Fallita la mediazione Ocse sui pigmei Baka tra Wwf e Survival: è saltata sul consenso indigeno

Survival: dovremo trovare altri modi per spingere il Wwf a rispettare la legge e i pigmei

[5 settembre 2017]

Survival International ha annunciato che «La storica mediazione tra Survival e il WWF (il Fondo Mondiale per la Natura) sulla violazione delle Linee Guida Ocse destinate alle imprese multinazionali si è interrotta sul tema del consenso dei popoli indigeni. Survival aveva chiesto al Wwf di impegnarsi ad assicurare che vi fosse il consenso dei ‘Pigmei’ Baka rispetto alle future modalità di gestione delle aree di conservazione create nelle loro terre in Camerun, in linea con la politica sui popoli indigeni dell’organizzazione stessa».

Le prime preoccupazioni dei difensori dei popoli indigeni per i progetti del Wwf nelle terre dei Baka risalgono al 1991 e Survivl denuncia che «Da allora, i Baka e altri popoli locali hanno subito ripetuti arresti e pestaggi, torture e persino morte per mano dei guardaparco finanziati dal Wwf». L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) pubblica delle Linee Guida sulla responsabilità delle multinazionali, e fornisce un meccanismo di reclamo per i casi in cui le linee guida vengano  violate.

Survival  aveva presentato un’istanza nel 2016  al Punto di Contatto Nazionale (PCN) svizzero dell’Ocse perché il Wwf ha la sua sede internazionale in Svizzera, denunciando «La creazione di aree di conservazione nelle terre dei Baka avvenuta senza il loro consenso, e il costante mancato intervento del Wwf nei casi di grave abuso dei diritti umani commessi dai guardaparco che addestra e finanzia».

Si trattava della prima volta che un’organizzazione ambientalista subiva un’istanza secondo le linee guida dell’Ocse. L’Ocse ha avvito un’indagine  e la i negoziati Survival-Wwf si sono svolti a Berna, la rottura è avvenuta sul  principio del Consenso libero, previo e informato (Clpi) che, come ricorda Survival, «E’ il fondamento della legislazione internazionale sui diritti dei popoli indigeni. Ha implicazioni significative per le grandi organizzazioni della conservazione, che spesso operano nelle terre dei popoli indigeni senza essersi assicurate che vi sia il loro consenso».

Di fronte al rifiuto del Wwf di aderire ai principi del Clpi «Survival ha ritenuto che non valesse più la pena continuare i negoziati». L’Ong  evidenzia che «Il Wwf ha giocato un ruolo determinante nella creazione di numerosi parchi nazionali e altre aree protette in Camerun nelle terre dei Baka e di altre tribù della foresta. La sua stessa politica afferma che qualsiasi progetto di questo tipo deve avere il consenso libero, previo e informato di coloro che ne sono interessati».

La polemica tra Wwf e Survival International sembra destinata a inasprirsi, visto che secondo Survival «Popoli indigeni come i Baka hanno vissuto e gestito i loro ambienti per millenni. Contrariamente a quanto si crede, le loro terre non sono selvagge. Le prove dimostrano che i popoli indigeni sanno prendersi cura dei loro ambienti meglio di chiunque altro. Nonostante ciò, il Wwf li ha alienati dai suoi sforzi di conservazione nel Bacino del Congo. I Baka, come molti popoli indigeni in tutta l’Africa, sono accusati di “bracconaggio” perché cacciano per nutrire le loro famiglie. Gli viene negato l’accesso a vaste porzioni della loro terra ancestrale per cacciare, raccogliere prodotti e svolgere rituali sacri. Molti sono obbligati a vivere in accampamenti improvvisati ai margini delle strade, dove il loro livello di salute è molto basso e dilaga l’alcolismo».

Accuse che il Wwf respinge, ma Survival rincara la dose: «Nel frattempo, il Wwf ha stretto partnership con imprese del legname come la Rougier, sebbene queste compagnie non abbiano il consenso dei Baka per disboscare la foresta, e il taglio del legno non sia un’attività sostenibile».

Il direttore generale di Survival International, Stephen Corry, non sembra aver mai avuto molta fiducia sulle reali intenzioni del Wwf e conclude: «Il risultato di questi negoziati è sconcertante ma non certo sorprendente. Le organizzazioni per la conservazione dovrebbero assicurarsi che vi sia il “consenso libero, previo e informato” per le terre che vogliono controllare. Questa è stata la politica ufficiale del Wwf degli ultimi venti anni. Ma questo consenso non viene mai ottenuto nella pratica, e il Wwf non si è voluto impegnare per assicurarlo in futuro nell’ambito del suo lavoro. Adesso è chiaro che il Wwf non ha alcuna intenzione di cercare, tanto meno assicurare, il consenso formale delle comunità a cui ruba le terre in collusione con i governi. Dovremo trovare altri modi per spingere il Wwf a rispettare la legge, e la sua stessa politica».