Eradicazione delle specie aliene dalle isole: successi clamorosi, scarsi effetti negativi (VIDEO)

Decidere fra ratti e uccelli marini: il non intervento è già una scelta

[14 aprile 2016]

eradicazione cover

Un gruppo di una trentina di ricercatori di tutto il mondo ha pubblicato nella rivista online PNAS i risultati di un esame di tutte le eradicazioni di specie aliene di mammiferi condotte fino a oggi su isole, per valutarne i benefici conservazionistici e gli effetti negativi nei confronti delle popolazioni insulari di specie autoctone (Jones et al. 2016: “Invasive mammal eradication on islands results in substantial conservation gains”).

Pur trattandosi prevalentemente di interventi che richiedono l’uccisione di esseri viventi, e che di conseguenza scatenano spesso l’opposizione di animalisti, di cittadini comuni e talvolta anche di alcuni settori del mondo scientifico, le eradicazioni di specie aliene sulle isole si vanno sempre più diffondendo, e vengono applicate con successo (le specie target vengono eradicate) ad ogni latitudine e su isole via via più grandi, tanto che sono oggi oltre 700, e in continuo aumento, quelle dove è stata almeno tentata l’eradicazione di mammiferi introdotti. Questa crescente diffusione si spiega facilmente: le isole sono un peculiare hot spot di biodiversità – su circa il 5 % delle aree emerse ospitano oltre il 15 % delle specie terrestri – e sono particolarmente vulnerabili: vi è avvenuto il 61 % delle estinzioni recenti e il 37 % delle specie classificate come “in pericolo critico di estinzione” vive proprio nelle isole, dove il principale fattore di rischio è rappresentato dai Mammiferi introdotti. Nel contempo, grazie a tecniche spesso assai sofisticate e a protocolli operativi sempre più sperimentati e standardizzati, quando si decide di avviare un’eradicazione questa va sempre più spesso a buon fine, e ha costi economici generalmente molto bassi se paragonati agli obiettivi attesi in termini di tutela della biodiversità o ai costi dei più “tradizionali” interventi di conservazione, quali ad esempio la ricreazione di habitat.

Le eradicazioni svolte sino a oggi hanno riguardato principalmente i roditori (57 %), seguiti dalle capre (11 %) e dai gatti (8 %) inselvatichiti.

I risultati di questa analisi appaiono clamorosamente a favore delle eradicazioni: i ricercatori stimano che complessivamente 786 popolazioni di 321 specie autoctone abbiano beneficiato delle eradicazioni di mammiferi; circa il 35 % di queste specie sono più o meno seriamente minacciate. Fra i risultati più eclatanti sono citati i casi di 4 specie (3 uccelli marini e inaspettatamente una volpe endemica) che sono state riclassificate ad un livello inferiore di rischio di estinzione dopo l’eradicazione della specie che le minacciava, e di ben 123 ricolonizzazioni di isole da parte di specie autoctone. Fra le specie oggetto di tutela e che hanno  risposto positivamente viene citato, fra gli altri, un piccolo uccello marino che vive sull’isola di Anacapa (California), Synthliboramphus scrippsi, che ha triplicato il successo riproduttivo e la sua popolazione aumenta annualmente del 14% da quando sono stati eradicati i ratti; risultati simili sono stati raggiunti nelle isole del Mediterraneo, dove il successo riproduttivo delle diverse specie di berte in presenza di ratti è spesso pari a 0 e si porta su valori di 0.7 – 0,9 (vicini al massimo teorico dato che questi animali depongono solo un uovo) dopo la loro eradicazione.

I ricercatori aggiungono però che informazioni soddisfacenti sono disponibili solo sugli effetti riguardanti alcuni gruppi animali, uccelli in primo luogo ma anche rettili e mammiferi, mentre sono largamente sconosciuti quelli su anfibi e soprattutto invertebrati, per i quali sono stati documentati alcuni casi di rapidissimo incremento delle popolazioni. Sottolineano inoltre la necessità di esaminare, oltre agli effetti sulle singole specie, quelli a livello di funzionalità degli ecosistemi e di capacità di fornire i cosiddetti servizi ecosistemici, dalla migliore protezione del suolo (soprattutto nelle eradicazioni di erbivori quali capre e conigli), alla resistenza e resilienza rispetto ai cambiamenti climatici, fino all’accresciuta attrattività turistica delle isole ricche di biodiversità autoctona.

Effetti negativi possono sempre verificarsi, soprattutto nelle eradicazioni che prevedono la distribuzione di sostanze tossiche, necessaria quando le specie target sono roditori. Intossicazioni letali di esemplari di specie autoctone possono avvenire in seguito all’ingestione diretta di esche oppure di animali – prevalentemente roditori – che le hanno ingerite a loro volta, e singoli casi di questo genere sono certamente da mettere in conto in questo tipo di operazioni, ma si tratta di effetti irrilevanti rispetto ai benefici attesi. Scartando le segnalazioni di questo tipo, i ricercatori sono andati a esaminare i casi riportati di effetti negativi a livello di popolazione o di areale di distribuzione. Solitamente questi si sono dimostrati reversibili a breve termine, come nel caso del gabbiano Larus glaucescens nella ex Rat Island, isola delle Aleutine ora rinominata Hawadax Island, di cui sono state rimosse ben 320 carcasse ma che già un anno dopo l’eradicazione dei ratti aveva raddoppiato la popolazione nidificante, che si era quadruplicata dopo 5 anni.

Sono risultati solo 8, a livello globale, i casi di effetti negativi riscontrati a medio e lungo termine, per la metà dei quali è attesa la completa reversibilità in tempi relativamente brevi, e anche i 4 casi rimanenti appaiono di valore del tutto trascurabile rispetto ai benefici ottenuti nelle isole dove si sono verificati.

Questa enorme disparità fra effetti positivi e negativi per le popolazioni autoctone non è affatto inattesa, testimonia semmai l’accuratezza con cui vengono pianificate le eradicazioni: quando in fase preliminare emerge la possibilità che vi siano gravi effetti negativi vengono studiate e messe in atto misure di mitigazione per ridurre o azzerare i livelli di rischio, e se ciò non è possibile l’operazione viene semplicemente scartata. Questa analisi dei risultati positivi e negativi delle eradicazioni in ambienti insulari conferma quindi il valore di questa misura di conservazione apparentemente anomala (si eradicano popolazioni animali, sebbene “aliene”, per favorirne altre), spesso avversata da alcuni settori dell’opinione pubblica e senz’altro non facile da comprendere e accettare per gran parte di essa, ma che è certamente uno degli strumenti più efficaci a disposizione di chi si occupa di conservazione della natura.

Riferendoci alle eradicazioni più frequenti, possiamo quindi concludere che oggi abbiamo la possibilità di decidere fra ratti e uccelli marini. Il non intervento è già una scelta.

Paolo Sposimo

Nature and Environment Management Operators – NEMO

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