Continua la strage di delfini in Giappone (FOTOGALLERY)

I Sea Shepherd Cove Guardians documentano il massacro di una famiglia di grampi nella baia di Taiji

[2 febbraio 2016]

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Ogni anno, in Giappone vengono massacrati o catturati 20.000 delfini, focene e piccoli cetacei. La mattanza comincia a settembre e finisce più o meno a marzo. Il massacro più noto, portato agli onori della cronaca dal film “The Cove” che nel 2010 vinse l’Oscar come miglior documentario, è quello che si svolge a Taiji, un villaggio che fa addirittura parte di un Parco nazionale, dove i pescatori spingono in una stratta baia intere famiglie di piccoli cetacei e poi li catturano per avviarli ai delfinari, oppure li uccidono per trasformarli in carne  da vendere sul mercato giapponese.

Il massacro di delfini di Taiji era praticamente sconosciuto fino al 2003, quando Sea Shepherd  diffuse  un video girato segretamente e delle foto che resero noto al mondo cosa stava accadendo nella “Baia maledetta”. Dal 2010 Sea Shepherd, un’organizzazione molto determinata nata da una scissione di Greenpeace, considerata troppo “accomodante”, ha messo in piedi i Cove Guardians, volontari  che sono diventati l’incubo dei cacciatori di delfini di  Taiji, con i quali non sono mancati gli scontri. I Sea Shepherd Cove Guardians documentano le catture e le uccisioni di delfini che i pescatori cercano da qualche anno di celare dietro dei teloni di plastica.

Ieri i Sea Shepherd Cove Guardians hanno documentato un’altra uccisione di cetacdei che in altri Paesi del mondo, compresa l’Italia, sono protetti dalla legge:  «A Taiji, in Giappone, la Cove si è tinta di rosso con il sangue degli innocenti per il secondo giorno consecutivo. – scrivono sulla loro pagina Facebook gli attivisti – All’incirca alle 9, 30 del mattino, ora locale del Giappone, la flotta killer ha  avvistato un branco di delfini di risso e non ha perso tempo a metersi in formazione circolare per spingere la famiglia verso la sua fine». I delfini di risso sono più noti come grampi (Grampus griseus) e somno una specie considerata a basso rischio di estinzione dalla Lista Rossa IUCN, anche se localmente sono a forte rischi. Nel mediterraneo non è molto facile avvistarli.

La caccia ai grampi è durata 2 ore, poi il gruppo di cetacei è stato spinto, ormai esausto, fino alla costa di   Taiji e i delfini sono stati tutti uccisi. Il giorno prima era toccato a un branco di stenelle, ma anche quest’anno la caccia spietata ha coinvolto diverse specie di piccoli cetacei.

I Sea Shepherd Cove Guardians dicono che «I killers hanno ampiamente chiarito nel corso degli anni il loro totale disprezzo per la vita di esseri innocenti; tutti i 6 grampus griseus sono stati uccisi in pochi minuti. Non sono stati fatti prigionieri».

I 6 poveri grampi fanno parte del contingente di 1.873 mammiferi marini che i cacciatori di delfini di Taiji sono stati autorizzati a catturare o ad ammazzare per la stagione di pesca  2015-2016.

Ma i Sea Shepherd Cove Guardians sottolineano che «La caccia subacquea  in cerca di delfini per tenerli in cattività o per la macellazione non è una storia giapponese: è un problema globale. E’ la richiesta di delfini in cattività che spinge questi cacciatori a cercare ogni giorno delle vite innocenti». I delfini non adatti ad essere tenuti in cattività nei delfinari, come i grampi ed altre specie, sono considerati catture accessorie e vengonocomunque cacciati attivamente per  macellarli e rifornire il mercato della carne di cetacei, privando i nostri oceani di questi magnifici ed intelligenti animali.

Secondo Sea Shepherd l’industria dei delfinari e dei grandi acquari con mammiferi marini, e chi li visita, «sono responsabili del massacro a Taiji. Per questo bisogna dire no  no alla prigionia per tutti i cetacei».

I Cove Guardians  assicurano: «Resteremo a Taiji fino a che non finirà questo brutale massacro. Non lo dimenticheremo mai». Ma intanto possono solo documentare la strage di animali spaventati ed inermi, rischiando ogni giorno lo scontro con I pescatori/cacciatori e con le forze dell’ordine, che cercano di impedire che vengano diffuse altre immagini di una strage ormai anacronistica e che non ha più niente a che vedere con la “tradizione”,  ma alimenta solo l’industria del divertimento globale, che trasforma i delfini in tristi attori prigionieri che sognano la libertà.