Evoluzione artificiale di nuove specie: è “aiutata” dagli esseri umani

Ma l’evoluzione artificiale non fermerà la sesta estinzione di massa

[29 giugno 2016]

evoluzione Danimarca

In tutto il mondo si sta assistendo ad una rapida estinzione di specie causata dalle attività antropiche, ma un nuovo studio evidenzia che gli esseri umani «stanno anche causando una rapida evoluzione e l’emergere di nuove specie». Lo studio, realizzato da un team del Center for macroecology, evolution and Climate dell’università di Copenhagen e dell’università del Queensland e pubblicato su Proceedings of Royal Society B, riassume le cause della speciazione di origine antropica esamina i motivi per i quali le specie evolutesi recentemente non possono semplicemente sostituire le specie selvatiche estinte.

Il problema è che l’Antropocene resta un’era marcata dall’estinzione di massa delle specie e che il “beneficio” della attività antropiche per la biodiversità globale è ridotto, come sottolineano gli autori dello studio, «Le specie selvatiche estinte non possono essere semplicemente sostituite con quelle evolute nuove», aggiungendo che «La conservazione della natura rimane altrettanto urgente».

I ricercatori concordano sul fatto che «I tassi di estinzione attuali potrebbe presto portare ad un sesto periodo di estinzione di massa. Dal momento dell’ultima era glaciale, 11.500 anni fa, si stima che si siano estinti 255 mammiferi e 523 specie di uccelli, spesso a causa di attività antropiche Nello stesso periodo, gli esseri umani hanno ricollocato quasi 900 specie conosciute e addomesticato più di 470 animali e circa 270 specie vegetali.

Il principale autore dello studio, il danese Joseph Bull, «La prospettiva di guadagnare “artificialmente” nuove specie attraverso le attività umane è improbabile che susciti il feeling  di poter compensare le perdite di specie “naturali”. Infatti, molte persone potrebbero trovare la prospettiva di un mondo con una  biodiversità artificiale altrettanto scoraggiante di uno artificialmente impoverito».

Lo studio mette in evidenza numerosi esempi di come le attività umane influenzino l’evoluzione delle specie. Per esempio: la zanzara comune che vive nelle nostre case si è adattata all’ambiente artificiale della metropolitana di Londra e s è insediata una popolazione sotterranea di questo insetto che ora è chiamato “zanzara della metropolitana di Londra” e che non è più in grado di accoppiarsi con le zanzare rimaste alla luce. Si è quindi probabilmente di fronte a una nuova specie.

Bull aggiunge: «Vediamo anche esempi di domesticazione con conseguente nuove specie. Secondo un recente studio, almeno 6 delle  40 più importanti colture agricole del mondo sono considerate del tutto nuovo».

Poi c’è la selezione innaturale causata dalla caccia che può portare a far emergere nuovi tratti negli animali e quindi all’emergere di nuove specie. Mentre il trasferimento intenzionale o accidentale di specie può portare all’ibridazione con altre specie. Grazie a quest’ultimo fenomeno, in Europa sono riapparse specie che si erano estinte nel corso degli ultimi tre secoli. Lo studio afferma: «Anche se non è possibile quantificare esattamente quanti eventi di speciazione sono stati causati dalle attività umane, l’impatto è potenzialmente notevole». Ma è evidente che la zanzara della metropolitana di Londra non potrà sostituire un mammifero o un uccello estinti.

L’australiana Martine Maron, dell’università di Queensland, conclude: «In questo contesto, il “numero di specie’ diventa una misura profondamente insoddisfacente delle tendenze della conservazione, perché non riflette molti aspetti importanti della biodiversità. Il raggiungimento di un risultato netto neutrale per i numeri di specie non può essere considerato accettabile se si mettono sulla bilancia la fauna selvatica contro le specie addomesticate relativamente omogenee. Tuttavia, considerare la speciazione accanto all’estinzione potrebbe rivelarsi importante per lo sviluppo di una migliore comprensione del nostro impatto sulla biodiversità globale. Chiediamo una discussione su ciò che noi, come società, in realtà vogliamo conservare della natura»