Non tutte le mangrovie sono uguali

Dove finisce la CO2? Una nuova mappa rivela gli hot-spot dello stoccaggio

[3 dicembre 2013]

«La deforestazione, in particolare nelle regioni  tropicali, è la seconda più grande fonte di emissioni di CO2 antropogenica dopo i combustibili fossili, contribuendo per il 12 – 20% del totale (Ipcc 2007; van del Werf et al, 2009). Comprendere la variazione spaziale e la produttività nelle biomasse forestali è quindi cruciale per ridefinire i modelli climatici globali e sviluppare rispostepolitiche, incluso il Redd e sforzi di mitigazione simili». Un team di ricercatori delle università britanniche di Cambridge e dello Staffordshire parte da queste apparentemente semplici osservazioni per pubblicare su Conservation Letters l’importante studio “Predicting global patterns in mangrove forest biomass”.

Tra le foreste quelle di mangrovie sono tra le più importanti nella lotta contro il cambiamento climatico. Come ricorda su Mongbay Dominic Rowland, «Non solo immagazzinano direttamente enormi quantità di carbonio, ma catturano attivamente l’anidride carbonica addizionale dall’atmosfera e la sequestrano nei loro suoli». Quando le mangrovie vengono abbattute, vengono rilasciate enormi quantità di CO2 nell’atmosfera, contribuendo in modo significativo alle emissioni di gas serra. Eppure la ricerca sui mangrovieti è stata a lungo scarsa, soprattutto per individuare quali di queste foreste costiere stoccano più CO2 e sono quindi più importante nella lotta al global warming. Il nuovo studio colma questa lacuna e presenta una mappa globale dello stoccaggio di carbonio nelle foreste di mangrovie.

Secondo Mark Spalding, del dipartimento di zoologia di Cambridge e biologo marino di Nature Conservancy, «Questi risultati possono aiutare a prendere le decisioni guida in materia di aree prioritarie per la conservazione e la riabilitazione delle mangrovie, per la mitigazione dei cambiamenti climatici». Va anche detto che la mappa realizzata dal team britannico riconsidera solo biomassa fuori terra (cioè, il carbonio immagazzinato negli alberi), e non il carbonio immagazzinato attualmente nelle radici e suolo.

La cosa sorprendente  che emerge dalla mappa è che non tutte le foreste di mangrovie sono uguali: la quantità di Co2 stoccata varia enormemente tra le diverse regioni. I mangrovieti  che immagazzinano il più carbonio sono quelli dei tropici equatoriali, in particolare nel Sudest asiatico, mentre quelli nelle regioni più temperate stoccano una minore quantità di CO2.

Intervistato da Mongbay Spalding  spiega: «Il nostro modello ha indicato che le condizioni climatiche sono fattori importanti di questa variabilità, in particolare la temperatura, le precipitazioni e la stagionalità. Le mangrovie si comportano meglio in condizioni più calde, ma crescono anche un po’ meno nelle acque saline, così mentre non crescono pienamente nella salinità dell’oceano, crescono più grosse nei grandi delta e negli estuari. Nel sud-est asiatico insulare (e in alcune parti dell’Africa e delle Americhe vicino all’equatore) è essenzialmente umido tutto l’anno, e questo conta molto. Le mangrovie costituiscono fasce costiere strette, o sono a chiazze, interrotte da fiumi e canali. La presenza di acqua crea anche alcune sfide per il lavoro dei  mappatori sulle immagini satellitari. In realtà un semplice sguardo su Google Earth vi mostrerà che le mangrovie sono molto facili da vedere dallo spazio, quindi è più una sfida di mappatura automatizzata su scale molto grandi».

Il team ha evidenziato il contributo degli scienziati sul campo per questo tipo di ricerca: «Il modello è costruito sul lavoro sul campo degli scienziati e si basa su studi provenienti da 35 paesi. Questo duro lavoro sul campo dei  ricercatori pone le basi per l’attività di modellazione – ha detto uno degli autori,  James Hutchison dell’Università di Cambridge – Ma è attraverso la combinazione delle loro molte storie che abbiamo potuto ricostruire un quadro più ampio ed estrapolare le aree alle quali nessuno aveva effettivamente prestato attenzione». Anche Spalding evidenzia  che «Questi studi sul campo sono tutt’altro che facili. Anche le semplici misurazioni, come l’altezza dell’albero e il diametro del tronco, possono essere un lavoro difficile e pericoloso. Anche tali misure fondamentali non sono davvero mai facili nelle foreste di mangrovie dove si deve lavorare nel caldo tropicale, camminando nel fango spesso, punti dalle zanzare,  sempre con un occhio alle maree (ed ai coccodrilli o alle tigri in alcune foreste) Le mangrovie possono essere luoghi meravigliosi, affascinanti da visitare, a piedi o in barca, ma a lavorarci sodo dentro è un’altra questione».

I ricercatori britannici sperano che questo studio e la ricerca futura forniranno l’occasione per finanziamenti per aumentare la consapevolezza della necessità di salvaguardare le mangrovie che non sono importanti solo per la loro capacità di sequestrare e stoccare CO2, ma sono nurseries vitali per pesci, crostacei e molluschi e per proteggere le comunità umane dalle tempeste estreme e dall’innalzamento del livello del mare.

«Le mangrovie sono state scomparendo più velocemente di molti altri tipi di foreste, e la collocazione sul territorio è spesso privilegiata per lo sviluppo in immobili urbani, per l’agricoltura o l’acquacoltura – sottolinea Spalding  – Ma gli enormi benefici che derivano dalle mangrovie sono sempre più crescenti. Non sono ottimista sul fatto che fermeremo la in una notte le perdite di mangrovie. D’altra parte non abbandono  la speranza per la notevole capacità delle mangrovie di recuperare attraverso processi naturali di ripristino  attivi».