Dal capro espiatorio alla difesa della libertà di andare in natura

Le riflessioni di Vittorio Cogliati Dezza dopo la tragedia delle Gole del Raganello

[27 agosto 2018]

Dopo lo sgomento per i dieci escursionisti che hanno perso la vita nel Raganello, penso sia utile tornare a riflettere su quanto avvenuto e, dico subito, a prendere le distanze da quanto è uscito sui media che si sono subito scatenati alla ricerca dei colpevoli, come se l’esistenza di un colpevole fosse la garanzia principale perché certe tragedie non si ripetano.

Piuttosto dovremmo provare a capire le cause della tragedia, che è cosa ben diversa dal cercare il colpevole.

Già Giampiero Sammuri, su queste pagine, ha chiarito, con grande efficacia e chiarezza, che non è competenza dei parchi vietare percorsi perché pericolosi, possono farlo solo se la loro frequentazione interferisce con la  salvaguardia della biodiversità.

E già questo rende del tutto irrilevante che ci si trovasse in un parco.

Rimane la domanda di fondo: quale strada occorre imboccare per ridurre il rischio di tragedie simili? E parlo di “ridurre” perché, come dice giustamente sempre Sammuri, in natura non esiste il rischio zero. Ed è arrivato il momento perché la cultura ed il senso comune del nostro Paese facciano i conti con questo dato ineludibile.

Per spiegarmi sono obbligato ad allargare l’orizzonte del ragionamento.

In questi stessi giorni abbiamo assistito ad altre morti tragiche: i migranti morti nel Mediterraneo, gli automobilisti uccisi dal crollo del ponte Morandi. In questi casi esistono delle vittime ed esistono anche dei carnefici, ovvero delle persone artefici e quindi responsabili, direttamente o indirettamente, della morte di altri esseri umani.

Al Raganello, se mi passate l’espressione un po’ dura, dobbiamo accettare il fatto che le vittime sono i carnefici di se stessi, ovvero i principali responsabili della propria disgrazia. Ce la possiamo prendere con il destino, con il caso, con l’imprevedibilità, ma per quanto può rientrare nella sfera di potestà dell’umano arbitrio, alla base, in tutte le tragedie in natura, sia che si tratti della traversata in sci Chamonix – Zermatt o dell’Himalaya, di un’escursione dolomitica o di una salita su vie di roccia, ci troviamo di fronte ad errori di valutazione. Sul meteo, sulle difficoltà tecniche del percorso, sulle capacità degli attori, sulle competenze della guida… Tutte valutazioni che non possono essere scaricate su un Regolamento, o peggio su un sindaco o presidente di parco o responsabile della protezione civile che avrebbe dovuto prevenire.

Alla base di questi errori di valutazione sta sempre un deficit di conoscenza. Dobbiamo accettare che la responsabilità prima di questo deficit sta in chi si mette in gioco, in chi sceglie, per realizzare un suo legittimo desiderio, un suo specifico modo di esercitare il proprio diritto alla vita, di affrontare alcuni rischi in un’attività libera in natura.

Si tratta, allora, di creare un sistema di informazioni per mettere in condizioni di scegliere, con il massimo grado possibile di consapevolezza delle condizioni in cui si troverà ad agire, chi vuole impegnarsi in una certa impresa sapendo che il “rischio zero non esiste”. E comunque anche così non avremo alcuna certezza sull’esclusione di una disgrazia.

I divieti e i regolamenti non servono! Io non vorrei proprio vivere in un Paese che vieta la fruizione libera della natura, Che facciamo vietiamo tutte le vie di sesto grado delle Alpi perché pericolose? E a quale grado di difficoltà inizia il pericolo, se ci sono disgrazie che avvengono anche perché si scivola da un sentiero? Ed in questo caso chi sarebbe il colpevole? Il sindaco perché non ha segnalato che da un sentiero bagnato si può scivolare? Se si imbocca questa via avremo solo capri espiatori e non un miglioramento delle informazioni per mettere in condizioni le persone di fare scelte oculate.

La ricerca ossessiva e fuorviante di responsabilità formali, per poter incolpare qualcuno – lo abbiamo visto alla Maccalube di Aragona (Ag), più recentemente a Caramanico -, rinforza solo l’irresponsabilità personale, non accresce la capacità di sistema di affrontare i rischi in sicurezza, e soprattutto apre le porte al business degli indennizzi e dei risarcimenti.

Esiste uno spazio di libertà personale di chi vuole fare attività del tempo libero in natura per le quali si prepara e si attrezza, e non ci possono essere regolamenti che impediscono di salire (o scendere) una parete o obbligano a servirsi di una guida professionista, a meno che, come dice Sammuri, non ci siano superiori ragioni di salvaguardia della biodiversità che nulla hanno a che fare con la sicurezza. È ora non di cercare i colpevoli, ma di organizzare le informazioni in modo efficiente, poi ognuno è libero di scegliere…

Andare alla ricerca di responsabilità formali finirebbe per irrigidire sempre più la vita pubblica e per coprire, nella ricerca del capro espiatorio, il vuoto creato dall’irresponsabilità o inconsapevolezza personale. Per godere della libera e gratificante fruizione della natura c’è bisogno di consapevolezza e di responsabilità personali, non di capri espiatori. Piuttosto debbono essere combattuti i “cattivi maestri” ovvero tutti coloro che per ignoranza o interessi fanno apparire più semplici del reale le difficoltà. E tra questi non sottovaluterei il ruolo diseducativo che svolgono i così detti “parchi avventura”, dove ci si sente tutti un po’ Rambo e si percepisce la natura come un luna park, e per il solo fatto di aver sperimentato questa giostra si pensa di essere in grado di affrontare ogni difficoltà in natura.

di Vittorio Cogliati Dezza, ex presidente nazionale Legambiente