Il lutto di delfini e balene. Piangono i loro morti? Comportamenti che somigliano ai nostri

Uno studio a guida italiana che potrebbe farci rivedere le idee sulla conservazione delle specie nell’Antropocene

[4 luglio 2018]

L’idea che abbiamo degli animali è il frutto di passate circostanze storiche e la scienza moderna si è formata quando i ricercatori ignoravano quasi completamente i complessi meccanismi mentali che regolano i rapporti e i comportamenti degli animali. L’etologia contemporanea e la cognizione comparativa hanno iniziato a colmare questa lacuna e a dimostrare che gli animali diversi dagli esseri umani hanno una vita interiore degli altri  e tra questi ci sono cetacei come le balene e i delfini che sono stati spesso osservati  mentre assistono i loro compagni morti mostrando un comportamento che somiglia al nostro lutto.

Lo studio “Whale and dolphin behavioural responses to dead conspecifics” pobblicato su Zoology da un team internazionale di ricercatori guidato dall’italiano Giovanni Baerzi di Dolphin Biology and Conservation, parte proprio da queste nuove conoscenze e punta a rispondere a alcune domande: gli animal provano dolore per la perdita dei loro simili? E se sì, cosa significa questo per il nostro rapporto con loro e per la conservazione della biodiversità nel XXI secolo?

I ricercatori italiani, canadesi, israeliani, svizzeri, statunitensi e britannici scrive su Zoology: «Interpretare il comportamento animale come lutto è stato per lungo tempo un tabù pe la scienza. Tuttavia, tale interpretazione e formulazione è diventata sempre più accettata».

Il gteam guidato da Bearzi  ha esaminato 78 resoconti scientifici su quel che viene chiamato post-mortem attentive behavior nei cetacei: cioè quando singole balene o delfini restano vicini ai con i corpi di membri morti della loro specie, spesso a stretto contatto fisico con loro e tenendoli persino a galla per giorni.

I ricercatori dicono che «Tra le possibili spiegazioni, c’è un forte attaccamento che causa una difficoltà a “lasciarli andare. Se comportamenti simili venissero  osservati negli esseri umani sarebbero prontamente riconosciuti come dolore e certamente le balene e i delfini condividono con noi molte delle basi neurobiologiche del dolore»

Ma Bearzi e i suoi colleghi sottolineno: «Eppure la loro esperienza di dolore è ancora solo una possibilità, non una certezza». Una cautela che deriva dalla carenza di dati: 78 avvistamenti di post-mortem attentive behavior non sono sufficienti per trarre conclusioni, e in alcuni casi – come per i maschi adulti di delfini che restano accanto ai cuccioli della loro specie che hanno appena ucciso –  Baerzi fa notare che questo comportamento «Potrebbe essere qualcosa di completamente diverso».

Il problema è che solo 20 delle 88 specie di cetacei conosciute sono state osservate mente hanno comportamemti “luttuosi” e più della metà dei post-mortem attentive behavior registrati  erano tursiopi e megattere. Cetacei perticolarmente intelligenti e socievoli, il che suggerisce che le loro capacità innate e il loro stile di vita li avrebbero facilitati nello sviluppare il dolore per la morte di un loro simile.  Ma Bearzi avverte ancora che «Tuttavia sarebbe un errore presumere che le specie mancanti dai dati non posseggano quei sentimenti». Proprio come fanno alcune culture ed esseri umani, potrebbero esprimerli in altri modi o in maniere che passano inosservate. «Dopo tutto – spiega  Brandon Keim su Anthropocene – la maggior parte dei datiriguardava comportamenti visibili da una barca, quello che succede sott’acqua, dove i cetacei trascorrono la maggior parte della loro vita, è in gran parte nascosto alla nostra vista. E alcune specie di cetacei non sono nemmeno mai state documentate vive allo stato selvatico. Sono conosciute solo dalle loro carcasse spiaggiate».

Detto questo, alcune specie di cetacei potrebbero non “piangere” affatto per la scomparsa di un  loro simile, oppure il post-mortem attentive behavior potrebbe essere appannaggio di un sesso o di alcuni individui. La maggior parte dei casi esaminati dal team di Bearzi riguardava le femmine di  cetacei.

Insomma, il dolore per un lutto e le sue possibilità sono qualcosa di molto complicato, ma scoprire nei cetacei e negli altri animali capacità emotive così simili alle nostre sarebbe un altro motivo per proteggerli, qualcosa di ancora più convincente della necessità di difendere la biodiversità per motivi ambientali o “estetici” e più vicino ad alcune convinzioni animaliste e anti-speciste.

Suggestioni “disneyane” che non convincono per niente uno scienziato come Baerzi: «Il nostro desiderio di proteggere gli animali e la biodiversità non dovrebbe dipendere dal fatto che gli animali si comportino come noi. Possono comportarsi in modo molto diverso e meritano comunque di essere protetti. Rabbrividisco quando vedo le persone apprezzare gli animali esclusivamente a causa di qualche caratteristica umana che hanno».