Elogio dello strabismo: per un’autoriforma del mondo dei parchi

«Non dobbiamo chiederci cosa può fare il Paese per i Parchi, ma cosa possono fare i Parchi per il Paese»

[11 dicembre 2013]

E’ iniziata oggi a Roma la Conferenza La Natura dell’Italia, Biodiversità e Aree protette . La green economy per il rilancio del Paese, organizzata da ministero dell’ambiente con il contributo di Federparchi, Unioncamere e Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. Per capire meglio i temi in discussione vi proponiamo l’intervento di Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale Legambiente, al convegno preparatorio “La Natura dell’Italia – Parchi come luogo di incontro tra Green Economy e Green Society”, tenutosi a Palermo.

In quest’ultimo periodo mi si sono posto alcune domande che vorrei riproporvi. Non a tutte è possibile dare risposte immediate, né sono io la persona più titolata per farlo.

Certo, però, che il percorso voluto dal ministro Orlando e avviato dal Ministero verso la Conferenza Nazionale La Natura dell’Italia del 11/12 dicembre rappresenta un’occasione seria e imperdibile per provare a condividere qualche risposta.

Per essere chiaro e franco, come è mia abitudine, dichiaro subito che io parto da un assunto, che mi si è confermato dopo le ultime puntate mediatiche contro la revisione della 394 (che noi continuiamo a ritenere opportuna). Al di là del tono delle polemiche (francamente fuori registro e mi auguro dovuto più alla deformazione giornalistica della ricerca dello scoop a tutti i costi, anche a costo di fare dello scandalismo gratuito è di mistificare la realtà, che alla volontà delle associazioni citate nell’articolo) a me sembra che il problema vero, questo sì ineludibile, è se sia possibile avviare una vera e propria autoriforma del “mondo dei parchi”, anche andando al di là delle riforme ope legis. Certo bisognerebbe preventivamente chiedersi se davvero esiste un “mondo dei parchi” e da chi è composto (solo gli enti parco o anche le comunità, i cittadini, gli operatori economici, il mondo associativo e quello scientifico, etc..), ma questo ci porterebbe lontano dal filo conduttore di questo appuntamento.

Piuttosto cominciamo a chiederci cosa vuol dire “autoriformarsi”, cosa bisogna fare, da cosa occorre ripartire. Belle domande su cui occorre trovare risposte condivise, sapendo però che prima di confrontarsi, litigare e mediare sulle soluzioni dobbiamo condividere il problema, ovvero se il “mondo dei parchi” abbia davvero necessità di autoriformarsi ed eventualmente a quali condizioni debba farlo.

Per me ovviamente questa è una domanda retorica, ma credo sia politicamente e culturalmente corretto non dare per scontato che su questo assunto siamo tutti d’accordo.

In questo breve intervento proverò ad argomentare perché secondo me dobbiamo avviare un percorso di autoriforma e quali possono essere alcune condizioni fondanti del percorso. Un primo punto fondamentale è che dobbiamo rovesciare l’ottica fin qui seguita.

Parafrasando J.F. Kennedy, non dobbiamo chiederci cosa può fare il Paese per i Parchi, ma cosa possono fare i Parchi per il Paese! Se ci limitassimo a ragionare di cosa hanno bisogno i parchi finiremmo per chiuderci in un’ottica rivendicativa, ed in fondo un po’ lamentosa e quindi perdente, in cui una parte importante del mondo dei parchi è rimasto chiuso negli ultimi anni, a difesa del fortino.

Nel rovesciamento dell’ottica vale certamente ricordarci che il nostro campo d’azione è disegnato da tre poli, la dimensione istituzionale, con i connessi problemi di governance, il ruolo dei cittadini, in qualità sia di fruitori delle aree protette sia di abitanti e lavoratori nei territori delle aree protette, e l’importanza della natura, nella dimensione scientifica di conservazione e valorizzazione della biodiversità e in quella della produzione di un immaginario sociale positivo.

Per fare passi avanti in questa direzione dobbiamo sapere che viviamo in un’epoca strana, in cui, come ci ricorda Stiglitz, riferendosi alla possibilità di uscire dalla crisi cominciando ad affrontare le emergenze climatiche ed ambientali,”se si affrontassero i problemi a lungo termine, di fatto si contribuirebbe a risolvere i problemi di breve periodo”.

Così è anche per la vita e la governance delle aree protette. Dobbiamo essere strabici. Avere un occhio lungimirante, che traguarda gli scenari possibili e si orienta sul percorso da intraprendere, ed un occhio miope, capace cioè di misurarsi con la soluzione concreta dei molteplici problemi che quotidianamente gli Enti Parco devono affrontare.

Per farlo dobbiamo essere consapevoli di quale sia la forza delle aree protette e del mondo dei parchi. Mauriello e Bonomi ci hanno dato una bella sferzata e ci hanno detto, con un altro linguaggio, che dobbiamo uscire immediatamente dalla sindrome di Calimero (spero che il riferimento carosellistico sia sufficientemente chiaro) e reagire al rischio di autoreferenzialità, sindrome e rischio che anche io vedo concretamente aver limitato l’azione dei parchi in questi anni.

Diceva Oscar Wilde che per conoscere la qualità del vino non c’è bisogno di bere tutta la botte, basta un assaggio. Noi nella deriva della marginalizzazione dei parchi siamo andati un po’ oltre l’assaggio, è ora di cambiare passo e di avviare un serio percorso di autoriforma.

Questa riflessione si innesta oggi in un contesto delicato ma insieme molto interessante, disegnato dalla crisi economica e dal profondo cambiamento provocato dalla rivoluzione energetica (ma anche dalla crescita dei prezzi delle materie prime, provocata dall’aumento della domanda), che ci allontana dalle fonti fossili e affida alla green economy, come nuovo assetto dell’economia mondiale, un ruolo inaspettato solo fino a pochi anni fa. E’ in questo contesto che i parchi non dovrebbero avere difficoltà a posizionarsi come infrastrutture della green economy, come esempi virtuosi di un modello di governo del territorio che potrebbe/dovrebbe allargarsi a tutto il territorio, ben al di là dei confini delle aree protette.

Sapendo che quando parliamo di green economy, non parliamo solo di energia rinnovabile, ma di tutto ciò che produce benessere con meno energia, meno materia, meno chilometri e che ha bisogno di una green society, ovvero di una società con più legalità, più cultura e consapevolezza da parte dei cittadini, più benessere per tutti dentro nuovi stili di vita. Ecco perché è oggi importante dire quale sia il contributo che le aree protette danno all’uscita dalla crisi (intendo ovviamente la crisi del paese, non la crisi dei parchi!!), a cominciare dalla valorizzazione del ruolo della natura, sia in termini di servizi ecosistemici sia in termini di cultura e di immaginario collettivo. Un contributo che non sta solo nel ruolo scientifico, per altro ineludibile, di conservazione e valorizzazione della biodiversità, ma anche sul piano economico, nella creazione di nuovo lavoro e per migliorare la qualità della vita delle persone.

Insomma i parchi dimostrano la loro funzione positiva e possono raccontarla a tutto il paese con orgoglio, se sanno tenere insieme tutte e quattro queste funzioni: quella scientifica (biodiversità), quella economico sociale (lavoro e qualità della vita – oggi se non si risponde alla domanda di lavoro si perde diritto di parola!), quella politica (forme vincenti di governo del territorio e di messa a disposizione di servizi ecosistemici per tutto il Paese), e quella culturale (passione popolare per la natura, la sua bellezza e i suoi valori, dentro e fuori delle aree protette).

È in questa logica che ci risultano del tutto incomprensibili ed inaccettabili i tagli della Regione Sicilia alla gestione delle Riserve regionali, che pure rappresentano un’esperienza avanzata e di eccellenza nel quadro nazionale. Proprio mentre la Riserva regionale della spiaggia dei Conigli nell’isola di Lampedusa si è imposta

all’attenzione internazionale (nonostante la tragedia che ricorsivamente colpisce l’isola e le migliaia di emigranti che cercano rifugio e accoglienza) per la qualità della sua gestione che ne ha fatto esplodere la bellezza ed è divenuta anche per i lampedusani, che hanno dato fiducia al sindaco Giusi Nicolini, un modello possibile di governo del territorio comunale.

Se tutto ciò ha senso, credo che appaia più evidente che quando si parla di leadership territoriale degli Enti Parco, quando si allarga il ragionamento alla responsabilità dei parchi verso il sistema territoriale, non si sta facendo una forzatura ed un’aggiunta o appesantimento della quotidianità, ma si disegna un orizzonte ed uno scenario che è l’unico che può dare ai parchi la possibilità di uscire dall’isolamento e dalla logica del fortino assediato da difendere. Parliamo della necessità dei parchi di organizzare un “metaracconto” del territorio che sappia intrecciare i racconti dei diversi settori ed ambiti (istituzionale, conservazionista, imprenditoriale…) del “mondo dei parchi”, che sappia intrecciare il presente con il futuro.

Ecco perché quando io cerco di semplificare e schematizzare le finalità dell’azione dei parchi, intendendo con il termine azione un patto sociale tra i diversi soggetti, a cominciare dall’ente parco, che operano in quel determinato territorio, mi vengono in mente due parole chiave: messa in sicurezza e innovazione.

Messa in sicurezza del patrimonio di biodiversità, di bellezza, di natura (o se preferite di servizi ecosistemici), che è stato dilapidato nell’ultimo secolo, la cui salvaguardia è affidata specificamente agli enti parco, ed innovazione di lavoro, qualità della vita,sistemi di governo e di partecipazione, perché quella messa in sicurezza diventi modello per il paese e garanzia perché, chi nei parchi vive e lavora, possa essere e sentirsi una persona fortunata, una persona che gode di vantaggi (sapendo che questo significa ad esempio anche innovazione nelle politiche fiscali e nell’accesso ai servizi delle TLC).

Noi, come Legambiente, non possiamo che augurarci che la conferenza dell’11 e 12 dicembre sia il momento in cui questo percorso si avvii con un serio e partecipato dibattito pubblico (nella speranza che nessuno voglia ridurre i problemi sul tavolo a quello della revisione della 394), che coinvolga i tanti soggetti che possono essere interessati ad uno scenario di sviluppo come quello che qui è stato disegnato da Bonomi, e che si può realizzare proprio se il mondo dei parchi saprà valorizzare la sua funzione storica ricollocandola nel contesto attuale della green economy e della green society. La ridefinizione dei fondi strutturali, nuove idee per lo sviluppo delle aree interne e per la valorizzazione delle comunità e delle economie locali, sono tutte occasioni e sfide, che per essere vinte hanno bisogno di una condizione: allargare il fronte del mondo dei parchi e fare massa critica perché l’idea di paese di cui si è parlato questa mattina diventi maggioranza.

Come ci ricorda Dostojevski «il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive». Ecco perché ai parchi non basta oggi il buon governo, ma serve una grande azione offensiva per raccontare le ragioni e gli obiettivi, che ho provato a riassumere qui, per cui si governa, raccontando dove si  vuole andare.

di Vittorio Cogliati Dezza