Cosa succederebbe se la metà della Terra fosse restituita alla natura?

Il difficile equilibrio tra tutela della biodiversità e popolazione umana in crescita da sfamare

[16 agosto 2018]

Negli ultimi anni si è fatta velocemente spazio tra la comunità ambientalista l’idea di destinare metà della superficie terrestre del nostro pianeta ad aree naturali tutelate e intatte. Come scrive  scrive su Anthropocene Brandon Keim, autore di “The Eye of the Sandpiper: Stories From the Living World” «E’ una visione ispiratrice, semplice ma potente, una brillante aspirazione in mezzo all’oscurità delle estinzioni e delle estirpazioni». Ma anche Keim ammette che «Però, tra l’idea e la realtà c’è molta incertezza pratica. Cosa significherebbe effettivamente mettere da parte la metà della terra del pianeta? Chi prenderebbe le decisioni? E, cosa fondamentale, cosa significherebbe questo per la produzione di cibo, che attualmente rappresenta il singolo maggiore utilizzo umano del territorio?»

Domande alle quali risponde lo studio “The challenge of feeding the world while conserving half the planet” pubblicato su Nature Sustainability da Zia Mehrabi e  e Navin Ramankutty  della School of Public Policy and Global Affairs dell’università della British Columbia, Erle C. Ellis, dell’università del Department of Geography and Environmental Systems dell’università del Maryland, secondo il quale «Se metà delle ecoregioni terrestri della Terra fosse restituita alla natura, a seconda della strategia di conservazione del territorio, abbiamo scoperto che a livello globale, il 15 – 31% delle terre coltivate, il 10 – 45% dei pascoli, il 23 – 25% delle calorie non alimentari e il 3 – 29% delle calorie alimentari delle colture potrebbero andare persi».

I ricercatori spiegano che «Probabilmente il più grande trade-off coinvolto nella proposta di Half-Earth è l’agricoltura. I costi dell’Half-Earth per la produzione alimentare devono ancora essere valutati»

Secondo Ramankutty, un geografo agricolo, ed Ellis, uno scienziato ambientale, «Il nuovo studio offre una valutazione iniziale dei potenziali compromessi globali tra l’agricoltura e questo ambizioso obiettivo di conservazione. È lontano dal rappresentare l’ultima parola, ma è un buon punto di partenza».

Dopo aver messo insieme i dataset  su utilizzo globale del territorio, aree protette, biodiversità e produzione agricola, i tre ricercatori hanno simulato le possibili perdite agricole derivanti dalle diverse strategie di conservazione: proteggere metà di ogni regione ecologicamente distinta, o metà di ogni Paese o metà della Terra nel suo insieme, in quest’ultima ipotesi le aree protette potrebbero essere concentrate in determinati luoghi, così da estendersi, per esempio, su più della metà del Brasile, ma in meno della metà della Cina. Ma ogni ipotesi prevede che le aree naturali siano di grandi dimensioni, contigue o che colleghino mosaici nei quali convivono forme di protezione e utilizzo umano.

Dallo studio emergono alcune cifre: «Utilizzando una strategia Earth-in-aggregate – scrive Keim su  Anthropocene – le simulazioni suggeriscono che andrebbero perse il 10% di tutte le calorie non alimentari – mangimi per animali, biocarburanti e così via – e l’11% delle calorie alimentari dei raccolti se le aree naturali fossero mantenute grandi e contigue. In un’ipotesi mosaico, quelle perdite scendono a zero. Tuttavia, se fosse protetta la metà di ciascuna ecoregione, negli scenari contiguous-nature le perdite si gonfierebbero fino al 25% delle calorie non alimentari e al 29% delle calorie alimentari. Nei mosaici, le perdite raggiungerebbero tra il 23% e il 3%: minori ma comunque significative, date le imminenti necessità di diversi miliardi di esseri umani entro la fine del secolo».

Mehrabi e il suo team sottolineano: «Non abbiamo trovato un percorso chiaro per riconsegnare metà del nostro pianeta alla natura a un livello che mantenga  la connettività ecosistemica e continui a nutrire il mondo, almeno senza che alcune nazioni o sub-popolazioni subiscano perdite».

Carly Vynne, una pianificatrice della conservazione della coalizione Nature Needs Half  si è complimentata con Ramankutty ed Ellis perché «Probabilmente è la questione centrale da affrontare – ha detto ad Anthropocene –  Però, l’analisi in sé, èbasata sull’argomento fallace che in qualche modo ci sarebbe un land grab  globale per la conservazione. Le aree agricole ricche di risorse non verrebbero eliminate dalla produzione e gli ambientalisti riconoscono già il valore dei mosaici e la necessità di stabilire obiettivi diversi per le diverse regioni. Per alcuni paesi, come il Madagascar, raggiungere il 10% nei posti giusti sarebbe una grande vittoria. In altre aree, come l’Amazzonia, potremmo aver bisogno dell’85% di copertura forestale contigua per mantenere le funzioni dell’ecosistema, ma ci sarebbero piccoli conflitti con lo schieramento agricolo».

La Vynne ha anche sottolineato il rapporto positivo tra biodiversità e produzione alimentare: «Non riuscire a proteggere e ripristinare la metà della natura terrestre della Terra porterà probabilmente a  un’insicurezza alimentare molto più grande, allo spostamento di agricoltori e comunità agricole e alla perdita di servizi ecologici che sono fondamentali per garantire la produzione alimentare. Queste minacce hanno maggiori probabilità di mettere a rischio la futura produzione alimentare rispetto a qualsiasi accordo sulla conservazione».

Anche  Ellis definisce il suo studio «Un primo passo, un modo per iniziare un dialogo necessario». E gli autori dello studio fanno notare che si possono trarre grossi vantaggi dalla riduzione degli sprechi alimentari, che attualmente assorbe circa il 24% di tutte le calorie, e dalla riduzione del consumo di carne, e con diete più ricche di vegetali: «Questo consentirebbe di proteggere una grande quantità di natura con un piccolo costo per le persone».

Il problema che abbiamo di fronte è il sostanziale fallimento degli impegni presi da 150 Paesi con la firma della Convention on biological diversity biologica, un impegno giuridicamente vincolante per fermare la perdita di biodiversità entro il 2010. E anche lo Strategic Plan for Biodiversity  sembra destinato a non rispettare gli obiettivi che la comunità internazionale si è data per il 2020. Ma rispetto a questi obiettivi “minimi” di salvaguardia della biodiversità  l’Half-Earth è qualcosa di enormemente più ambizioso e, come dice  Keim, «Il successo – o il fallimento – starà nei dettagli».

Il team di Mehrabi conclude: «I modelli ecologici, politici, socioculturali, economici e commerciali necessari per sostenere un progetto di conservazione globale di tale portata e ambizione, per decenni e nel lontano futuro, devono ancora essere sviluppati».