificazione degli oceani nei prossimi 50-80 anni.  Al  Coral CoE dicono che «È interessante notare che ci sono un numero di specie e di abbondanza simili per la maggior parte dei pesci nel sito seep rispetto alle barriere “di controllo”  al di fuori della zona seep. C’erano, però, un minor numero di specie predatrici nel sito seep e questo può spiegare perché, nonostante il loro comportamento alterato nei confronti di predatori, le popolazioni di pesci erano ancora abbondanti». Anche il reclutamento di novellame dalle barriere di fuori dei seep può aver aiutato, «Ma in futuro non esisteranno questi rifugi – fanno notare i ricercatori australiani – dato che tutti gli oceani diventano acidi a causa delle emissioni di anidride carbonica di origine antropica».

Secondo Munday «un dato importante è che il comportamento dei pesci non sembra migliorare, nonostante vivano in acque rese acide dalle infiltrazioni di anidride carbonica tutta la loro vita. Questo suggerisce che nel corso della loro vita i pesci non possono adeguarsi ai crescenti livelli di anidride carbonica. Di conseguenza, è essenziale che  studiamo la capacità dei pesci e delle altre specie marine di adattarsi a livelli di anidride carbonica più alti. Questo potrebbe richiedere generazioni. Sappiamo che l’adattamento può avvenire, ma non sappiamo se questo accadrà in tempo per superare questi effetti negativi sul comportamento».

Per questo i risultati di questo studio saranno di particolare interesse per i milioni di persone dei tropici che dipendono dalle barriere coralline per la sicurezza alimentare ed i mezzi di sussistenza.