Estinzioni e specie invasive: non eradicare volpi e gatti dalle isole (prima dei ratti)

[27 agosto 2013]

Emily Hanna e Marcel Cardillo sono due ricercatori dell’Australian National University di Canberra convinti che «Capire l’estinzione nelle isole è fondamentale per la conservazione della biodiversità», e nel loro studio Island mammal extinctions are determined by interactive effects of life history, island biogeography and mesopredator suppression pubblicato su  Global Ecology and Biogeography  spiegano che «I predatori introdotti sono una delle principali cause di estinzioni delle isole, ma ci sono stati pochi studi su larga scala sulla complessità degli effetti dei predatori sulle faune insulari, o su come la predazione interagisce con altri fattori».

Per questo Hanna e Cardillo, utilizzando un vasto database delle popolazioni di mammiferi (estinte e viventi) di ben 394 isole, descrivono e spiegano i modelli di estinzione dei mammiferi delle isole in funzione dei predatori introdotti, della life history, dell’ecologia e della geografia e per testare i predittori della probabilità di estinzione hanno utilizzato generalized linear mixed models, hanno così scoperto che i grandi mammiferi (> 2,7 kg) hanno elevate probabilità di estinzione come le specie di piccole dimensioni (<2,7 kg): «Nelle grandi specie, i modelli di estinzione sono coerenti con la teoria della biogeografia insulare, con la distanza dalla terraferma che è il predittore primario di estinzione. Per piccole specie, la presenza di ratti neri introdotti è il predittore primario di estinzione».

La sorpresa è venuta quando i due ricercatori hanno capito che, come previsto dalla “mesopredator suppression theory”, «Le probabilità di estinzione sono più basse nelle isole dove sono stati introdotti sia i ratti neri che  predatori più grandi (gatti, volpi o dingo), rispetto alle isole con i ratti ma non con predatori più grandi. Allo stesso modo, le probabilità di estinzione sono più basse sulle isole con sia con i predatori di medie dimensioni (gatti e volpi) che con il più grande (dingo), a fronte delle sole con solo i gatti e volpi».

E’ la conferma che le estinzioni dei mammiferi autoctoni nelle isole derivano dalle complesse interazioni tra  predatori introdotti, geografia dell’sola e biologia preda». L’inaspettata conclusione dello studio è che l’eradicazione dalle isole di predatori introdotti e ormai in cima alla catena alimentare, come gatti, volpi o dingo, potrebbe far esplodere le popolazioni di ratti neri, il che potrebbe condurre all’estinzione di specie di mammiferi nativi, le cui rimanenti popolazioni sono limitati alle isole».

Eppure volpi e gatti selvatici sono estremamente impopolare tra gli ambientalisti australiani perché fanno strage di specie autoctone del continente e per questo sono stati oggetto di numerose campagne governative di eradicazione. Non è certo un caso che questa ricerca sia avvenuta in Australia, considerata il ground zero della moderna crisi della biodiversità: è qui che ci sono state più di un quarto di tutte le recenti estinzioni di mammiferi, e molte altre specie autoctone ormai sopravvivono solo in piccole popolazioni confinate in una o più elle migliaia di isole del Paese.

Se qualche estinzione è dovuta alla distruzione di habitat, il grosso è colpa di gatti, volpi e ratti introdotti intorno al 1800 dai marinai inglesi e che hanno decimato animali autoctoni come i bilbies e bandicoot ed i piccoli marsupiali che vivono solo Australia.

Ormai gatti e volpi hanno una bruttissima reputazione e lo stesso Hanna solo a luglio, all’International Congress for Conservation Biology, diceva: «Noi li odiamo», ora sembra aver cambiato idea.

Infatti, per pianificare campagne di eradicazione di successo, gli scienziati devono prima capire come i predatori introdotti interagiscono sia con la fauna autoctona e con altri animali invasivi.  Per esempio, i gatti e le volpi sono famosi per la caccia agli uccelli e ad altri animali selvatici, ma possono anche tenere sotto controllo i ratti, che sono feroci killer e competitori degli animali autoctoni come il bandicoot.

Fino ad oggi pochi studi avevano cercato di capire quale sia il tipo di predatore che è più probabile che porti all’estinzione la fauna endemica delle isole.

Per determinare quale gli invasori dell’isola stavano facendo più danni, Hanna e Cardillo hanno registrato in ogni isola la presenza o l’assenza di diversi mammiferi autoctoni e di ratti, gatti, volpi e dingo, includendo anche altri fattori che possono influenzare il rischio di estinzione, come le dimensioni dell’isola e la distanza dalla terraferma, infatti gli ecologi  hanno scoperto che le popolazioni delle isole più vicine ai continenti sono più facilmente reintegrate, mentre le popolazioni di quelle più distanti si estinguono più facilmente.

Il risultato ha sorpreso Hanna: i mammiferi autoctoni hanno più probabilità di estinguersi sulle isole dove ci sono i ratti ma dove non ci sono gatti, volpi e dingo. Tassi di estinzione su quelle isole vanno dal 15% al 30%, ma quando erano presenti gatti, volpi, o dingo erano presenti scendevano a poco più del 10%, non molto superiori a quelli sulle isole senza predatori introdotti, Gli scienziati hanno anche scoperto che i mammiferi autoctoni se la cavano solo leggermente peggio sulle isole con i gatti che sulle isole cat-free. Inoltre, la presenza di volpi e dingo sulle isole sembra addirittura favorire leggermente la sopravvivenza delle specie autoctone. «Sono rimasto davvero sorpreso . dice Hanna – ho pensato di aver fatto un grosso errore». Cardillo e Hanna hanno anche scoperto che l’impatto dei ratti è più forte sui piccoli mammiferi con un peso inferiore ai 2,7 chilogrammi, anche se gli scienziati non sanno ancora se questo sia dovuto alla predazione diretta o alla competizione per il cibo ed altre risorse o alla diffusione di malattie. Apparentemente i ratti hanno avuto il più grande effetto sulle isole che sorgono a distanze fino a 2,1 chilometri del continente australiano.

Secondo Phillip Cassey, dell’ Environment Institute dell’università di Adelaide, «Lo studio comprende un grande data set davvero bello ed un’analisi del problema molto ben costruita e completa. I risultati suggeriscono che i manager possono avere bisogno di eliminare simultaneamente più di un predatore per salvare animali rari dall’estinzione, mentre gli sforzi di eradicazione si concentrano spesso su una sola specie. Quando si tratta di pianificare le campagne di eradicazione con budget limitati, analisi come quelle di Hanna possono aiutare a definire quali priorità siano davvero importanti».

Nonostante l’apparente vantaggio portato dalla presenza di gatti e volpi, Hanna e Cardillo non sostengono certo l’introduzione di questi animali nelle isole dove non ci sono, ma dicono che «I nostri risultati sollevano interrogativi sulla strategia di cercare di uccidere i predatori al top ignorando i ratti» e sperano di riuscire a studiare se questi risultati per i mammiferi autoctoni valgono anche per gli uccelli e gli altri gruppi di specie endemiche ed altri predatori.