Confini planetari e lotta al cambiamento climatico: «Eliminare carbone, petrolio e gas è la parte facile»

La cosa più difficile sarà salvaguardare le risorse biologiche come l'acqua, il suolo e la biodiversità

[25 ottobre 2018]

Secondo Johan Rockström, co-direttore del Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung (PIK) e uno degli scienziati che ha definito i cosiddetti 9 confini planetari che non dovremmo oltrepassare, «Per evitare il disatro climatico, l’eliminazione dei combustibili fossili è la parte facile», il test definitivo per l’umanità sarà la salvaguardia delle risorse biologiche come l’acqua, il suolo e la biodiversità.

In un’intervista a Annette Ekin su Horizon, Rockström spiega che i confini planetari  indicano i limiti dei «processi biofisici nel sistema terrestre che regolano la nostra capacità di avere un sistema climatico e un pianeta stabili. E quello che scopri  è che non si tratta solo di carbonio, ma anche di sistemi e processi biologici. Occorre prendere sul serio tutti i confini planetari e  riconoscere che tutti interagiscono l’uno con l’altro».

Ma cosa c’entra questo con la necessità di limitare il riscaldamento globale a 1,5° C rispetto ai livelli preindustriali, come chiesto dal rapporto speciale dell’Intergovernmental panel on climate Change (Ipcc)? Rockström risponde  che «Se si legge attentamente il Rapporto 1,5° C  dell’Ipcc, ci dice che, sì, dobbiamo sostanzialmente decarbonizzare il sistema energetico mondiale entro il 2045, massino entro il 2050, per avere una possibilità di 1,5° C. Ma il presupposto è, ed è davvero un prerequisito per quell’impresa, che si mantenga la resilienza complessiva del pianeta, che il carbonio continui ad essere sequestrato (immagazzinato) in tutti i nostri ecosistemi naturali. Il modo in cui affrontiamo il capitale naturale e la biosfera vivente sarà fondamentale per stabilire se falliremo o riusciremo con l’Accordo di Parigi».

L’Unione europea ha annunciato la sua nuova strategia sulla bioeconomia e per il co-direttore del PIK si tratta di un passo avanti importante: «Concentriamo tutta la nostra attenzione su carbone, petrolio e gas naturale, ma quando si guarda l’agenda in generale, questa è la parte più facile della sfida climatica. La parte molto più impegnativa è l’acqua, il suolo, la biodiversità, l’azoto, il fosforo, la dimensione biologica dell’economia e la sfida climatica. Non solo vedo molte opportunità in un’economia basata sulle risorse biologiche, vedo anche enormi sfide per farla bene. Qui, la chiave sta nell’adottare un approccio sistemico (ovvero capire come interagiscono gli ecosistemi e il clima) e nell’adottare un approccio basato sul ciclo di vita completo, e quindi di esaminare le sfide sistemiche che riguardano tutti gli aspetti della bioeconomia. Se lo si fa, penso che emergeranno molte soluzioni».

Per Rockström le soluzioni più importanti  sono sia la chiusura del ciclo  dei rifiuti organici, con particolare attenzione ad azoto, fosforo e carbonio: «Questo interrompe l’inquinamento e fornisce risultati vantaggiosi, come la produzione di biogas e i nuovi prodotti derivanti dal riciclaggio dei rifiuti, allontanandosi sostanzialmente dal nostro processo lineare di gestione di tutte le risorse biologiche, in particolare negli ambienti urbani.  In realtà è abbastanza scioccante che gestiamo ancora le nostre società moderne europee in un modo lineare, nel quale l’azoto e il fosforo provengono da altri continenti. Nutrienti che poi trasportiamo attraverso il nostro cibo importato con enormi schemi commerciali verso l’Europa e poi li consumiamo, creiamo rifiuti, trattiamo i rifiuti come possiamo, mentre grandi quantità di nutrienti finiscono per eutrofizzare i fiumi, le acque sotterranee e le zone costiere, il che alla fine porta a un grave degrado degli ecosistemi costieri. Quella catena deve essere spezzata. Su questo ci sono sinergie, perché qualsiasi forma di riciclaggio dei rifiuti di sostanze organiche ti dà energia aggiuntiva, come il biogas, che viene utilizzato in molti paesi in Europa. A rigor di logica, oggi il biogas è l’unico combustibile realmente rinnovabile per la mobilità».

Per lo scienziato tedesco, «Per sviluppare un portafoglio diversificato di soluzioni bioenergetiche, dai sistemi di riscaldamento basati su pellet di biomassa da residui dell’industria forestale, alla produzione di combustibili liquidi a base legnosa, Dobbiamo riconoscere l’importante potenziale presente anche nella zona temperata dell’Europa. Questo viene dibattuto e contrastato anche dalle vecchie prospettive del movimento ambientalista, dicendo che tutto ciò che ha a che fare con il taglio degli alberi deve, per definizione, essere una minaccia per la conservazione».

«E non è così?» Chiede la Ekin.  Per Rockström, «Purtroppo, non stiamo riconoscendo l’importanza e il potenziale di una gestione sostenibile delle risorse biologiche. Dobbiamo ammettere di vivere in società moderne in cui ogni metro quadrato degli ecosistemi naturali è influenzato antropogenicamente: non esiste una natura incontaminata. In particolare, dobbiamo preservare la biodiversità e, in particolare, salvaguardare le rimanenti foreste originarie, ma dobbiamo anche essere amministratori attivi e sostenibili del nostro capitale forestale e (assicurarci) che così facendo abbiamo fonti di biomassa che possiamo trasformare in energia sia per l’industria che per la nostra mobilità».

Rockström sogna un mondo dove il cemento venga gradualmente sostituito dal legno, si per le case private che gli edifici multi-livello e le infrastrutture: «Questo è l’unico vero dissipatore biologico di carbonio che abbiamo, perché tutte le forme di piantagione di alberi sono un pozzo di carbonio molto insicuro, poiché possiamo perdere improvvisamente tutto il carbonio immagazzinato con gli incendi boschivi e le epidemie. Ma se davvero investi molto tempo nello sviluppo della tecnologia per costruzioni a base di legno, puoi praticamente sequestrare il carbonio per i prossimi 100 anni in ogni edificio»

I confini planetari possono aiutare a prendere decisioni su quali azioni intraprendere? Secondo Rockström, «All’interno dello spazio dei confini planetari  ci sono un numero quasi infinito di soluzioni, ma forniscono anche obiettivi scientifici che creano il confine esterno entro cui operare e «Questo, quindi, può essere molto rassicurante per una nazione, un’industria o una regione come l’Unione europea, per dire: “Ok, ora quantifichiamo questi confini planetari e diciamo che qualsiasi cosa facciamo nella bioeconomia deve operare all’interno di questi dati quantitativi e confini biofisici”».

Il problema pè come definire questi confini. Per Rockström è possibile farlo: «Il primo compito è quello di definire, attraverso l’analisi del sistema terrestre, dove sono i confini. Questo è il compito sul quale io e i miei colleghi scienziati abbiamo focalizzato sulla nostra attenzione. La struttura del confine planetario non è in alcun modo una soluzione o uno schema di monitoraggio. Ti dà i limiti entro i quali abbiamo una buona possibilità di mantenere un pianeta stabile. Allora, ovviamente, la domanda eccitante è, dove siamo e come stiamo andando avanti nel tempo verso questi confini? Ora, possiamo misurarlo? Sì, abbiamo capacità crescenti, basate su dati provenienti, ad esempio, dai sistemi di osservazione della Terra a livello mondiale. Ad esempio, il Global Carbon Project  stima, ogni anno, cosa stanno facendo le nazioni e il mondo contro il confine planetario del clima, che, a proposito, dal 2009 è stato fissato a circa 1,3° C (cioè se la Terra scalda più di questo, abbiamo oltrepassato un confine planetario)».

Ma come si misurano i confini planetari all’interno dei diversi Stati?  E’ un problema al quale stanno lavorando moltissimi gruppi di ricerca in tutto il mondo che tentano di sviluppare metodologie per  quantificare i confini per le diverse nazioni, delle industrie e della società. »Questa è sicuramente una sfida – ammette Rockström – Ad esempio, è possibile, definire scientificamente che al massimo 10 milioni di tonnellate di fosforo possano defluire negli oceani ogni anno. Questo è una cifra da confine globale. Ora la domanda è: come la distribuiamo in modo scientifico, ma anche in modo trasparente ed equo, tra Germania, Stati Uniti e Cina, cioè come deve essere distribuito il bilancio globale del fosforo nei bilanci quantitativi tra le nazioni?»

Rockström conclude: « Sul clima abbiamo fatto molta strada. Ad esempio, esistono molte metodologie su come condividere il bilancio del carbonio residuo sulla base delle emissioni storiche e dei livelli di crescita economica. L’European environment agency ha sviluppato una metodologia per adeguare il quadro planetario all’Ue. Attualmente, sono piuttosto ottimista, perché vediamo che Paesi come la Svizzera, la Svezia, la Germania e la Nuova Zelanda sono o hanno espresso interesse a prendere il quadro planetario e renderlo operativo a livello nazionale».