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Documento nazionale del Gruppo di San Rossore sui parchi

[22 settembre 2014]

L’incontro nazionale alla Sapienza a Roma del dicembre 2013 promosso dal ministro Orlando e dal governo sui parchi segnò dopo alcuni anni di incerta e confusa presenza ministeriale un ‘ritorno’ di cui si avvertiva ormai l’indispensabile e improrogabile necessità.

Neppure la breve parentesi tecnica  del governo Monti aveva messo fine infatti ad una caduta in cui dei parchi si era messa in dubbio persino l’esistenza e comunque il loro ruolo al punto che ci si chiese se essi non dovessero essere ‘privatizzati’ non potendo e non dovendo lo stato farsene carico.

Non paghi di questa sorprendente involuzione se ne addossò la responsabilità ai limiti della legge quadro  ormai invecchiata –si disse- e quindi bisognosa di serie modifiche senza le quali non si sarebbe potuto rimettere in pista i parchi e specialmente le aree protette marine. Al senato si mise mano perciò a questa fuorviante operazione rinunciando a qualsiasi iniziativa politica e istituzionale mentre i parchi a partire da quelli nazionali erano di fatto in una condizione di paralisi e non in grado nella loro maggioranza neppure di predisporre un piano di cui i più mancano ancora.

L’incontro della Sapienza rimetteva in agenda dopo troppi silenzi un tema su cui sia pure tardivamente e non senza qualche contraddizione  erano tornate a farsi sentire –dopo essere state snobbate dal senato- anche le regioni con un documento nazionale che purtroppo finora non ha avuto il seguito che sarebbe stato opportuno.

Se quindi il contesto nazionale e ministeriale cercava di riprendersi in qualche modo la scena le regioni e gli enti locali specialmente dopo l’abrogazione delle province stentavano anch’essi ad uscire dall’angolo.

Un contesto bisogna ricordarlo in cui anche le politiche di tutela del suolo e del paesaggio erano in sofferenza con alluvioni, scempi e perdurante abusivismo  con pesanti effetti  anche sull’operato delle aree protette non solo marine e fluviali. Basta pensare alla Liguria, alla Toscana, alla Puglia, alla Sardegna e molti altri territori e in particolare alle aree interne segnate da gravi fenomeni di abbandono e quindi sempre più esposti a degrado.

Sono aspetti dei  quali il nostro Gruppo si fece carico subito  con il ministro Orlando partecipando all’incontro della Sapienza con un  Quaderno in cui cercammo attraverso una serie di qualificati contributi di riportare la discussione al confronto su un terreno meno banale e pretestuoso.

Un contributo che fu  apprezzato tanto più  a fronte di una sorprendente assenza da parte di rappresentanze anche associative e istituzionali che sembrano avere ormai rinunciato in alcuni casi  a misurarsi sul terreno delle proposte e non delle polemiche persino penose sulla cause della crisi dei parchi e più in generale delle politiche ambientali.

A quell’avvio della Sapienza purtroppo non è seguito almeno finora un impegno nazionale capace di ritessere le fila di un sistema di aree protette in cui parchi nazionali, regionali e altre aree protette anche comunitarie potessero finalmente incontrarsi e collaborare. Carenza che contribuisce peraltro a disarticolare ulteriormente una situazione anche in regioni che storicamente hanno svolto un ruolo di primo piano. Inadempienze innanzitutto rispetto alla legge 394 che prevedeva e stabiliva precise sedi, norme e strumenti per l’esercizio di questo ruolo del tutto ignorate e non certo a caso al Senato. Recenti drammatiche vicende hanno ancora una volta, ad esempio, confermato di fatto l’inesistente gestione del santuario dei cetacei più volte denunciata dal governo francese che non a caso ha chiesto il trasferimento della sede da Genova a Montecarlo.

Eppure che la Conferenza Stato-Regioni non sia in grado di  garantire quella collaborazione prevista e poi tolta dalla 394 è noto, come è noto che la Carta della Natura come il piano della biodiversità dovevano costituire le basi di questa gestione sistemica delle nostre aree protette molte delle quali a oltre 20 anni dalla legge quadro sono ancora senza una definita identità e classificazione. Intanto anche in recenti provvedimenti di governo in discussione in parlamento si torna a ipotizzare ‘licenze’ per consentire che certi impianti come gasdotti e elettrodotti possano approdare senza colpo ferire anche in aree protette.

Mentre si discute di semplificazione, sburocratizzazione e quant’altro il ministero dell’ambiente esercita un controllo sui parchi nazionali che non ha nulla da invidiare ai vecchi controlli prefettizzi sugli enti locali.

E’ certo una buona notizia che il ministero dell’ambiente d’intesa con altri ministri stia lavorando ad un incontro internazionale a Livorno per definire ‘La Carta di Livorno’ sui problemi della Convenzione di Barcellona e del mare da cui  al senato invece le regioni vorrebbero sfrattarle.

Un’occasione importante viste le nostre inadempienze sul piano comunitario dove non riusciamo ad avvalerci del tutto delle risorse disponibili ma dove paghiamo in compenso multe salate.

E’ così oneroso e complicato, ad esempio, mettere intorno ad un tavolo ministero, regioni, enti locali e aree protette per concordare il da farsi nei parchi nazionali e negli altri?

Certo se come si va profilando con il nuovo titolo V  si vuole che le regioni ‘comandino’ meno perché lo stato conti di più allora lasciamo le cose come stanno e si diano una calmata i francesi ma anche l’Unione Europea. Se però come si disse alla Sapienza si vuol cambiare non serve un ministero che fa le bucce ai direttori ma un ministero capace di gestione politico- istituzionale e regioni che sappiano far valere le loro competenze e ruoli.

Per questo urge un rilancio politico- istituzionale da parte del governo e del ministero.