È giusto condividere i dati sui siti dove vivono le specie minacciate di estinzione?

Disputa fra scienziati: «Li utilizzano i bracconieri». «No, permettono di salvare le specie a rischio»

[27 luglio 2018]

A fine maggio, David Lindenmayer e Ben Scheele, del Threatened species recovery hub del National environmental science program dell’Australian National University, hanno pubblicato su Science lo studio “Do not publish” secondo il quale la pubblicazione di informazioni facilmente accessibili su dettagliate su specie rare e in via di estinzione «creano anche problemi importanti nel contesto della conservazione delle specie in via di estinzione», un’opinione che viene ora contestata da altri ricercatori australiani dell’Università del Queensland, insieme a quelli di altre istituzioni scientifiche – Wildlife conservation society, università di Sydney, Birdlife Australia, università del Kansas, Csiro, Terrestrial ecosystem research network, NSW Office of Environment and Heritage e Australian Museum – nello studio “A decision tree for assessing the risks and benefits of publishing biodiversity data” pubblicato su Nature Ecology and Evolution. 

La pubblicazione dei siti dove vivono delle specie rare è stata accusata di aver aiutato i bracconieri a portarle all’estinzione, come accaduto per il geco delle caverne cinese (goniurosaurus luii), descritto scientificamente solo nel 2006 e già estinto localmente a causa del commercio clandestino, oppure quanto successo alla  lucertola senza gambe dalla coda rosa (Aprasia parapulchella) , scoperta proprio da Lindenmayer e Scheele nel New South Wales, dove i ricercatori sono tenuti a fornire dati sulla posizione su tutte le specie che scoprono durante le indagini scientifiche in un atlante della fauna selvatica online. I due ricercatori fanno notare che «Dopo aver pubblicato i nostri dati, i proprietari terrieri con cui lavoravamo iniziarono a trovare degli invasori sulle loro proprietà. Gli intrusi avevano perlustrato gli atlanti della fauna selvatica online. Oltre a mettere a rischio gli animali, ciò mina le relazioni vitali a lungo termine tra ricercatori e proprietari terrieri».

Ma il team di ricercatori guidato da  Ayesha Tulloch della School of Earth and environmental sciences dell’università del Queensland ribatte che «La pubblicazione dei dati è importante per aiutare molti specie» e la Tulloch aggiunge: «Le specie, come il minuscolo drago senza orecchie australiano (Tympanocryptis pinguicolla), hanno ricevuto una maggiore protezione ambientale perché erano disponibili i dati pubblicati per dimostrare che si trovavano nei guai. La sfida è condividere i dati in un modo che si  evitino esiti perversi come l’estinzione di specie locali a causa dello sfruttamento umano. E’ innegabile che in alcuni casi i bracconieri hanno usato i dati pubblicati per cacciare animali rari per il commercio illegale di animali selvatici. Anche delle persone ben intenzionate come i bird watchers e i turisti possono a volte fare danni quando una quantità sufficiente di loro  calpesta il patch di un habitat, motivo per cui gli scienziati e gli ambientalisti continuano a chiedere di eliminare i dati sui siti nelle foto naturalistiche, per preservare le specie».

Ma la Tulloch e il suo team  di ricercatori sono convinti che vietare la pubblicazione dei dati non sia semplicemente la risposta: «Pubblicare i dati ha anche migliorato la protezione e la conservazione per molte specie e dati validi aiutano i responsabili della conservazione a sapere dove è necessaria un’azione».

La Tulloch dice che «Per la condivisione dei dati bisogna assumere un approccio equilibrato» e per questo ha collaborato con scienziati di nove organizzazioni per progettare una struttura che aiuti ricercatori e ambientalisti a scegliere come condividere dati sensibili. «Un aspetto chiave  – spiega – consiste nell’individuare se il bracconaggio, il commercio illegale o il disturbo da parte  di osservatori insistenti rappresenti davvero una minaccia reale che non può essere gestita. Poi, ci sono un certo numero di modi in cui si può gestire questi dati, come ad esempio mostrare solo luoghi in griglie di 100 chilometri quadrati, il che potrebbero permettere di pubblicarli senza mettere a rischio quelle specie. La condivisione delle informazioni sulle specie è qui per restarci, Essere chiari sui pro e contro di rendere pubblici i dati assicurerà che le specie non siano messe più in pericolo dal fatto che i nuovi dati siano di pubblico dominio».