Il disastro nucleare di Fukushima non ha contaminato i grandi pesci migratori del Pacifico

Smentite le preoccupazioni sulla radioattività dei pesci. Radiazioni e inquinanti per tracciare i pesci?

[31 agosto 2017]

Quando, in seguito al terremoto/tsunami delll’11 marzo 2011 e alla catastrofe atomica che innescò, la centrale nucleare di Fukushima Daiichi rilasciò nell’Oceano Pacifico grandi quantità di materiali radioattivi, emersero forti preoccupazioni sulla possibilità di mangiare pesci contaminati e no solo quelli costieri dell’area intorno  Fukushima (la cui contaminzione è stata più volte accertata), ma anche quelli pescati in tutto il Pacifico, che finiscono sulle tavole asiatiche e americane e che vengono importati anche in Europa.

Il nuovo studio “Assessing Fukushima-Derived Radiocesium in Migratory Pacific Predators”, pubblicato su  . Environmental Science & Technology da un team di ricerca statunitense e giapponese, dimostra che queste preoccupazioni sono eccessive, almeno per quanto riguarda il consumo di carne di grossi pesci migratori, come il tonno, il pesce spada e gli squali.

Il team di ricercatori si è cesio concentrato sul cesio e sui suoi isotopi radioattivi. Due di questi, il Cs 134 e il Cs 137, si formano quando il carburante nucleare fonde nei reattori nucleari. I ricercatori sottolineano che «Gli isotopi del cesio sono particolarmente preoccupanti perché sono stati scaricati in grandi quantità a seguito del disastro, presentano lunghezze di vita relativamente lunghe (rispettivamente 2,1 e 30 anni) e tendono ad accumularsi nei tessuti muscolari che le persone amano mangiare».

Tuttavia, il campionamento di tessuti da pesci predatori e altri grandi vertebrati, raccolti in tutto il Pacifico settentrionale tra il 2012 e il 2015, «Non ha rivelato livelli rilevabili di  Cs 134 e  CS 137 a concentrazioni generalmente coerenti con i livelli di fondo durante i test nucleari a terra negli anni ‘40 e ‘50», evidenziano gli scienziati che hanno catturato gli animali esaminati nelle acque di Giappone, Hawaii e California.

Il principale autore dello studio, Daniel Madigan dell’università di Harvard dice che «Le nostre misurazioni e i calcoli associati a quanto cesio radioattivo ingerisce una persona mangiando questo pesce, dimostrano che gli impatti sulla salute umana sono probabilmente trascurabili. Perché venisse limitato il commercio dei pesci venduti, i livelli di cesio dovrebbero essere più di 1.600 volte superiori a quelli che abbiamo misurato».

Uno degli autori dello studio, Kevin Weng, del Virginia Institute of Marine Science, che ha partecipato allo studio raccogliendo campioni di pesce nelle acque al largo di Oahu, aggiunge: «Potete continuare a mangiare un po’ di sushi! Il nostro lavoro dimostra che la radioattività del disastro di Fukushima è molto bassa nei vertebrati dell’oceano aperto».

I ricercatori statunitensi e giapponesi hanno intrapreso la loro analisi anche in risposta a studi precedenti, come “Radioactive Cesium from Fukushima Japan Detected in Bluefin Tuna off California: Implications for Public Health and for Tracking Migration” pubblicato nel 2013 da un altro team guidato  Madigan, che mostrava elevati livelli di cesio radioattivi nei tonni rossi e alalunga catturati l largo delle coste della California poco dopo il disastro nucleare di Fukushima, provando anche che questi pesci avevano percorso  quasi 6.000 miglia in meno di due mesi, mentre alle correnti oceaniche occorrono più di due anni trasportare il cesio –molto diluito – da Fukushima alle stesse acque della California. .

Anche se quello studio in realtà si occupava soprattutto sull’utilità degli isotopi del cesio come strumento di emergenza che potrebbe aiutare gli scienziati a caratterizzare i modelli migratori di un gruppo di pesci fortemente sfruttati, l’attenzione dell’opinione pubblica si concentrò sui rischi percepiti per la salute umana.

Weng ora dice che «Gli studi precedenti hanno mostrato rischi estremamente bassi provenienti dal cesio per chiunque abbia mangiato queste specie migratrici, ma la preoccupazione dell’opinione pubblica persiste. Tale preoccupazione si è stata ampliata fino ad  includere non solo le specie di tonno nelle quali era stato misurato il cesio, ma anche altri pesci, mammiferi marini e squali.

Madigan sottolinea che «La gente era molto preoccupata per il salmone del nord del Pacifico, l’ippopotamo e gli halibut e gli scallops al largo della British Columbia e i leoni marini nella California meridionale. Su Internet c’erano anche informazioni sul fatto che “il Pacifico è morto” Un obiettivo del nostro studio era quello di contestualizzare questi rischi percepiti in un’ampia gamma di specie vertebrate in tutto il Pacifico settentrionale, per presenza o assenza di cesio radioattivo derivante da Fukushima. I nostri risultati, che mostrano livelli molto bassi o non rilevabili in questi animali, sono importanti per la percezione pubblica della sicurezza dei prodotti ittici e per la comprensione scientifica del trasferimento del radionuclide».

Gli autori dello studio  suggeriscono che gli scienziati e le agenzie di finanziamento dovrebbero creare un fondo da mettere a disposizione immediatamente dopo qualsiasi futuro incidente nucleare o industriale. «Possiamo e dovremmo utilizzare le future fonti di contaminazione, radioattive o di altro tipo, per fare nuova luce sulle dinamiche migratorie delle specie pelagiche che sono poco conosciute, che sono sfruttate pesantemente o di grande preoccupazione per la conservazione – conclude Madigan – Ma bisognerà agire rapidamente, entro quella ristretta e limitata opportunità di tempo».