E se l’Antropocene e le specie invasive facessero bene all’evoluzione e alla biodiversità?

Su Nature un articolo destinato a far discutere la comunità scientifica e gli ambientalisti

[4 ottobre 2013]

Chris D. Thomas, professore di Conservation biology all’università Britannica di York, scrive su Nature un articolo sull’Antropocene (The Anthropocene could raise biological diversity) destinato a far discutere la comunità scientifica e gli ambientalisti. Infatti secondo Thomas quella che l’umanità ha avviato è un’era di trasformazioni ecologiche ed «E’ tempo di ripensare la nostra avversione irrazionale alle specie invasive».

Thomas non è uno di quegli strani ecoscettici sempre pronti a sfidare con teorie strampalate la “scienza ufficiale”, anzi parte proprio dal quinto rapporto presentato pochi giorni fa dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) per dimostrare che «L’attività umana cambia l’ambiente», ma secondo lui «Non tutto il cambiamento è un male. È un modo in cui, per esempio,  gli animali e le piante rispondono al riscaldamento delle temperature andando oltre le loro distribuzioni storiche, proprio come fanno quando vengono trasportati in nuove regioni da esseri umani. La risposta delle persone che si trovano “invase” da queste specie “sfollate” è spesso irrazionale. La persecuzione deliberata del nuovo – solo perché è nuovo – non è più sostenibile in un mondo di rapidi cambiamenti globali».

Qui si potrebbe fare un primo appunto: alcune specie (come quelle montane) non ampliano il loro areale, semmai rischiano di perderlo definitivamente, e l’introduzione di specie aliene in alcuni habitat, come quelli insulari, ha già portato all’estinzione di molte specie.

Ma Thomas ammette: «E’ vero che alcune specie invasive danneggiano gli ecosistemi e possono eradicare le specie residenti», ed anche per questo la Commissione europea sta varando una legislazione per contenere gli impatti negativi delle specie aliene introdotte attraverso le attività umane, ma il professore britannico afferma che ci sarebbe molto da dire su come dovrebbero essere definiti tali impatti, e aggiunge che «Lo stesso processo può anche aumentare la diversità ecologica. In media, meno di una specie originaria si estingue per ogni specie introdotte che arriva. La Gran Bretagna, per esempio, ha guadagnato 1.875 specie non indigene insediate, senza tuttavia cedere nulla agli invasori».

Anche qui Thomas pecca di ottimismo, visto che anche ai lettori di greenreport.it sono ormai note le impressionanti rarefazioni di alcune specie di insetti come le coccinelle autoctone, o la storia di lotte come quelle tra lo scoiattolo grigio americano e il rosso europeo, che vedono vincitrici le specie invasive.

Ma Thomas è convinto che «Lo sviluppo umano – soprannominato l’era dell’Antropocene – aumenta la biodiversità anche in altri modi. I nuovi habitat di origine antropica, come i terreni agricoli e le città, in genere supportano un minor numero di specie rispetto a quelli originali, ma ne contengono alcune che in precedenza erano rare o assenti. L’insieme di vecchi e nuovi habitat contiene più specie che la vegetazione originaria: la diversità degli habitat è uno dei più forti predittori della diversità ecologica. Anche il cambiamento climatico tende anche ad aumentare la diversità regionale, perché la diversità aumenta con le temperature e le precipitazioni, entrambe le quali sono in aumento (in media, ma non dappertutto). I gradienti globali della diversità impongono che le specie più adattabili al caldo siano disposte  a colonizzare nuove aree, mentre le specie adattate al freddo si ritirano da quelle aree con il riscaldamento climatico».

Anche qui Thomas semplifica, perché alcune specie aliene non sostituiscono le specie autoctone perché si adattano meglio al global warming, ma semplicemente perché sono più forti, più aggressive e non hanno nemici naturali.

Ma secondo il ricercatore britannico sta anche accelerando l’evoluzione: «Le popolazioni e le specie hanno cominciato a evolversi, divergere, ibridarsi e anche a speciare in un ambiente nuovo prodotto dall’uomo. La divergenza evolutiva finirà per generare un gran numero di specie sorelle sui continenti e le isole nelle quali sono state introdotte singole specie. Ad esempio, una marcata incompatibilità riproduttiva si è sviluppata in soli 200 anni tra le popolazioni originarie di piante Centaurea in Spagna e le popolazioni della stessa specie introdotte in California. I cittadini della California quando dovranno considerare queste piante come native?»

Quello che spaventa la gran parte dei biologi, dei ricercatori e degli ambientalisti per Thomas diventa un merito: «L’ibridazione diventa particolarmente importante in quanto specie dapprima separate vengono portate a contatto. I tassi sono sbalorditivi: 88 ibridi tra specie vegetali autoctone e introdotte sono sufficientemente diffusi da poterli mappare tra la flora delle isole britanniche, così come ci sono 26 ibridi tra due o più specie introdotte (insieme pari all’8% delle 1.377 specie di piante superiori che si sono naturalizzate in seguito all’introduzione). Ad esempio, sono state  introdotte piante di Rhododendron ponticum europei ibridate con il nordamericano R. catawbiense , producendo una vigorosa popolazione autosufficiente che è odiata dagli ambientalisti e rimossa con grandi spese».

E Thomas ce l’ha un po’ con le associazioni conservazionistiche: «E’ un errore disperdere  i fondi per la conservazione – che sono sempre più scarsi – in guerre impossibili da vincere, soprattutto quando il nemico non è particolarmente dannoso. I programmi di eradicazione devono concentrarsi su specie non indigene problematiche, come i ratti e le capre sulle isole oceaniche, dove l’investimento è in grado di fornire benefici a lungo termine ed il ristabilimento delle specie autoctone. Cercare di controllare l’Himalayan balsam in tutta l’Inghilterra, solo perché è alieno, è uno spreco di energie».

Quindi sì alle eradicazioni delle specie aliene, ma tenendo sempre di conto che «La speciazione per ibridazione è probabile che sia una firma dell’Antropocene. Una nuova specie ibrida del moscerino della frutta  Rhagoletis  ha colonizzato il caprifoglio invasivo in Nord America. Una specie di primula, Primula kewensis, è nata per ibridazione e continua a propagarsi ai Kew Gardens di Londra. E cinque specie (Spartina anglica e quattro specie di Senecio ) che sono  nate  dall’ibridazione tra specie autoctone e introdotte in Gran Bretagna si sono naturalizzate. Sorprendentemente, l’introduzione di piante in Gran Bretagna sembra aver aumentato lista globale delle specie. Questi cinque (su una flora di 2.711 specie naturalizzata e nativi) suggeriscono un tasso di speciazione (0,00184 per ogni specie originaria negli ultimi 150 anni), simile al tasso di estinzione di mammiferi segnalato nel corso degli ultimi 100 anni. Se continuasse, senza ulteriori estinzioni, sarebbe sufficiente ad aumentare il numero di specie vegetali del 20% entro 15.000 anni».

Ma il problema che non sembra porsi Thomas è appunto quello dell’estinzione di specie messe sempre più ai margini della loro nicchia ecologica da ingombranti concorrenti. Invece il professore di York è convinto contraddittoriamente che «Piuttosto che i cali catastrofici spesso dipinti, ritengo che negli ultimi decenne secoli ci sia stato un aumento ecologico nel numero di specie terrestri nella maggior parte delle regioni del mondo, anche se il numero totale di specie sul pianeta è in declino».

Quindi non nega l’ondata dell’estinzione in corso, ma crede che l’Antropocene possa esserne l’inaspettato e miracoloso rimedio: «Abbiamo bisogno di  una ricerca scientifica molto più concentrata sui tassi a cui i diversi processi generano la diversità. Insieme, potrebbero plausibilmente dare come risultato un aumento netto del numero di specie sulla Terra durante l’Antropocene (ad esempio, per più di un milione di anni), nonostante il fatto che stiamo perdendo popolazioni insostituibili, razze, specie e taxa evolutivamente distinti. Ci sono ottimi argomenti per la conservazione della fauna selvatica che già abbiamo, ma è meno chiaro perché il nostro atteggiamento di default verso la nuova  biodiversità sia di antagonismo o di ambivalenza. Una recente specie ibrida, Senecio eboracensis , si è estinta poco dopo essere spuntata a York, destando poco interesse. In pratica, sembra che le nuove specie dell’Antropocene siano considerate molto meno importanti di quelle che c’erano prima».

E qui non si può dar torto a Thomas, visto che la salvaguardia della rete del vivente non può prescindere dal fatto che quella rete è in continua evoluzione. Resta da capire se ogni maglia di quella rete che scompare potrà essere riparata da un’Antropocene che sta stravolgendo l’evoluzione stessa ed innescando una accelerata estinzione di massa, non naturale ma originata dalle attività umane.