Come salvare milioni di animali marini dall’inquinamento degli oceani

[11 novembre 2014]

Alla undicesima Conferenza delle parti della Convention on the conservation of migratory species of wild animals (Cms) dell’Unep, conclusasi a Quito, la capitale dell’Ecuador, è stata presentato il rapporto: “Migratory Species, Marine Debris and its Management” che rivela il drammatico impatto dell’inquinamento marino sulle specie migratorie. Si è trattato in realtà di una delle tre relazioni sul tema presentate alla Cop11 Coms di Quito che evidenziano che milioni di animali marini, tra i quali balene, delfini,  tartarughe marine, uccelli marini, foche, dugonghi, squali e razze, che spesso coprono grandi distanze attraverso gli oceani del mondo, restano sempre più feriti o addirittura uccisi dall’ingestione di rifiuti o perché rimangono impigliati in reti od altri materiali abbandonati in mare.

Il segretario esecutivo della Cms, Bradnee Chambers, ha detto che «la comunità internazionale deve rispondere al crescente problema dei rifiuti marini ed intraprendere un’azione decisiva per ridurre la minaccia che i rifiuti marini pone per molte specie migratorie e per l’equilibrio ecologico dei nostri oceani nel suo complesso».

Nelle relazioni, gli scienziati evidenziano che la cosa più urgente e più efficace è fare in modo che i rifiuti prodotti a terra non raggiungano il mare e per questo a Quito i Paesi aderenti alla Cms hanno discusso di come migliorare la gestione dei rifiuti a terra per renderla efficace ed efficiente e dell’adozione di misure per impedire che gli operatori marittimi commerciali sversino immondizia in mare.

Secondo i rapporti, 192 specie, di cui il 45% dei mammiferi marini e tra questi il 58% delle foche, il 21% degli uccelli e di tutte le specie di tartarughe restano impigliati nei rifiuti marini.

L’ingestione ha dimostrato di essere un pericolo ancora maggiore: «Il 26% di tutti i mammiferi marini, il 38% degli uccelli marini e l’86% di tutte le specie di tartarughe muoiono dopo aver ingoiato rifiuti marini – si legge in un comunicato Cms/Unep – . Gli animali possono anche annegare o soffrire di emorragie interne per ingestione di oggetti appuntiti. I rifiuti marini possono anche avere un impatto sulla capacità di un animale di alimentarsi  causa di volume ridotto nel suo stomaco, che porta alla fame. Inoltre, quando il sistema immunitario viene danneggiato in modo permanente, possono verificarsi malattie».

La Cms fa alcuni esempi:

Balene. La balena franca del Nord Atlantico (Eubalaena glacialis) è una delle specie più colpite dall’impigliamento e,  con solo 500 esemplari rimasti, è minacciata di estinzione. Altre 4 specie di misticeti (le balene con i fanoni) elencate nelle Appendici Cms sono sensibili a questo pericolo: megattera (Megaptera novaeangliae), balenottera comune (Balaenoptera physalus), balenottera azzurra (Balaenoptera musculus) ( in, Blu e balenottera e di Bryde (Balaenoptera brydei). In alcune popolazioni, fino al 65% degli individui mostrano segni di esere rimasti impigliati nei rifuti marini e si stima che in  mecdia il 23% di questi animali impigliati resti ucciso. L’ingestione di rifiuti  portato ad uno schiacciamento agli intestini,. Portando alla morte i capodogli (Physeter macrocephalus). I misticeti (i cetaci dentati) tendono a ingerire detriti durante il gioco, l’esplorazione o l’alimentazione. Spesso tursiopi (Tursiops truncatus) e capodogli restano soffocati per aver inghiottito rifiuti o per essere rimasti impigliati nelle reti da pesca.

Foche. Si pensa che l’1% delle foche, comprese la foca comune (Phoca vitulina) e la foca grigia (Halichoerus grypus), restino impigliate in reti e rifiuti abbandonati, con tasso medio di mortalità di quasi il 50%. La plastica è stata trovata nello stomaco dell’11% delle foche nel Mare del Nord e  nel corpo delle foche grigie del Baltico sono stati trovati alti livelli di PCB, prodotti industriali o sostanze chimiche che hanno danneggiato le loro funzioni immunitarie e si sospetta siano la causa della mortalità di massa prodotta da un  virus a partire dagli anni ‘80.

Dugonghi e lamantini. In Australia muoiono  un quarto dei dugonghi (Dugong dugon) che vengono trovati impigliati in reti o funi morto in seguito Anche il manato dell’africa occidentale (Trichechus senegalensis) e il manato dell’Amazzonia (Trichechus inunguis) sono a rischio per lo stesso problema.

Tartarughe. L’ingestione di plastica può occludere completamente l’inestino delle tartarughe marine e portarle alla morte per fame. Nelle isole Canarie, probabilmente il 25% delle tartarughe marine vengono uccise per le catture accidentali nelle reti o perché restano impigliate nei rifiuti marini. Un quarto di queste tartarughe ha una o due pinne mozzate. Un amo da pesca infilzato nella mascella di uno di questi rettili marini provoca infezioni con gravi problemi.

Uccelli marini. Lo stomaco pieno di plastica impedisce agli uccelli migratori di accmulare il grasso necessario per compiere i loro lunghi viaggi per attraversare il mare o il deserto. Ad essere particolarmente colpiti sono la procellaria del Capo (Procellaria aequinoctialis) e l’albatross di Laysan (Phoebastria immutabilis) e il 97% dei pulcini di questa ultima specie ingerisce plastica. Questo aumenta le minacce per la sopravvivenza di uccelli marini migratori. Le procellarie mantengono plastica nel loro stomaco per mesi, che si accumula nelle loro viscere. Il PCB si accumula negli uccelli marini come la berta dell’Atlantico (Puffinus gravis), riducendo il loro successo riproduttivo.

Secondo i rapporti presentati ed approvati a Quito, campagne di sensibilizzazione e di azione in materia di rifiuti marini possono essere potenti strumenti per motivare l’opinione pubblica ad  essere parte della soluzione ed a sostenere eventuali nuovi strumenti economici o misure di regolamentazione e campagne mirate per evidenziare l’impatto dei rifiuti marini sulle specie migratrici possono portare a un cambiamento nei comportamenti della gente e del business.

Boyan Slat, fondatore e amministratore delegato di The Ocean Cleanup,  che ha raccolto più di 2 milioni di dollari per combattere questo problema, ha ricordato agli oltre 900 delegati della Cop11 Cms che «Negli ultimi decenni, l’inquinamento oceanico da plastica si è trasformato in un importante minaccia economica, ecologica e per la salute umana. Come le specie migratorie, l’inquinamento della plastica non rispetta i confini. Quindi, è urgente una collaborazione globale per l’adozione di soluzioni tecnologiche e legislative».