Da uno studio sul cervello dei primati nuovi indizi sulle origini del linguaggio umano (VIDEO)

Scoperto un collegamento tra il repertorio vocale e le dimensioni di alcune regioni chiave del cervello

[10 agosto 2018]

Il nuovo studio “Neural Correlates of Vocal Repertoire in Primates”, appena pubblicato su Frontiers in Neuroscience  dal britannico Jacob Dunn,  del Behavioural Ecology Research Group del  Department of Biology dell’ Anglia Ruskin University e del Biological Anthropology, Department of Archaeology dell’università di Cambridge, e dallo statunitense Jeroen Smaers, del Department of Anthropology, Stony Brook University, ha esaminato il cervello e il repertorio vocale dei primati e fornisce  importanti informazioni sull’evoluzione del linguaggio umano.

All’ Anglia Ruskin University spiegano che «Il tratto vocale e la laringe sono simili per forma e funzione praticamente in tutti i mammiferi terrestri, compresi gli esseri umani. Tuttavia, rispetto agli umani, i primati non umani producono una gamma estremamente limitata di vocalizzazioni». La nuova ricerca si è chiesta se la ragione per cui i primati sono incapaci di produrre parole è perché mancano dei meccanismi cerebrali necessari per controllare e coordinare la produzione vocale e si  è concentrata su due particolari caratteristiche del cervello: le aree corticali associative, che governano il controllo volontario del comportamento, e i nuclei del tronco cerebrale coinvolti nel controllo neurale dei muscoli responsabili della produzione vocale.

Gli scienziati dell’Anglia Ruskin University e della Stony Brook University dicono di aver trovato «una correlazione positiva tra la dimensione relativa delle aree aree corticali associative e la dimensione del repertorio vocale dei primati, che può andare da solo due tipi di richiami nelle nasiche ad almeno 38 richiami diversi fatti dai bonobo, i nostri parenti più vicini.

Secondo Dunn, «Questo studio dimostra, per la prima volta, una significativa correlazione positiva tra il repertorio vocale e la dimensione relativa delle parti del cervello responsabili del controllo volontario del comportamento.  Le aree corticali associative si trovano all’interno della neocorteccia e sono la chiave per le più alte capacità di elaborazione cognitiva, vengono considerate le basi per le complesse forme di comportamento osservate nei primati. E’ interessante notare che la dimensione complessiva del cervello di un primate non era legata al repertorio vocale di quella specie, ma solo alla dimensione relativa di queste aree specifiche. Nelle grandi scimmie abbiamo anche trovato una relazione positiva tra i volumi relativi delle aree corticali associative e il nucleo dell’ipoglosso, che sono entrambi significativamente più grandi in queste specie. Il nucleo dell’ipoglosso è associato al nervo cranico che controlla i muscoli della lingua, suggerendo quindi un maggiore controllo volontario sulla lingua nei nostri parenti più stretti. Comprendendo la natura della relazione tra la complessità vocale e l’architettura del cervello nei primati non umani, speriamo di iniziare a identificare alcuni degli elementi chiave alla base dell’evoluzione del linguaggio umano».