Le competenze nella gestione dei parchi e dell’ambiente

[6 novembre 2013]

Vittorio Emiliani ha ricordato in un recente articolo che il Ministero dell’ambiente ha nominato al ribasso, ex sindaci, ex assessori, magari ex dirigenti locali di associazioni venatorie, e persino, nel caso di Matteoli, di agenti immobiliari.

Bondi al Ministero dei beni culturali era ricorso addirittura ad un esperto della Mac Donald.

Senza nulla togliere a queste critiche che ci ricordano quanto grave è il punto di caduta in ambiti dove la competenza gioca un ruolo fondamentale, vale forse la pena di soffermarci su cosa significa ‘competenza’ quando si parla di soggetti istituzionali preposti alla gestione dell’ambiente.

E’ solo con la istituzione delle regioni e con l’approvazione ed entrata in vigore di alcune legge importanti sull’inquinamento, il mare, il suolo, i parchi e le aree protette che il nostro sistema istituzionale grazie anche alla legge 142 di riforma degli enti locali finalmente e tardivamente a regime fa il suo ingresso a tutti gli effetti in un comparto dove aveva operato in base all’art 9 solo su paesaggio attraverso le Sopraintendenze con ruoli esclusivamente tecnici. E’ dopo il 1970 che anche le regioni fresche di istituzione, le province e i comuni e con loro le autorità di bacino, gli enti parco regionali e dopo anche nazionali sono coinvolti in una gestione del territorio di tipo nuovo. Un ambito in cui si era operato praticamente soltanto con i vincoli posti e gestiti appunto da organi tecnici e non riconducibili ad alcun progetto e piano di programmazione comunale, provinciale e regionale di carattere ambientale svincolati dai confini amministrativi.

Sotto questo profilo il più impegnativo e innovativo era sicuramente  quello dei parchi perché solo qui sono tutti i vari livelli istituzionali a decidere sulle nomine e non più solo  lo stato il che fa ricadere per la prima volta la responsabilità sulle istituzioni.

Più di quanto accada però con le autorità di bacino a cui pure la legge affidava un ruolo che rispetto ai Geni civili poneva i problemi della sicurezza in stretto raccordo alla tutela degli ambienti fluviali che non può più riguardare unicamente i lavori pubblici. D’altronde fiumi e corsi d’acqua rientrano ormai in precise direttive comunitarie a cui anche noi dobbiamo conformarci.

L’avvio negli anni immediatamente successivi al 1970 della istituzione in alcune regioni dei primi parchi regionali pur in mancanza ancora della legge quadro nazionale che arriverà soltanto nel 1991 comporta la designazione da parte delle regioni e degli enti locali di rappresentanze politico-istituzionali a cui poi affiancare  quella delle associazioni ambientaliste e tecnico scientifiche (Università etc) nei nuovi enti di gestione che troveranno poi riconoscimento nella legge 394. Per la prima volta a queste rappresentanze spetterà il compito di predisporre un piano ambientale di gestione di un territorio non più connotato dai confini amministrativi proprio del piano regolatori dei comuni e poi dei piani territoriali di coordinamento delle province.

Se per le associazioni ambientaliste e le rappresentanze scientifiche la novità era costituita dal doversi impegnare in una gestione istituzionale con gli enti locali e la regione non meno impegnativa era quella di designare da parte delle istituzioni persone ‘competenti’  per la gestione di un territorio non più in chiave urbanistica ma ambientale in cui il ‘verde’ non sta più a significare puramente e semplicemente territorio almeno al momento sottratto alla edificazione.

Era un cambio di marcia di non poco conto.

Fu presto chiaro che le regioni e gli enti locali che si erano impegnati seriamente nel dotarsi di parchi regionali e locali avrebbero dovuto e rapidamente compiere un  salto di qualità nel governo del territorio selezionando un ‘nuovo’ personale politico-amministrativo e anche tecnico amministrativo. Si potrebbe parlare –lo dico anche per esperienza personale- di una sorta di ‘riconversione’ sia per chi veniva da impegni parlamentari dove le leggi che ho richiamato all’inizio avevano stazionato a lungo costringendo il parlamento a misurarsi concretamente con queste novità (ricordo in particolare la legge sul mare). Ma riguardò ancor più le regioni e gli enti locali che dovettero senza tanti indugi ‘attrezzarsi’ sia sul piano politico-istituzionale che delle strutture operative.

Certo anche quella fase proprio perché inedita non mancò di difficoltà dovute anche al ritardo con cui fu infine varata la legge nazionale. Ma i risultati furono in ogni caso ragguardevoli e incoraggianti anche sotto il profilo della ‘competenza’ perché è in quegli anni che fu messa alla prova e con successo una nuova leva di amministratori dei parchi politica e non tecnica.

In più occasioni ho avuto modo di ricordare che basta scorrere la collezione di Parchi –la rivista prima del Coordinamento dei parchi regionali e poi di Federparchi ma anche gli atti di molte ricerche e riflessioni dei vari centri studio della associazione- per trovare conferma di come in quella fase i nuovi amministratori dei parchi insieme al personale e agli apparati delle regioni e degli enti locali –assai meno e spesso per niente con le strutture ministeriali- seppero fare squadra.

Se oggi però come ci ricorda Emiliani il quadro è  così sconfortante e deprimente a cui si è giunti in ogni caso non di colpo se già con Matteoli le cose avevano assunto un piega allarmante non è perché si sono scelti ex amministratori etc ma perché si è dissolto quel ‘collante istituzionale’ che ha visto sempre più andare ognuno per suo conto fuori da qualsiasi disegno nazionale ed anche regionale. I tagli non hanno riguardato solo i bilanci ma le finalità, i ruoli, le inadempienze –si pensi cosa ha voluto dire cancellare la programmazione nazionale ma anche non essere riusciti in oltre 20 anni a portare a termine la Carta della Natura. Oggi persino la discussione al Senato di una nuova legge avviene senza i coinvolgimento delle istituzioni regionali e locali. Perché stupirsi che poi si facciano pessime scelte nelle nomine magari lasciando anche taluni presidenti senza una indennità quasi fossero fonte di spreco o ‘casta’ come dice stupidamente qualcuno.

Va detto tuttavia che la critica da cui muove Emiliani e cioè di essere i designati degli ex non coglie un aspetto che ha giocato e non soltanto per i parchi ma per il complesso delle istituzioni un ruolo niente affatto negativo. Certo specie nel momento in cui si abrogano addirittura livelli istituzionali –vedi le province- e maggiore è la ricerca della collocazione degli estromessi questa può indurre a scelte che non premiano la competenza. Ma nella fase di cui a cui ci siamo riferiti quella degli ex non è stata una ‘categoria’ di sistemati ma per tutti i livelli dal parlamento fino ai parchi essi hanno permesso di immettere nel circuito istituzionale anche non elettivo conoscenze, esperienze e competenze preziose. E ciò vale sia per il percorso dal centro alla periferia che per quello inverso dal basso verso l’alto. Io ho fatto il vice sindaco e il presidente della provincia e come ex ho potuto avvalermi di quella esperienza in sede parlamentare e successivamente alla vicepresidenza di un parco regionale. Al parco ho trovato rappresentanze politiche diverse dalla mia ma per più versi simili sul piano istituzionale. Ciò che ci accomunava era l’idea che il parco poteva arricchire il ruolo delle istituzioni e non penalizzarle a partire d quelle locali Questo circuito risulta oggi spesso interrotto, impoverito e spesso degradato perché è il discredito che circonda e  mette a  rischio il nostro sistema istituzionale nessun livello escluso.

Crisi e discredito di ruolo che non ha risparmiato e non risparmia i parchi a cui si sono sottratte competenze fondamentali –vedi il paesaggio- o che si sta cercando di accorpare in sede regionale burocraticamente sradicandole dal territorio in cui sono nate e hanno messo le radici. Commissariate per tempi lunghissimi e senza designare i membri dei direttivi ex o no che siano.

Si potrà uscire da questa brutta e desolante situazione solo se riusciremo a rilanciare sul piano politico, istituzionale e culturale i parchi senza illudersi che ai ruoli istituzionali si può supplire con qualche ‘tecnico’ o ‘categoria’.

Si è già visto con i governi che non bastano i tecnici a governare bene. Vale anche per i parchi.