Essere ambientalisti nella Libia della guerra civile

Le associazioni ambientaliste resistono e lottano contro l’inquinamento, la speculazione edilizia e per salvare la biodiversità

[5 settembre 2018]

La Libia è di nuovo nel caos della guerra civile aperta, mentre governi riconosciuti da diverse potenze occidentali e arabe si contendono il territorio e il petrolio e il gas di quella che fu una colonia italiana e alla quale i nostri gioverni continuano a guardare in maniera  neocolonialista, facendo notare la pagliuzza  negli occhi degli altri e non la trave conficcata nei nostri, con Gheddafi prima, con la farsesca “liberazione” dopo e con la sanguinosa tragedia che abbiamo innescato e della quale non si vede la fine.  In Libia è difficile andare ed è difficile scappare dopo lo scellerato patto stretto tra i governi italiani di prima e da quello odierno  del “cambiamento” proprio con le milizie che stanno mettendo Tripoli a ferro e fuoco, Eppure, in mezzo a questo caos sanguinario e a questo fallimento della politica e della dipolomazia, sulle coste e nei deserti di questo Paese fantasma ci sono persone che tentano ancora di salvare la natura e la biodiversità dall’inquinamento e dalla guerra. E’ la storia raccontata il 17 luglio da Shaun Hurrell su BirdLife International/Africa che ha intervistato due coraggiosi ricercatori, il tunisino Awatef Abiadh e il giordano Sharif Jbour (jordanien) che fanno parte del team di  BirdLife Méditerranée della Critical Ecosystem Partnership Fund’ (Cepf) – una iniziativa congiunta di ’Agence Française de Développement, Conservation International,Unione europea, Global Environment Facility, governo del Giappone, John D. and Catherine T. MacArthur Foundation, World Bank e MAVA Foundation –  che è il principale donatore a finanziare direttamente un’associazione ambientalista libica dopo la Primavera araba. 

Ecco l’intervista:  

Quale esperienza avete fatto durante il vostro soggiorno in LIbia? Quale sono state le vostre prime impressioni riguardanti l’ambiente?

Awatef Abiadh (AA): Non avevo più visitato la Libia dall’inizio del 2014, quando vedevo degli occhi pieni di speranza e delle persone che volevano un vero cambiamento [dopo la primavera araba e la caduta di Gheddafi]. Con i vari conflitti e problemi di sicurezza che si sono verificati da allora, francamente, non sapevo cosa aspettarmi, ma ero felice di incontrarmi di nuovo con i libici mostrare loro che non sono soli e che continuiamo a sostenerli perché ci danno ‘energia che guida il nuovo movimento ambientalista della Libia. Ci si aspetterebbe che l’ambiente sia l’ultima cosa che hanno in mente le persone a causa della situazione , ma sono rimasto molto impressionato dall’impegno delle persone che di vogliono prendere cura della natura.

Sharif Jbour (SJ): Ovunque nelle strade di Tripoli era ovvio che i rifiuti e l’inquinamento costituiscono un disturbo per la vista e un grave pericolo per il fisico, in parte a causa della chiusura della principale discarica e per a mancanza di sforzi coordinati e di meccanismi di finanziamento per risolvere questo problema. Ma la Libia ha anche 1.770 km di coste e molte piante e animali rari come la tartaruga egiziana Testudo kleinmanni, la tartaruga comune Caretta caretta, il falcone sacro Falco cherrug, la puzzola marmorizzata Vormela peregusna, la sterna Thalasseus bengalensis e l’anatra marmorizzata Marmaronetta angustirostris.

Che cosa avete visto durante la vostra visita sul terreno in una delle due aree marine protette della Libia (Amp)?

AA: Durante la nostra visita a Farwa, unAmp (istituita el 2009) e Key Biodiversity Area (KBA)  a 170 km da Tripoli, abbiamo trovato un nuovo nido di tartarughe comune  vicino ai nidi delle sterne. Nella laguna crescono anche grandi distese di Posidonia [una pianta acquatica endemica del Mediterraneo] che forma delle praterie marine e nursery per una varietà di specie di pescui, L’Università di Tripoli, in collaborazione con una ONG locale, Bado, ha svolto un imponente lavoro di monitoraggio sugli uccelli e le tartarughe a Farwa, in collaborazione con la Libyan Environmental General Authority (EGA). Farwa una volta era un’isola, ma negli anni ’70 vi venne costruito l’impianto chimico di Abu Kammech, con un enorme terrapieno che formava una connessione con la terraferma. Enormi quantità di metalli pesanti sono state scaricati e ammassati nella laguna, compreso il mercurio, che ha danneggiato sia le persone che la fauna selvatica. L’impianto fu abbandonata durante la primavera araba e ora l’erosione minaccia le spiagge esposte al Mediterraneo, riducendo l’area della spiaggia utilizzata dalle tartarughe. Nella nuersery delle posidonie  è presente anche una specie invasiva non autoctona: il granchio blu che è in realtà molto diffuso nella zona costiera della Tunisia e della Libia.

Secondo voi, quale è il problema ambientale più urgente in Libia in questo  momento?

SJ: L’inquinamento è una grave minaccia, ma soparattutto nelle città. Il regime fondiario è chiaramente un problema che può portare alla frammentazione e al deterioramento degli habitat naturali. Lo sviluppo locale massiccio e casuale dei cottage sulla costa è davvero inquietante. La Libia ha una vasta distesa di magnifiche coste dmaditerranee, ma se un tale ritmo di sviluppo rapido e insostenibile dovesse continuare, molte delle coste non urbanizzate (e quasi vergini) potrebbero venire distrutte nel prossimo futuro.

AA: L’attuale situazione di anarchia  nel Paese significa che il diritto ambientale non viene rispettato e che è lungi dall’essere applicato, come si vede nella costruzione estesa sulle spiagge, in particolare nella KBA di Karabolly. Dei gruppi di persone vogliono naturalmente soggiornare a Farwa per scappare per qualche giorno, ma lasciano lì tutta la loro spazzatura. L’anno scorso, Bado ha raccolto 7 tonnellate di plastica.

Il paese è in guerra civile con attacchi militari frequenti e terrorismo; come è possibile che ci siano ONG ambientaliste?

SJ: Nonostante non ci sia all’orizzonte nessun segno di tregua politica, le persone che abbiamo incontrato sono piene di speranza e ispiratrici. Si dedicano alle loro cause onorevoli, si impegnano a continuare i loro sforzi di volontariato e lavorano nonostante le difficoltà politiche e le innumerevoli sfide.

AA: La primavera araba e la caduta di Gheddafi hanno fatto sì che si potessero formare organizzazioni della società civile [in precedenza, erano state bandite]. Molti donatori internazionali non hanno investito in Libia per motivi di sicurezza, ma i pochi –  per primo il Critical Ecosystem Partnership Fund (CEPF)-  che lo hanno fatto si sono concentrati  sullo sviluppo della società civile locale.

SJ: Queste organizzazioni hanno dettoche l’impegno del CEPF e il supporto fornito dal nostro team significano molto per loro; è qualcosa di cui siamo molto orgogliosi.

Al workshop c’è stata un’atmosfera molto intensa?

SJ: Il CEPF ha convocato i rappresentanti dell’intera comunità conservazionistica  in Libia, il che era molto motivante. Inoltre, il livello di sostegno accordato dal  governo alle ONG non ha precedenti nel Nord Africa: a differenza di molti Paesi della regione, il governo vede le ONG come partner e condivide la responsabilità di risolvere i dilemmi della conservazione della natura nella nel Paese. Possono essere attori importanti nel mettere a punto soluzioni per mitigare le minacce ambientali. Il CEPF sta gettando le basi per sfruttare questa opportunità per rafforzare il ruolo delle ONG nel Paese, costruire alleanze nazionali per la conservazione della natura e stabilire una forte partnership per la conservazione della natura a lungo termine con il governo.

AA: Abbiamo delle sovvenzioni disponibili per le ONG locali libiche che si concentrano sulla conservazione delle coste e delle piante. Le persone erano entusiaste di trarre vantaggio da  ciò che abbiamo ottenuto negli ultimi cinque anni, di acquisire nuove conoscenze attraverso la formazione e di fissare obiettivi a lungo termine.

Qual è stata la proposta di progetto più ispiratrice?

AA: Non è un singolo progetto proveniente da un singolo beneficiario, non è quello che stiamo facendo qui. Il seminario ha catalizzato lo sviluppo della rete tra le ONG attive nella conservazione della natura in Libia e l’approccio migliore è stato sviluppato attorno alla KBA di Karaboli, dove tre ONG lavorano insieme.

Tutti parlano la stessa lingua …

SJ: In effetti, l’arabo è l’unica lingua parlata in tutto il Paese, con pochissime eccezioni: le  altre lingue sono state bandite da Gheddafi. Il fatto che CEPF diffonda appelli per piccole sovvenzioni in arabo è molto utile. Inoltre, senza una barriera linguistica con la Giordania, dove la società civile è più forte e il governo fornisce sostegno anche alle piccole ONG, siamo anche riusciti a portare le ONG libiche ad apprendere di più.