Dopo l’Africa Areva vuole fare miniere di uranio nelle terre degli inuit, nell’Artico canadese

[16 luglio 2013]

Réseau Sortir du nucléaire, la federazione di 940 associazioni no-nuke e ambientaliste francesi sta raccogliendo firme anche online sotto la petizione “Après l’Afrique, Areva s’en prend aux Inuit: je dis NON!” che ha già ottenuto l’appoggio di Les Amis de la Terre France, Agir pour l’Environnement, France Libertés, Green Cross France, Helio, le Réseau Action Climat, Survie, Women in Europe for a Common Future.

Lo scenario che Réseau Sortir du nucléaire fa dello sbarco del gigante nucleare nelle terre degli inuit in Canada è quello terrificante già in atto in Africa: «Polveri radioattive sparse per chilometri, falde d’acqua contaminate, antichi pascoli dei tuareg saccheggiati…  I danni delle miniere di uranio di Areva in Niger sono considerevoli. Ma lo sapete che dopo aver inquinato l’Africa  ha coinvolto il grande Nord canadese? Il grande Nord canadese, i suoi caribù, le sue aurore boreali… e le sue miniere di uranio?»

Il gigante nucleare francese vuole infatti realizzare delle miniere di uranio a Baker Lake, un piccolo centro abitato del Nunavut, la provincia autonoma canadese abitata dal popolo inuit, quelli che noi chiamiamo erroneamente eschimesi. Secondo gli ambientalisti «questo progetto minaccia un ecosistema reso fragile dal cambiamento climatico così come le condizioni di vita degli inuit. Inquinamento dei suoli e delle acque, saccheggio delle zone di caccia, contaminazione: ecco cosa attende gli abitanti se Areva non viene fermata. Non lasciamo che Areva saccheggi il territorio inuit».

Intervenendo al World Uranium Hearing, Joan Scottie, la co-presidente dell’associazione Nunavummiut Makitagunarningit (Makita), ha detto: «Non abbiamo niente da guadagnare e tutto da perdere se cominceranno ad impiantarsi delle miniere di uranio. Per noi, conservare un ambiente pulito è semplicemente vitale».

Areva sta tentando di estorcere il consenso degli inuit con gli stessi metodi utilizzati in Africa: regali e promesse di posti di lavoro, ma secondo Sortir du nucléaire «occulta gli impatti ambientali e sanitari delle miniere di uranio. Queste manovre rendono difficile la resistenza degli inuit e della sola organizzazione ambientalista del Nunavut, Makita. Sosteniamoli!»

Gli ambientalisti hanno inviato una lettera al governo canadese e a quello francese che ha come oggetto “Allarme sui rischi di un progetto minerario nel Nunavut” nella quale dopo aver ripercorso gli orrori del neocolonialismo nucleare francese in Africa, comprese le frequenti violazioni dei diritti dell’uomo, e ricordato la pesante eredità di scorie, fanghi e malattie lasciatesi dietro dalle miniere di uranio, chiedono che «a loro volta il Nunavut e gli inuit non siano vittime di questa situazione ingestibile».

Areva vorrebbe costruire vicino a Baker Lake ben 4 miniere a cielo aperto, una miniera sotterranea, degli impianti di trattamento del minerale, un aeroporto, una pista invernale ed eventualmente una strada praticabile in tutte le stagioni. «Le situazioni sanitarie ed ambientali deplorevoli evocate precedentemente – scrivono gli ambientalisti – lasciano solo presagire la catastrofe a venire per questo territorio fragile. Inoltre, se questo complesso minerario fosse effettivamente costruito, si accompagnerebbe ala costruzione di infrastrutture pesanti che impatterebbero su questo territorio già reso fragile dal cambiamento climatico e perturberebbe una fauna selvatica essenziale alla sopravvivenza degli inuit».

«Questo primo progetto – scrivono ancora – aprirebbe la strada all’estrazione di uranio nel Nunavut e alla creazione di numerose altre miniere, il che cambierebbe radicalmente il territorio. Questo implica anche uno stoccaggio perpetuo di scorie radioattive nel permafrost della tundra, la cui stabilità, rispetto agli sconvolgimenti climatici futuri, appare minacciata nelle modellizzazioni più credibili. Infine, la miniera di Kiggavik sarebbe sfruttata in una regione dove i blizzards dell’Artico canadese sono tra i più violenti, il che fa temere la dispersione di polveri radioattive e suscita gravi inquietudini quanto alla capacità di Areva di reagire in caso di incidente».

Secondo Makita il processo decisionale su questo gigantesco progetto è stato segnato da irregolarità perché «Areva tenta di influenzare la presa di decisioni, dissimulando delle informazioni alla popolazione sugli impatti delle miniere di uranio».

Nel 1990 il popolo inuit si era già pronunciato con un referendum contro un progetto minerario presentato dalla Urangesellschaft, acquisita nel 1992 da Cogema. Dopo l’istituzione del territorio del Nunavut nel 1999, le sue istituzioni autonome si sono date la regola che «ogni proposta di estrarre uranio deve essere approvata dalla popolazione della regione». Guarda caso, nel 2008, quando Areva presentò il suo progetto minerario, le autorità hanno dichiarato subito che «la popolazione della regione sostiene l’estrazione» e quindi non hanno fatto nessuna consultazione pubblica.

Di fronte a questo voltafaccia, Makita esigeva che il governo del Nunavut avviasse una consultazione pubblica ed organizzasse un nuovo referendum. Invece il governo autonomo nel 2011 ha organizzato un “forum public”, una serie di riunioni gestite direttamente dalla Golder Associates, un’agenzia di consulenza pagata da Urangesellschaft e Areva che sta facendo anche un intensa campagna di relazioni pubbliche pro-uranio e il governo del Nunavut a confermato di essere favorevole all’estrazione di uranio.

Nessuna risposta è stata data alle comunità locali e agli oppositori e i documenti consultabili sul progetto non sono tradotti in Inuktitut, la lingua inuit, mentre le riunioni più importanti si tengono durante la stagione di caccia degli inuit per impedire la partecipazione della gente. Quest’anno Makita ha presentato i risultati di uno studio condotto dal rappresentante speciale dell’Onu per i diritti delle popolazioni indigene dal quale emerge che l’insieme della popolazione inuit «non ha ancora dato liberamente il consenso, in conoscenza di causa, sulla questione dell’estrazione dell’uranio sul territorio».

La lettera di Sortir du nucléaire si conclude così: «Ingiungiamo allo Stato francese, azionista di maggioranza della multinazionale Areva, di rispettare i suoi impegni internazionali in materia di diritti dell’uomo, incompatibili con un tale progetto, e in particolare la Dichiarazione delle Nazioni unite sui diritti dei popoli autoctoni».

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