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Di cosa hanno bisogno davvero i parchi

[13 novembre 2013]

Del Quaderno del Gruppo di San Rossore sulla situazione dei nostri parchi discuteremo il 28 novembre alla Scuola Sant’Anna a Pisa in un incontro nazionale e se ne  sta discutendo anche in altre parti d’Italia.

Se ci affidiamo alle cronache e soprattutto alle polemiche in corso che  ruotano soprattutto intorno ai Disegni di legge in discussione al Senato sulle modifiche della legge 394, risulta difficile e per più aspetti persino impossibile capire in primo luogo cosa travaglia le nostre aree protette e quindi mettere a fuoco cosa bisogna fare per uscirne.

In effetti anche alcuni appuntamenti promossi dal ministero a Milano e Palermo in vista dell’incontro nazionale a Roma dell’11-12 dicembre hanno riguardato principalmente taluni aspetti lasciandone però in ombra altri non meno cruciali come vedremo.

Ciò è dovuto –ed è una questione infatti rimasta finora in ombra e non per caso-ad una mancata redicontazione –chiamiamola così- sull’operato del ministero ed anche delle regioni e degli enti locali, a cui avrebbero dovuto rispondere la mancata terza conferenza nazionale dei parchi, le mancate relazioni annuali ministeriali previste dalla legge ma da anni non presentate. Quelle erano le sedi e gli strumenti indispensabili per capire cosa non stava funzionando nei parchi e perché. Si preferì perciò evitare di dover rendere conto delle gravissime inadempienze ministeriali e governative che coinvolgevano anche le regioni e gli enti locali. Fu molto più comodo infatti -anche se poco responsabile-  scaricare le colpe  sulla legge, considerata strumentalmente ormai invecchiata, per  lasciare le rogne al parlamento che in effetti non seppe cavarsela meglio anche perché non disponeva –neppure lui- delle conoscenze e documentazioni indispensabili.

Il testo da cui si partì infatti esprimeva come peggio non si sarebbe potuto questa approssimativa e scarsissima conoscenza della situazione, al punto che agli imperdonabili omissis si accompagnarono proposte cervellotiche come quelle sulle aree protette marine della cui crisi  evidentemente si sapeva poco o nulla.

Il quadro da allora non è cambiato molto tranne che per il fatto che al testo D’Ali  ne sono seguiti  altri due (Sel e Pd) che però nella sostanza lasciano fuori anch’essi  gli aspetti cruciali.

Non sarà sfuggito che i non molti sostenitori della legge, rispondendo alle tante critiche anche delle associazioni ambientaliste, citano come esempi –al limite del grottesco- che i revisori dei conti passeranno da tre a uno, che sopprimendo la giunta degli enti e riducendone i componenti dando più potere al presidente anche nella scelta del direttore, renderanno più spedito l’operato dei parchi. Le decisioni insomma saranno più rapide anche nella designazione dei presidenti che il ministero potrà fare ora non d’intesa ma solo sentite le regioni. Che dire? Qui si anniderebbero quegli impedimenti che avrebbero inceppato dopo 20 anni la legge quadro? Siamo così giunti al punto cruciale della questione a cui con il Quaderno abbiamo cercato di dare una risposta seria e non di comodo e grottesca.

Ora, tra le cose che oggi risultano innegabili e incontestabili anche in carenza di documenti è che la gran parte dei parchi nazionali non sono riusciti a dotarsi dello strumento di gestione fondamentale ossia il piano. Quel piano che nella legge 394 riguardava anche il paesaggio ma ora non più dopo l’entrata in vigore del nuovo Codice dei beni culturali. Perché i parchi nazionali hanno fallito dove gran parte dei parchi regionali- persino in mancanza della legge quadro- ci erano riusciti? Erano troppi i revisori dei conti, la giunta era un intralcio?

Non diciamo bischerate. I piani non sono stati fatti perché il ministero non ha più sedi a strumenti, che la 394 aveva previsto, ma che sono stati abrogati senza essere stati rimpiazzato come la Bassanini aveva stabilito. Niente programmi nazionali, niente comitati o comunque sedi in cui stato, regioni e enti locali potessero in ‘leale collaborazione’ mettere sui binari la costruzione di quel sistema nazionale al cui servizio era stata prevista, ad esempio, la Carta della natura di cui non si hanno da anni notizie. Nei tre testi queste cose non le trovi neppure con il lanternino.

Non meno cruciale la questione delle aree protette marine a cui già il testo D’Ali faceva riferimento come gli altri due disegni di legge ricordati. Anche  chi è poco documentato al riguardo sa che qui il piatto piange praticamente da sempre a partire dal ministero Ronchi che fece fuori subito i parchi regionali dalla loro gestione infischiandosene della legge 394 e pure poi della 426. D’Ali tanto per non smentirsi aprì il testo togliendo dalla 394 qualsiasi  rifermento ai tratti di costa affidati alle regioni. Evidentemente si pensava e si pensa ancora -anche negli altri testi- che le aree marine protette checchè dica e faccia l’unione europea per integrare aree protette terrestri e marine, devono restare roba ministeriale. Tanto è vero anche l’area marina all’interno di un parco nazionale non sarà gestita a tutti gli effetti dall’ente di gestione. A quella penserà soprattutto il ministero per il quale sopravvivono anche le commissioni di riserva un vero fossile istituzionale. Nel caso della Meloria ( non le Galapagos) da poco confermata in gestione al parco di San Rossore si è insediata la commissione di riserva di 7 esperti. Evidentemente il consiglio del parco può gestire San Rossore un patrimonio mondiale ma non lo scoglio della Meloria  dove ai livornesi piace andare a mangiare il caciucco.

Qui la domanda è persino banale; cosa impedisce in Italia di gestire le aree protette marine, fluviali, montane, collinari o lacuali che siano con gli stessi criteri e strumenti? Perché quello che si fa in Corsica non si può fare all’Arcipelago Toscano la cui perimetrazione a mare è ancora nei cassetti ministeriali?

Nel quaderno che abbiamo presentato al Ministro e che stiamo discutendo abbiamo cercato di dare risposte a queste domande eluse o mal poste dalle leggi in discussione. E’ il nostro contributo e non ha nulla a che fare con l’ambientalismo alla bambi e ancor meno con le fisse ideologiche di cui anche qualche  esponente istituzionale e ambientalista parla a vanvera.