E’ il Darwin Day: dall’economia alla teoria dell’evoluzione, un viaggio andata e ritorno

[11 febbraio 2014]

Nella Walk of Fame della scienza poche sono le stelle che brillano quanto quella di Charles Darwin, il naturalista che il 27 dicembre 1831 salpò a bordo del leggendario brigantino Beagle per un viaggio lungo cinque anni che da Dovenport, in Inghilterra, lo portò a veleggiare per mezzo mondo. Al ritorno i semi di quella che diventerà la sua opera più famosa, Sull’origine delle specie, stavano già maturando. Sono il frutto di un viaggio non solo geografico, ma collegano varie branche del sapere, intrecciando scienze naturali e sociali. Particolarmente potente, nell’opera di Darwin, è il filo che lega le sue teorie con la scienza economica: da essa infatti molto hanno attinto, e molto hanno riconsegnato. In occasione del Darwin Day, il 12 febbraio, pensiamo sia utile riscoprire questo collegamento. La ricorrenza mondiale (ormai centenaria) in onore dello scienziato britannico è un’occasione per ricordare il padre della teoria dell’evoluzione, che ha radicalmente cambiato il nostro modo di percepire (e sentirsi parte) della natura, dell’ecosistema e anche dell’economia. Un quadro d’insieme che domina ancora oggi, e non potrebbe essere altrimenti, la vita di tutti noi. Il progetto “Con Darwin in un percorso ipertestuale dall’economia alle scienze naturali” – realizzato dall’Università degli Studi di Trieste, il Museo Nazionale dell’Antartide “Felice Ippolito” e il Centro Internazionale di Fisica Teorica “Abdus Salam” – guarda a questa prospettiva, e pensiamo sia utile oggi rilanciarne uno stralcio.

Vi sono significative interazioni tra Charles Darwin e il pensiero economico, che può risultare interessante approfondire. In una panoramica di questo tipo è inevitabile fare riferimento, in primo luogo, al Saggio sul principio di Popolazione dell’economista e demografo inglese Thomas Robert Malthus, pubblicato nel 1798. Come riportato nella sua autobiografia, Darwin afferma di aver avuto l’intuizione per il principio della selezione naturale proprio in seguito alla lettura di questo testo, nel 1838.
Nel suo saggio Malthus sostiene che in una società in sviluppo, sia la popolazione che le risorse tendono a crescere, ma con ritmi diversi: il numero di persone aumenta in modo geometrico, e quindi molto più rapida, rispetto ai mezzi di sussistenza che seguono, invece, un andamento di tipo aritmetico. Con il tempo, questa diversa progressione porta a un disequilibrio tra risorse disponibili e capacità di soddisfare la crescente domanda della popolazione.

È da notare che quando Malthus ipotizzò questo scenario la popolazione umana non aveva ancora raggiunto il traguardo del miliardo di abitanti, cosa che, secondo gli storici, avvenne solamente nel 1804. Né Malthus, né i contemporanei, quindi, potevano in quegli anni immaginare la travolgente crescita demografica che si sarebbe registrata di lì a poco; già presente, invece, era l’idea che il più forte (strutturalmente, economicamente, tecnologicamente) riesce solitamente, ad accaparrarsi una quota maggiore delle risorse disponibili. Oltre a sottolineare come Darwin abbia attinto dalla teoria economica malthusiana, è interessante osservare come, in una fase culturalmente molto fertile, ci sia stata anche una contaminazione di direzione inversa: come, cioè, i principi dell’evoluzione naturale di Darwin abbiano in più di un caso influito sul pensiero economico degli anni successivi.

Tra i contributi più importanti è d’obbligo considerare Thorstein Bunde Veblen, economista e sociologo statunitense che, nella sua opera principale La Teoria della Classe Agiata, pubblicata nel 1899, definisce una contrapposizione netta tra la classe dei capitalisti da una parte, che vive di speculazione, senza produrre beni e lucrando sul lavoro di altri, e la classe di industriali, tecnici e ingegneri dall’altra, che realizza, invece, beni concreti e che con il suo lavoro fa evolvere la società. Veblen sostiene che, nel tempo, sarà quest’ultima a prevalere, e che la classe agiata, improduttiva, finirà per scomparire, vinta dal suo stesso istinto di rapina. Analogamente, nel mondo animale, Darwin prevederebbe un destino simile per quei parassiti che, sfruttando oltremodo le specie che li ospitano, non lascino loro tempo e modo di compensare la sottrazione di risorse, finendo per autodistruggersi.

Un altro richiamo che vale la pena citare riguarda Joseph Schumpeter, economista austriaco che nel 1911 pubblicò il saggio Theorie der wirtschaftlichen Entwicklung (Teoria dello sviluppo economico). Il termine entwicklung utilizzato nella versione originale in tedesco, potrebbe essere tradotto sia con “sviluppo”, che con “evoluzione”. Il primo traduttore nel 1934, preferì adottare il primo significato, differenziandosi dallo stesso Schumpeter che, nei suoi scritti inglesi, in qualità di professore ad Harvard, preferiva invece il termine evolution per esprimere il suo pensiero. A prescindere dalle questioni terminologiche, Schumpeter introdusse nel suo libro un’idea particolarmente radicale per quel tempo: la “prospettiva evolutiva”.

Questa teoria si fonda sull’assunto che l’equilibrio macroeconomico viene costantemente alterato dall’attività di imprenditori che introducono innovazioni nel processo produttivo: l’ingresso di novità, coronate da successo, disturba il normale flusso della vita economica, poiché determina una svalutazione delle tecnologie e dei mezzi di produzione già esistenti, che rischiano di perdere la loro rilevanza sul mercato. Direttamente ispirata alla teoria dell’evoluzione biologica, quest’idea ne riprende il principio per cui in natura la comparsa di un nuovo carattere può sconvolgere l’equilibrio di una popolazione stabile: se l’innovazione si rivela vantaggiosa ai fini della sopravvivenza, può far acquisire maggiore successo agli individui che la possiedono, rendendo meno adatti, di conseguenza, gli altri già esistenti.

Un ulteriore richiamo al pensiero di Darwin si ritrova in taluni contributi scientifici offerti dagli economisti nella seconda metà del ‘900. Uno dei nomi ricorrenti, quando ci si riferisce ad argomenti di tipo evolutivo, è Armen A. Alchian. Egli definisce “agenti massimizzanti” quei soggetti che hanno maggiori possibilità di sopravvivenza nella quotidiana lotta che si combatte sui mercati, e che saranno quelli selezionati favorevolmente dal processo evolutivo economico: concetto che ricalca la “sopravvivenza dei più adatti” d’ispirazione darwiniana. In realtà, il pensiero di Alchian è più articolato, come emerge quando si occupa di diritti di proprietà, ai quali egli attribuisce la funzione fondamentale di evitare una concorrenza distruttiva per il controllo delle risorse economiche. Secondo questa teoria, stabilire dei diritti di proprietà, ben definiti e tutelati, servirebbe a evitare una competizione violenta, e a sostituirla, piuttosto, con una attuata in termini pacifici.

Alchian osserva anche che la volontà di difendere i diritti di proprietà, si accompagna, ed è in contrasto, con il desiderio di acquisire sempre maggiore ricchezza, sottraendola agli altri; su grande scala ciò si realizza attraverso le conquiste militari e la forzata riallocazione dei diritti sulle risorse. Anche in questo approccio, quindi, si intravedono delle analogie con i criteri selettivi teorizzati dal pensiero darwiniano. Oltre agli importanti esempi già citati, è stato rilevato in recenti pubblicazioni che la più significativa influenza di Darwin sull’economia si può constatare in un particolare approccio della teoria dei giochi, la cosiddetta Teoria dei Giochi Evolutiva, sviluppatasi a seguito della pubblicazione, nel 1982, del libro Evoluzione e teoria del gioco di John Maynard Smith, uno dei più accreditati biologi evoluzionisti del XX secolo.

Nella teoria dei giochi standard, i giocatori sono individui razionali, che conoscono bene i dettagli del gioco, in grado di fare ragionamenti strategici molto complessi e che interagiscono tra loro una volta sola; nella teoria dei giochi evolutiva, invece, i giocatori operano secondo quanto viene loro dettato dai geni di cui sono portatori e potranno, quindi, essere indotti ad attaccare o a evitare il conflitto, a seconda delle loro caratteristiche genetiche. L’intersezione ripetuta di questi giocatori con patrimoni genetici diversi, dà luogo a fenomeni evolutivi nella popolazione cui i giocatori appartengono: la teoria dei giochi evolutiva studia quali equilibri evolutivi vengono raggiunti e li mette in relazione con i concetti di equilibrio della teoria dei giochi standard, individuando nuovi significati e applicazioni di questi ultimi.