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Conservazionismo vs protezionismo: davvero esiste incompatibilità?

«Discutiamo insieme sulle priorità per migliorare le condizioni del mondo vivente»

[3 aprile 2018]

La deputata di FI appena rieletta Michela Vittoria Brambilla ha indirizzato a tutti i colleghi non appena eletti o rieletti una lettera di questo tenore:

«Oggetto: adesione all’intergruppo per i “diritti degli animali”

Cara Collega, caro Collega, innanzitutto congratulazioni per l’elezione (o la rielezione)! Ti scrivo nella speranza che tu, come me, condivida la sensibilità per la tutela degli animali. In tal caso, ti invito ad aderire all’ “Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali”, una sede permanente di confronto sull’argomento che ci sta a cuore e che è storicamente difficile trattare in assemblee dove tendono a prevalere lobby portatrici di altri interessi. Proprio perché valorizza le differenze politiche o di percorso personale, l’intergruppo, che si riunisce a scadenze regolari o secondo le esigenze o le opportunità dei calendari parlamentari, è uno strumento importante per condurre in porto provvedimenti innovativi a difesa di chi non ha nemmeno la voce. In attesa di un Tuo riscontro (via e-mail o telefonicamente al xxxxxxxxx),

Ti ringrazio per l’attenzione e Ti porgo i miei auguri di buon lavoro!

Un caro saluto Michela Vittoria Brambilla».

La domanda che ora vi pongo è: vi impegnereste più volentieri“in difesa dei diritti degli animali” o piuttosto in attività dirette a “fermare il degrado del pianeta e costruire un mondo in cui l’umanità possa vivere in armonia con la natura”?

La questione potrebbe sembrare bizantina edifficile da comprendere fino in fondo ma si tratta di un tema che purtroppo non può essere liquidato semplicemente affermando sbrigativamente che “una cosa non esclude l’altra”. Infatti, non soltanto è vero che tutto insieme non si può fare ma si deve anche constatare un dato storico: nell’ultimo quarto di secolo, in Italia, le attività di protezione diretta degli animali “e dei loro diritti” si sono moltiplicate, con un aumento notevole di soci delle relative associazioni e anche con l’aumento del numero delle associazioni stesse (Lav, Lac, Enpa, Oipa, Adda, Associazione Animalisti, tanto per citare solo le principali) e tuttavia è anche accaduto che il Wwf, la storica associazione ambientalista per antonomasia che dagli anni ’60 del secolo scorso si batte contro il degrado del pianeta e contro la conseguente rarefazione ed estinzione degli animali selvatici, (la cui vita è evidentemente legata a doppio filo alla conservazione degli ambienti naturali) abbia perduto importanza e impatto passando dai trecentomila soci degli anni ’90 del secolo scorso agli attuali sessantamila con una spettacolare perdita dell’ottanta per cento!

Sembra dunque che le preferenze del pubblico siano oggi orientate verso la protezione degli animali domestici – e comunque di singoli individui, vedi il caso del famoso leone Cecil – piuttosto che degli ambienti naturali che ospitano intere comunità di viventi e consentono di fatto la vita di tutti noi. Questa parrebbe una contraddizione, a meno che la protezione non riguardasse affatto gli animali selvatici ma invece quelli domestici, cani gatti, agnelli, vitelli, pulcini e così via. Sembra infatti che ciò che è accaduto in questi anni sia la sostanziale rinuncia del popolo italiano alla conservazione della natura e il suo aumentato amore nei confronti degli animali domestici da affezione. Questa tesi è avvalorata da un lato dallo straordinario aumento di produzione di cibi per cani, gatti, criceti, conigli, uccelli da voliera di diversi generi e specie etc., dall’altro dalla straordinaria facilità con cui i recenti governi hannoconsentitoobbrobri ecologici come perforazioni dei fondi marini in cerca di idrocarburi, sfruttamenti dissennati delle foreste indigene col rischio reale di perdere le cosiddette specie interne che non tollerano di vivere ai margini di foreste degradate e altre simili sciocchezze.

Nel frattempo, la maggiore tra le associazioni di protezione cosiddette animaliste, la Lav (Lega Anti Vivisezione), nata 35 anni fa, all’inizio degli anni ’80, è cresciuta tanto da poter vantare oltre 50 mila iscritti che versano anche il cinque per mille fiscale, 278 mila fan sulla pagina Facebook, 4 milioni di cittadini firmatari delle petizioni dell’associazione, 500 azioni legali condotte in media ogni anno “per affermare i diritti degli animali”. Su queste azioni legali vale la pena di spendere qualche parola in più dato che esse portano abbondanti risorse nelle casse della associazione grazie al singolare principio secondo il quale per ogni reato di maltrattamento riconosciuto da un tribunale, spetta un risarcimento al rappresentante ufficiale degli animali che è considerato per l’appunto l’associazione suddetta. Grazie a questi risarcimenti e alle periodiche raccolte di fondi per scopi specifici, la Lav ha oggi un bilancio milionario che le fornisce anche una notevole forza legale e anche il prestigio necessario per ottenere la regolare stipula di una convenzione di collaborazione addirittura con i carabinieri forestali per il perseguimento di reati in materia di protezione di animali che potranno fruttare altri risarcimenti.

Queste brevi considerazioni possono spiegare almeno in parte il successo attuale della Lav ma non spiegano di certo il vero e proprio tracollo storico del Wwf che indubbiamente richiede un’accurata analisi. Si potrebbe affermare che il Wwf sia stato vittima della sua stessa accettazione e valorizzazione del protezionismo animalista che, come spesso accade in casi del genere, ha finito col sommergere e quasi seppellire il conservazionismo ambientalista dell’associazione, ma anche questa spiegazione, seppure seducente a prima vista, a me personalmente non pare sufficiente per spiegare un fenomeno di proporzioni tanto vaste come quello che si è verificato in questo caso. No, il declino del Wwf (personalmente spero un declino temporaneo) deve necessariamente affondare le sue radici in qualche cambiamento storico verificatosi a partire dagli anni ’90 del secolo scorso.

Di che genere di cambiamento potrebbe trattarsi? Personalmente, io credo che si tratti della progressiva affermazione internazionale del cosiddetto neoliberismo, un sistema politico che ha indubbiamente svalutato il settore pubblico e ha dato una forte spinta a tutto ciò che è individuale e privato. Non è affatto impossibile, in questo contesto, che alla conservazione di lontani ambienti naturali persino difficilmente visitabili e dunque percepiti come inattingibile patrimonio pubblico, venga preferito il mantenimento di un cane o un gatto curati come figli presso una comoda abitazione domestica. Infine, per liberarsi da eventuali complessi di colpa nei confronti degli animali esotici, può essere passata benissimo come politicamente corretta una campagna permanente contro i circhi, gli zoo e ogni tipo di allevamento in condizioni domestiche di qualsiasi animale che non sia un cane, un gatto, un criceto o un canarino.

Il Wwf non ha capito il grave pericolo politico insito nelle campagne animaliste e le ha sostanzialmente avallate continuando poi a farlo anche per tentare di porre riparo a un declino che invece è proseguito imperterrito. L’unica cosa che ha saputo fare per differenziarsi dagli ultra-animalisti è stata una moderata giustificazione dei moderni zoo, visti come luoghi dove è anche possibile fare didattica, ricerca e conservazione delle specie minacciate di estinzione. Tutte le altre attività di carattere, per così dire, rurale sono state criticate più o meno duramente o, nel migliore di casi, sono state lasciate al loro naturale destinodi oggetti considerati come obsoleti. Il risultato, politicamente parlando, è stato francamente disastroso e oggi richiede una riflessione attenta e, per quanto possibile, non di parte per sperare di poter guardare il futuro con maggiore ottimismo da parte di tutti.

Incominciamo subito col riconoscere che anche le associazioni animaliste hanno svoltoun ruolo positivo per un maggiore rispetto degli animali e per un rapporto più maturo degli esseri umani con i loro piccoli e grandi compagni domestici. A volte, però, ci sono stati anche eccessi inaccettabili, eccessi che non è qui il caso di rivangare visto che in questa sede si vorrebbe aprire un dialogo utile con persone diverse da noi ma che tuttavia riteniamo bene intenzionate. A fronte del riconoscimento delle buone intenzioni degli animalisti da parte dei conservazionisti, a questi ultimi dovrebbe essere riconosciuta dai loro interlocutori l’importanza deiprogrammi di conservazione della natura non solo per la sopravvivenza degli animali selvatici ma anche per il futuro benessere degli esseri umani che, in un mondo finalmente impregnato di sane idee conservazioniste, potrebbero infine disporre di aria e acqua pulite, di foreste maestose popolate da splendidi animali selvatici, la cui semplice visione su sfondi spesso grandiosi potrebbe riempire di gioia non solo chi sapeva già di amare la natura ma anche chi non lo sapeva perché non la conosceva affatto, perché magari trascorreva tutto il suo tempo libero in grandi centri commerciali circondati da enormi edifici grigi e da strade prive di alberi e di aiuole.

Viviamo in un paese che nessuno può onestamente negare che sia entrato in una fase di precipitoso declino.Molti di noi non hanno la minima idea sul da farsi per migliorare la situazione, molti altri hanno idee diverse e spesso anchecontrapposte. Sarebbe troppo auspicare di unire tutte le forze in qualche modo interessate alla conservazione della natura e al benessere degli animali per tentare di bloccare l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, il consumo di suolo agricolo o forestale, la dispersione di immense quantità di plastica nel mare, l’estinzione di piccoli e grandi animali? Sarebbe troppo auspicare che una buona volta si smetta di calunniare istituzioni di valore scientifico e didattico come i grandi zoo o anche attività prevalentemente ludiche che non hanno mai fatto male agli animali, come i circhi e gli allevamenti amatoriali? Sarebbe troppo auspicare che invece di perseguitare chi fa ricerca medica ci si concentri sulla supervisione degli allevamenti commerciali suggerendo prima ed esigendo poi che gli animali che vengono fatti crescere per produrre carne, latte, uova o altri prodotti alimentari possano vivere una vita degna di questo nome? Sarebbe bello poter lavorare insieme per assicurare a tutti noi e a loro una vita migliore e non essere continuamente costretti – naturalisti e conservazionisti – adifendersi da attacchi ingiusti il cui autentico scopo ultimo è purtroppo di fare cambiare numero di conto corrente a somme di una certa rilevanza. Agli animalisti oggi vorrei dire: se avete veramente a cuore gli animali grandi e piccoli, domestici o selvatici, di casa nostra o di paesi lontani, allora vi scongiuro,smettetela di combattere contro tutto e tutti, discutiamo insieme sulle priorità per migliorare le condizioni del mondo vivente, venite con spirito aperto e con modestia, usate le vostre forze nel modo migliore possibile, come purtroppo la maggioranza di voi non ha mai fatto fino a questo momento.

 

di Renato Massa

professore emerito di Biologia Animale e di Conservazione della Natura  Università degli studi di Milano Bicocca